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Tentativi di disgelo tra Washington e Caracas

Dopo più di un decennio di rapporti gelidi e pesanti sanzioni, oggi Washington e Caracas tentano di ricucire lo strappo, sullo sfondo la sospensione parziale dell’embargo sull’export venezuelano.

Dopo oltre un anno di trattative tenute sottotraccia, gli Stati Uniti hanno deciso di sospendere temporaneamente l’embargo all’export di petrolio, gas e oro al Venezuela. Il provvedimento è stato sancito il 18 ottobre scorso, ed è il primo vero concreto passo verso il disgelo dopo quasi due lustri di sanzioni pesantissime alle quali il regime di Nicolás Maduro era stato costretto da Washington.

La decisione è stata presa dopo l’accordo raggiunto a Bridgetown, capitale delle Barbados, tra esponenti del governo madurista e quelli dell’opposizione del partito Plataforma Unitaria sotto la mediazione di Norvegia e Messico, oltre che delle stesse Barbados.

I termini dell’accordo prevedono l’istituzione di una commissione internazionale che supervisioni sulla trasparenza e sulla regolarità delle elezioni che si svolgeranno nella seconda metà del 2024 in Venezuela.

Gli accordi siglati e la conseguente sospensione delle sanzioni affondano le radici negli incontri qatarini di Doha del 2022 tra la Casa Bianca e il Palazzo di Miraflores (sede del governo venezuelano).   

Il Venezuela dal 2013 è stato investito da una serie di terremoti socioeconomici che hanno bersagliato il paese con piaghe come iperinflazione, recessione economica e tensioni politiche a livello interno e internazionale. L’origine di questi scompensi è da ricercarsi, oltre che nell’impianto sanzionatorio calato su Caracas, in ragioni di carattere interno.

Il Chavismo e la sua pesante eredità

Descrivere il chavismo in poche righe è compito assai arduo; pertanto, ci si limiterà a sottolineare i punti nodali che hanno portato alla situazione attuale, con la pesante eredità lasciata dall’ex Presidente Chavez a quello attuale, Nicolás Maduro.      
Chavez, nei suoi 14 anni di governo, portò avanti una politica socialista-massimalista, che si tradusse nello sfruttamento dei proventi petroliferi per creare un sistema di welfare dopato che generò un assistenzialismo esteso all’interno della comunità venezuelana.

Espropriazioni di terre, aziende, banche e edifici a danno dei privati, uniti a una retorica incendiaria nei confronti degli Stati Uniti (che ha contribuito all’istituzione dell’impianto sanzionatorio imposto), in un paese incapace di diversificare il proprio apparato economico (rendendo di fatto il Venezuela una mono-economia petrolifera), hanno creato la ricetta perfetta per un disastro socioeconomico.           


Quando Chavez fu eletto nel 1998, oltre il 40% della popolazione venezuelana viveva in condizione di povertà. Il Presidente diede avvio alla sua “Rivoluzione Bolivariana”, iniziando con la modifica della Costituzione che, con l’abolizione del Senato e il rafforzamento dei poteri presidenziali, avrebbe portato il Venezuela verso il Presidenzialismo.

Nel 2001 iniziò un esproprio forzato delle terre, con redistribuzione delle stesse ai contadini venezuelani. Altro bersaglio di Chavez fu la PDVSA, la compagnia petrolifera statale, che agiva con eccessiva disinvoltura rispetto ai dettami governativi, essendo anche interconnessa alle major straniere sul fronte petrolifero.

L’azienda subì un’abbondante epurazione dirigenziale, favorendo l’ingresso di uomini fedeli al Presidente, seppur sprovvisti di competenze in ambito petrolifero, politicizzando di fatto la compagnia. Spinti dalla crescente domanda energetica di economie come quella cinese, i prezzi del greggio negli anni del secondo mandato di Chavez, salirono vertiginosamente.

Al Palazzo di Miraflores si decise di sfruttare l’aumento dei prezzi petroliferi per finanziare la spesa pubblica del paese. Si diede avvio alle cosiddette “Missioni Bolivariane”, una serie di iniziative per combattere piaghe sociali come analfabetismo, malnutrizione, malattie endemiche e altre. Programmi che riscossero grande successo tra le fasce più povere della popolazione e che garantirono a Chavez ampi consensi in patria.

I prestiti agevolati imposti dal governo alle banche nei confronti dei cittadini, spinsero i venezuelani a indebitarsi fortemente, con la prospettiva di un accesso facilitato al credito.               
Ai programmi di assistenzialismo sociale non seguirono sforzi per differenziare l’economia venezuelana, che sotto Chavez sarebbe rimasta ancorata al petrolio e alle sue fluttuazioni. Il tutto in un paese che ha le maggiori riserve petrolifere stimate al mondo.

Alla morte del Presidente Chavez nel 2013, con i prezzi del greggio in picchiata e una popolazione ormai abituata all’assistenzialismo di Stato, incapace quest’ultimo di investire i proventi petroliferi in infrastrutture, servizi o fondi sovrani, il Venezuela piombò in una profonda crisi socioeconomica.

Il tutto in una congiuntura internazionale estremamente precaria, con l’impianto sanzionatorio che dal 2015 soffocava ulteriormente la già precaria economia del paese sudamericano. Molti paesi occidentali nel 2019 si arrischiarono addirittura a riconoscere come Presidente ad interim del Venezuela il leader dell’opposizione Juan Guaidò al posto di Maduro, fatto che ha inasprito ulteriormente i rapporti tra Miraflores e le altre cancellerie atlantiche. 

L’allentamento delle sanzioni

Il 18 ottobre scorso il governo statunitense ha autorizzato l’acquisto di commodities venezuelane come petrolio e gas per un periodo di sei mesi. Per l’oro invece non vi è al momento un limite temporale. Ufficialmente il motivo del ritiro temporaneo delle sanzioni risiede nell’accordo tra governo e opposizione venezuelana sulla trasparenza alle prossime elezioni sotto l’egida di osservatori internazionali.

A Washington si sta tentando un riavvicinamento nei confronti di Caracas, funzionale alla stabilizzazione caraibica e sudamericana pro-USA. Sono di fatto molti i paesi Centro e Sud americani che oggi vedono con favore l’asse sino-russo in luogo degli Stati Uniti.

Dal Nicaragua al Brasile, da Cuba al Venezuela, la lista di paesi invisi a Washington non fa che aumentare. Proprio in Nicaragua recentemente il Presidente Ortega ha avallato il dispiegamento di missili russi sul territorio del paese, che in potenza minacciano direttamente gli Stati Uniti continentali.

In Argentina, il ballottaggio tra Javier Milei e il peronista Sergio Massa per la presidenza della seconda economia sudamericana è seguito con altrettanta attenzione a Washington: le ricette economiche estremistiche di Milei e la pericolosa vicinanza di Massa al presidente brasiliano Lula destano più di qualche preoccupazione. Il tutto mentre il paese si appresta a entrare a far parte dei BRICS dal gennaio 2024.         

In tale variegato contesto si palesa la necessità di polarizzare verso Washington quanti più attori di peso possibile in un subcontinente sempre più volatile come il Sud America.

Il ruolo del Qatar

L’accordo tra Washington e Caracas è figlio della mediazione orchestrata dal Qatar, che recentemente sta inanellando una serie di successi diplomatici di tutto rispetto. Già artefice dell’accordo tra Washington e il regime talebano del 2020 per il ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan, Doha si fregia di un altro successo diplomatico, rendendosi oggi agli occhi di Washington un partner sempre più importante.

Il peso diplomatico del Qatar, che travalica la sua stazza geografica e geopolitica, lo rende oggi uno degli interlocutori più affidabili per Washington nella regione Mediorientale, specie dopo l’allontanamento dell’Arabia Saudita dall’orbita statunitense, come abbondantemente spiegato nel recente speciale in tre parti pubblicato su queste colonne.

Credits: foto di David da Pixabay

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Carlo Andrea Mercuri

Carlo Andrea Mercuri

Analista geopolitico, si occupa da anni di questioni internazionali. Autore del libro Verità a Stelle e Strisce (Gruppo Albatros il Filo - 2017), ha collaborato con diverse testate per le sezioni esteri e geopolitica. Appassionato di storia contemporanea americana ed estremorientale.

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