Cerca
Close this search box.

L’insostenibilità del bipolarismo brasiliano

Cuore a Occidente, portafogli ad Est. Si potrebbe riassumere con questo aforisma il sentimento che alberga nei gangli economici e sociopolitici del gigante sudamericano. La spaccatura, che progressivamente si è venuta a creare in Brasile negli ultimi venti anni, vede un contrasto netto tra una macchina economica pesantemente dipendente dal duo sino-russo da una parte e il sentimento della popolazione dall’altra; il popolo brasiliano si considera, seppur con alcune peculiarità ben delineate, parte integrante dell’Occidente.


Il colossale salto qualitativo che il Brasile ha compiuto a livello economico negli ultimi quattro lustri è conseguenza diretta del triangolo Mosca – Brasilia – Pechino. Membro fondatore dei Brics, il Brasile deve la sua ascesa economica ai legami di import-export intessuti con Russia e Cina.
Il settore agricolo, che occupa circa il 6% del Pil del paese, contribuisce per oltre il 50% dell’export verdeoro, impiegando un sesto della popolazione brasiliana. La copiosa produzione agricola è sostenuta dall’importazione massiva di fertilizzanti dalla Russia (circa l”85% del fabbisogno totale). Non sorprende pertanto che dallo scoppio del conflitto in Ucraina, il Brasile si sia ben guardato da applicare sanzioni nei confronti di Mosca. All’inizio delle ostilità l’ex Premier Jair Bolsonaro si recò personalmente a Mosca per ricevere garanzie da Putin circa l’approvvigionamento di fertilizzanti russi, fondamentali per l’agricoltura brasiliana.      


Il settore agricolo brasiliano è tra i principali produttori mondiali di alcune coltivazioni, tra cui quelle del riso e della soia. Proprio di quest’ultimo prodotto, di cui il Brasile è secondo produttore mondiale dietro agli Stati Uniti, la Cina da sola ne acquista circa il 60% dell’intera produzione del paese latino-americano. Pechino di fatto è il principale partner economico del Brasile, assorbendo da solo ogni anno più del 30% dell’export del paese lusofono. L’enorme mercato cinese, composto da 1,5 miliardi di persone, vorace di prodotti agricoli, minerali ed idrocarburi è uno sfogo naturale per la sovrapproduzione di Brasilia.         
In ossequio all’obiettivo dei Brics, di de-dollarizzare il mercato finanziario globale, Pechino e Brasilia hanno deciso di utilizzare le rispettive valute per gli scambi bilaterali.   


Pechino ha progressivamente rimpiazzato Washington come partner economico di Brasilia. Agli inizi degli anni duemila l’America importava quattro volte in più di prodotti brasiliani rispetto a Pechino. Oggi la situazione si è sostanzialmente ribaltata, dove la Repubblica Popolare Cinese importa il triplo dei volumi dei prodotti brasiliani rispetto alla controparte nordamericana.      

        
Le già complicate relazioni con Washington non hanno fatto altro che aggravarsi dal ritorno di Lula alla presidenza federale del Brasile.        L’antiamericanismo del successore di Bolsonaro non ha tardato a palesarsi: Lula ha recentemente esternato pubblicamente che Mosca e Kiev “sono egualmente responsabili per il conflitto in corso” e che il prolungarsi delle ostilità è derivante dalla Longa Manus di Washington. Ma le pelose esternazioni dell’inquilino del Palácio do Planalto non rispecchiano il sentimento radicato sia negli apparati che nella società brasiliana.           Tralasciando una parte dell’élite brasiliana, la popolazione non risente di un sentimento attrattivo nei confronti della Cina. Al contrario, vi è una sorta di repulsione per una società identificata dai brasiliani come dittatoriale, che professa l’ateismo di Stato. Specialmente gli evangelici, gruppo che rappresenta circa il 30% della popolazione, con numeriche in forte crescita nel gigante verdeoro a discapito dei cattolici, tendono ad aborrire qualsivoglia tipo di avvicinamento alla società sinica.           


Il mito rimane l’America, presa a modello di vita e principale sfogo dell’emigrazione brasiliana all’estero. Le numeriche dell’emigrazione brasiliana in Cina al contrario sono inesistenti o risibili, nonostante i vasti programmi di scambio culturale a livello universitario e il solido interscambio economico in corso tra i due paesi.             
Affine al sentimento popolare è quello degli apparati: specialmente le forze armate percepiscono la Cina come una minaccia reale e tangibile nei confronti del Brasile. Gli arsenali brasiliani non mostrano traccia di sistemi d’arma o di assetti che non siano prodotti in Occidente. I piani di riarmo delle Forze Armate, con particolare attenzione al potenziamento della Marinha do Brasil (la marina militare brasiliana), sono plastica rappresentazione della Strategia di difesa nazionale; nei documenti ufficiali si evidenzia il pericolo derivante da una non specificata “potenza ostile” che possa impadronirsi delle ingenti riserve petrolifere off-shore site nella Zona Economica Esclusiva brasiliana a largo di Rio de Janeiro. 


Postulato che gli Stati Uniti, grazie alla rivoluzione shale – idrocarburi contenuti nelle rocce di scisto estratti tramite la tecnica di fratturazione – sono praticamente autosufficienti dal punto di vista di approvvigionamenti di idrocarburi è plausibile pensare che il termine potenza ostile sia riferito a Pechino, data la sua voracità energetica e il suo correlato import di petrolio.
La vendita della portaelicotteri HMS Ocean da parte della marina militare britannica alla controparte brasiliana (ribattezzata NAM Atlântico e riclassificata come portaeromobili dalla Marinha do Brasil) è funzionale al pattugliamento ed alla protezione delle risorse petrolifere sottomarine del Brasile.
Le spaccature brasiliane in politica estera, derivanti dalle diversificate anime sopracitate, subiranno un’ulteriore estensione di faglia a causa delle politiche del Presidente Lula.   


 L’equilibrismo brasiliano, finora mantenuto con discreto successo, potrebbe essere sensibilmente incrinato dal nuovo Presidente federale, portando ad una potenziale deviazione di rotta del Brasile in direzione di un definitivo allineamento a Est, almeno da parte dell’establishment.               
Certo Washington non rimarrà alla finestra a guardare: in osservanza alla Dottrina Monroe – pronunciata dall’omonimo presidente nel 1823 afferente alla non intromissione di potenze aliene negli affari continentali americaninon permetterà al Brasile di scivolare in una sorta di status satellitare neocoloniale di Pechino.            

•  •  •

Condividi:

Carlo Andrea Mercuri

Carlo Andrea Mercuri

Analista geopolitico, si occupa da anni di questioni internazionali. Autore del libro Verità a Stelle e Strisce (Gruppo Albatros il Filo - 2017), ha collaborato con diverse testate per le sezioni esteri e geopolitica. Appassionato di storia contemporanea americana ed estremorientale.

Sottoscrivi
Notificami
guest
0 Commenti
Inline Feedback
Vedi tutti i commenti

Articoli Correlati

Language

La Casa del Social Journalism

Contatti

Scrivi o invia un comunicato stampa alla redazione

Newsletter

Resta aggiornato ogni settimana sui nostri ultimi articoli e sulle notizie dal nostro circuito.