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Nicaragua, tra missili russi e investimenti cinesi

Da anni nell’orbita di Mosca, il paese centroamericano, con la firma del nuovo decreto che consente di ospitare sistemi d’arma russi sul suo territorio, eleva lo stato di tensione con Washington.

Il 21 agosto scorso il Presidente Daniel Ortega ha siglato un decreto che consente al Cremlino, mediante l’installazione di apposite basi militari, di far stazionare stabilmente uomini e mezzi delle forze armate russe sul suolo nicaraguense. Tra le installazioni consentite dal decreto, spicca l’autorizzazione al dispiegamento di missili da crociera russi sul territorio del paese Mesoamericano.            
Posizionato a circa 3.000 chilometri di distanza dagli Stati Uniti continentali, il Nicaragua risulta essere la perfetta piattaforma di lancio per consentire a Mosca di minacciare direttamente Washington. Inevitabile il rimando agli spettri della contesa bipolare e ai tesissimi giorni della crisi dei missili di Cuba del 1962.   
Da sempre nell’orbita moscovita, fin dai tempi dell’Unione Sovietica, Managua già lo scorso anno aveva approvato lo stazionamento temporaneo di forze armate straniere sul suo territorio per scopi umanitari ed emergenziali, subito seguito da un invito ufficiale da parte del Presidente Ortega alle truppe russe.
Il governo Sandinista di Ortega, in carica dal 2007, abbracciava di buon grado la svolta imperialista della Russia Putiniana già nel 2008, quando riconosceva diplomaticamente le repubbliche di Ossezia e Abcasia, risultato della Guerra russa di agosto contro la Georgia, che costò a quest’ultima la decurtazione territoriale delle due regioni separatiste. Ancora, nel 2014 riconosceva la Crimea come parte integrante della Russia, a seguito dell’annessione della penisola eusina da parte di Mosca.

         
Contestuale al rafforzamento delle relazioni tra Managua e Mosca, si delineava il deterioramento dei rapporti con Washington. Coinvolte in un rapporto complicato sin dalla Guerra Fredda – celebre lo scandalo dei Contras che coinvolse la CIA e l’amministrazione Reagan negli anni Ottanta* – Washington e Managua avevano provato a ricucire i rapporti nel decennio successivo, anche grazie a un generale clima di distensione dovuto alla fine del bipolarismo. Le relazioni tra i due paesi americani venivano funestate nuovamente nel 2016 quando gli Stati Uniti, a seguito dei sospetti brogli elettorali che coinvolgevano Ortega nelle elezioni presidenziali nicaraguensi, emanavano il NICA act. Acronimo di Nicaragua Investment Conditionally Act, il disegno di legge impediva l’emissione di prestiti nei confronti di Managua fino a quando il paese non si fosse impegnato nell’indire libere elezioni. La legge, che sarebbe stata firmata da Trump nel dicembre del 2018, cavalcava l’ondata di proteste endogene in svolgimento nel paese centroamericano, generatesi a causa di alcune riforme sociali restrittive varate dal governo Ortega.

Tornando alla recente scelta di Managua di ospitare truppe russe sul suo territorio, Il decreto firmato da Ortega veniva anticipato da un altro pacchetto di sanzioni varate dal Dipartimento di Stato USA il 19 agosto, il quale imponeva restrizioni sull’emissione di visti per circa un centinaio di funzionari locali nicaraguensi, accusati di violazione dei diritti umani e  finanche per la chiusura dell’ateneo gesuita Central American University.
La deriva autoritaria in atto in Nicaragua ha trovato nuova linfa con la presa di potere da parte di Ortega. Dal 2007 al 2023, il giro di vite attuato dal governo sandinista ha coinvolto vari aspetti della vita pubblica e privata dei cittadini nicaraguensi: dalla messa al bando di varie ONG, all’esilio dei dissidenti politici, fino alla limitazione nell’utilizzo di internet con la manipolazione o rimozione di contenuti e la penalizzazione per la pubblicazione di contenuti falsi o tendenziosi (in nuce non allineati ai desiderata propagandistici del regime). 
In tale contesto, date le crescenti pressioni washingtoniane circa la svolta autoritaria del governo Ortega, la deriva pro-russa diviene facilmente intelligibile. Mosca rappresenta una sponda alternativa per garantire a Ortega il suo piano di “riforme” e la sua sopravvivenza politica. Parimenti, il rafforzamento dei legami militari con Mosca (dal 2016 la Russia è uno dei principali partner del Nicaragua nella fornitura di armamenti) consente a Managua di sigillare il paese da influenze esterne. L’allineamento satellitare alla Russia coincide anche con il restauro dei rapporti diplomatici con Pechino. Alla fine del 2021 Managua, accettando il principio della One China Policy, terminava le sue relazioni diplomatiche con Taiwan, rimpiazzando gli investimenti di Taipei con quelli della Belt And Road Initiative.  

Posizionato strategicamente in Centro America, il Nicaragua era già stato oggetto di interesse da parte di Pechino, per la possibile apertura di un Canale di collegamento tra Mar dei Caraibi e Pacifico, concorrente a quello panamense.  Sfruttando i corsi fluviali affacciati sul Mar dei Caraibi fino al Lago Nicaragua e con il taglio dell’Istmo di Rivas, il progetto avrebbe collegato i due mari, agevolando il commercio marittimo. Risalente addirittura ai primi del ‘900, l’opera fu accantonata da Washington in favore della costruzione del Canale di Panama.
Nel 2013 la Repubblica Popolare Cinese si candidava alla riesumazione e al finanziamento del progetto, con il triplice obiettivo di creare una valida alternativa alla controparte panamense, insediarsi in un territorio ad alta valenza strategica, scalzando al contempo l’influenza taiwanese nella regione. Influsso ormai ridotto ai soli Guatemala e Belize, con ultima tegola rappresentata dalla richiesta di espulsione di Taiwan dal Parlacen, il parlamento centroamericano, dedicato all’integrazione dei paesi dell’area, proprio da parte del Nicaragua. Il 22 agosto scorso il Ministro degli Esteri taiwanese Joseph Wu annunciava il ritiro del paese dal Parlacen, per “difendere la sovranità e la dignità nazionale”. 

La richiesta di Managua di revoca dello status di osservatore all’interno dell’organizzazione ha funzione propedeutica alla concessione dello stesso a Pechino, plastica manifestazione di come i rapporti di forza in Mesoamerica oramai siano sbilanciati a favore della Cina.  La crescente ingerenza cinese nella macroarea potrebbe essere funzionale anche a ravvivare l’interesse di Pechino per la costruzione del Canale del Nicaragua, progetto accantonato nel 2018 dati i costi proibitivi dello stesso e l’allacciamento nel 2017 dei rapporti diplomatici tra la Repubblica Popolare Cinese e Panama in ossequio alla One China policy.
Il Nicaragua, con Cuba e Venezuela, forma oggi un asse di paesi caraibici che guarda a Mosca e Pechino come principali interlocutori, lì dove gli Stati Uniti si sono sempre sentiti più sicuri, nel loro “cortile di casa”.
Le avanguardie europee e asiatiche allineate a Washington oggi sono parzialmente controbilanciate dai caraibici pro Mosca e Pechino; sforzo sino-russo volto a mitigare almeno parzialmente l’accerchiamento totale che Washington è riuscita a ordire nel corso del tempo nei loro confronti.


*Lo scandalo venne alla luce nella metà degli anni Ottanta, quando venne svelata la vendita segreta di armi all’Iran – allora impegnato nella guerra con l’Iraq – da parte di apparati americani. I proventi del traffico di armamenti sarebbero andati a finanziare le operazioni di guerriglia nelle Americhe, specialmente quelle dei Contras in Nicaragua, gruppo anti-sandinista, che combatteva il governo rivoluzionario instauratosi nel paese.

Credits: Foto di SpaceX-Imagery da Pixabay

           

             

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Carlo Andrea Mercuri

Carlo Andrea Mercuri

Analista geopolitico, si occupa da anni di questioni internazionali. Autore del libro Verità a Stelle e Strisce (Gruppo Albatros il Filo - 2017), ha collaborato con diverse testate per le sezioni esteri e geopolitica. Appassionato di storia contemporanea americana ed estremorientale.

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