
Il potere non si misura soltanto con la forza economica o militare. Esiste una forma di dominio ancora più sottile: la capacità di definire ciò che appare vero, giusto e naturale. In questa ultima parte l’autore riflette sul progressivo indebolimento di quel monopolio narrativo e sul ruolo che persino il calcio può avere nel renderne visibili le crepe.
L’arroganza come sintomo di debolezza
Dobbiamo qui ribaltare un luogo comune. L’arroganza del potere non rappresenta necessariamente un segno di forza. È spesso, al contrario, il sintomo di una crescente insicurezza. Un potere realmente saldo non ha bisogno di ricordare continuamente chi comanda. Non deve presidiare ogni simbolo, intervenire su ogni episodio, occupare ogni spazio pubblico con la propria presenza.
Quando invece sente vacillare il consenso, tende ad alzare la voce. Moltiplica le sanzioni. Intensifica la moralizzazione. Sorveglia con maggiore attenzione il linguaggio, le immagini, i comportamenti. Ma proprio questa continua ostentazione rischia di produrre l’effetto opposto: mostrare una fragilità che fino a quel momento rimaneva nascosta. È questa una delle caratteristiche tipiche delle egemonie che entrano nella loro fase di declino: continuano a possedere una straordinaria capacità di colpire, ma sempre meno capacità di convincere.
Quando il pubblico cambia modo di guardare
Questo mutamento non riguarda soltanto chi esercita il potere. Riguarda anche chi lo osserva. Il pubblico globale non assiste più agli eventi con la stessa passività del passato. Una partita di calcio non viene interpretata soltanto come una partita. Una fotografia non viene osservata soltanto come una fotografia. Un gesto, una dichiarazione o una polemica arbitrale vengono immediatamente collegati a un contesto più ampio.
Internet, i social network e la moltiplicazione delle fonti informative hanno certamente aumentato il rumore di fondo. Ma hanno anche reso più difficile conservare un monopolio assoluto del racconto. Il risultato è che ogni contraddizione tende oggi a diventare immediatamente visibile. E una narrazione che per decenni appariva compatta si trova sempre più spesso sottoposta a verifica pubblica.
Il giudice diventa giudicato
La crisi dell’egemonia non nasce principalmente dall’ostilità dei suoi avversari. Nasce soprattutto dalle proprie incoerenze. Quando un sistema fonda la propria autorevolezza sulla difesa di principi universali, ogni evidente contraddizione assume un peso enorme. Nel corso degli ultimi decenni sono stati numerosi gli eventi che, nella percezione di molte opinioni pubbliche, hanno contribuito a mettere in discussione quella coerenza.
Tutto questo richiama alla nostra mente l’Iraq, la Libia, l’Afghanistan, il ricorso alle sanzioni economiche, la censura e, più recentemente, Gaza. Sarebbe un errore soffermarci ad analizzarli singolarmente. Vanno considerati piuttosto come passaggi di un processo più ampio. Infatti, il problema non consiste tanto negli errori in sé, quanto nella distanza crescente tra i valori proclamati e le pratiche concretamente adottate. Quando questa distanza diventa troppo evidente, anche il giudice finisce inevitabilmente per essere giudicato.
Quando i frammenti raccontano una storia
A questo punto il nostro ragionamento torna ai Mondiali. L’Iran accolto come un problema. I controlli più severi riservati ad alcune delegazioni. Le dichiarazioni di Infantino. L’intervento di Trump. Il gol del Marocco. Le polemiche arbitrali. Le immagini di Messi e Milei. Il silenzio su Gaza. Presi isolatamente, questi episodi possono essere letti come semplici coincidenze o controversie. Ma vanno osservati insieme. Come accade in un mosaico, è soltanto la visione complessiva che permette di coglierne il significato.
Il compito della comunicazione ufficiale consiste spesso proprio nel separare gli eventi, impedendo che il pubblico li ricomponga in una narrazione coerente. Quando però quei frammenti vengono rimessi insieme, emerge l’immagine di un potere che continua a mostrarsi sicuro di sé, ma incontra crescenti difficoltà nel suscitare un consenso spontaneo.
Il ridicolo rompe l’incantesimo
A questo punto dobbiamo fare una riflessione dedicata al rapporto tra potere e ridicolo. L’odio può essere affrontato. La paura può essere governata. Il ridicolo, invece, è molto più difficile da controllare. Finché un’autorità conserva prestigio, anche le sue contraddizioni vengono spesso tollerate. Quando però diventa oggetto di ironia, qualcosa cambia profondamente. Non è ancora la fine del potere. È la fine dell’incantesimo. Gli imperi raramente cessano di esistere all’improvviso. Più spesso attraversano una lunga fase nella quale continuano a essere potenti, ma perdono progressivamente quella legittimazione simbolica che aveva reso naturale il loro dominio. Ed è proprio questa la stagione storica che stiamo intravedendo.
Il calcio come specchio del nostro tempo
A questo punto il pallone torna al centro della scena. Non come protagonista assoluto. Piuttosto come uno specchio. Il calcio non fermerà le guerre. Non abbatterà gli imperi. Non renderà più giusto il mondo. Ma proprio perché appartiene alla vita quotidiana di miliardi di persone, possiede una straordinaria capacità di rendere visibili trasformazioni che altrove rimangono meno evidenti.
Un pallone che attraversa il campo porta con sé simboli, memorie, identità, interessi economici e rapporti di forza. Per questo motivo i Mondiali possono diventare molto più di una competizione sportiva. Possono trasformarsi in un osservatorio privilegiato sul modo in cui cambia la percezione del potere nel mondo contemporaneo.
Il monopolio del racconto
Per molto tempo l’Occidente ha parlato al resto del mondo come un professore davanti alla propria classe. Indicava le regole. Distribuiva giudizi. Definiva ciò che era accettabile e ciò che non lo era. Oggi quella scena sta lentamente cambiando. Gli studenti hanno smesso di limitarsi ad ascoltare. Alcuni contestano. Altri cercano percorsi autonomi. Altri ancora costruiscono nuove relazioni economiche, culturali e politiche. È questo, più ancora della perdita di forza materiale, il segnale decisivo. Un impero può conservare immense risorse economiche, militari e tecnologiche. Ma quando non riesce più a convincere che il proprio dominio sia naturale, giusto e inevitabile, entra inevitabilmente in una fase nuova della propria storia. Il pallone continua a rotolare. L’Impero continua a esistere. Ma il monopolio del racconto sembra ormai sempre meno saldo. Ed è forse proprio da questa trasformazione, prima ancora che dai grandi eventi della politica internazionale, che sarà possibile comprendere il mondo dei prossimi anni.
Con questa terza parte si conclude una riflessione che utilizza il calcio come chiave di lettura delle trasformazioni geopolitiche contemporanee. Condivisibili o meno nelle sue conclusioni, il saggio propone uno sguardo originale sul rapporto tra sport, potere, comunicazione e costruzione dell’immaginario collettivo.
Credits: Foto generata con l’IA
Leggi la Parte 1: Il pallone dell’Impero (1) – Quando il calcio diventa geopolitica
Leggi la Parte 2: Il pallone dell’Impero (2): Come si costruisce (e si incrina) l’egemonia




