Bambina morta in Sicilia: prima di accusare i genitori, chiediamoci se la diagnosi fosse corretta

La morte di una bambina di quattro anni è prima di tutto una tragedia davanti alla quale sarebbe doveroso fermarsi, prima di trasformarla in terreno di scontro. Eppure, il caso siciliano ha immediatamente riacceso il confronto sui vaccini. Ma siamo sicuri che sia questa la prima domanda da porre?


Una bambina di appena quattro anni muore. Una famiglia viene travolta da un dolore che difficilmente può essere raccontato a parole. E quasi immediatamente comincia un’altra storia: quella delle responsabilità, delle accuse e della contrapposizione tra favorevoli e contrari alle vaccinazioni. Il caso della piccola Anna Rosa, avvenuto in Sicilia, meriterebbe invece di essere affrontato partendo da una domanda molto più semplice: che cosa è realmente accaduto dal punto di vista diagnostico e sanitario?

Secondo quanto emerso dalle prime informazioni, alla bambina sarebbe stata inizialmente diagnosticata una tonsillite, mentre successivamente sarebbe emersa l’ipotesi della difterite. Sarà naturalmente l’autopsia a dover chiarire definitivamente la causa della morte. Ma proprio per questo appare prematuro trasformare la mancata vaccinazione della bambina nel centro dell’intera vicenda.

Se era difterite, perché non fu riconosciuta?

La questione decisiva è proprio questa. Se gli accertamenti dovessero confermare che la bambina era affetta da difterite, occorrerebbe ricostruire con estrema precisione l’intero percorso clinico: quando sono comparsi i primi sintomi? Quale diagnosi è stata formulata? Quali esami sono stati effettuati? Era possibile riconoscere prima la malattia? E un trattamento tempestivo avrebbe potuto cambiare l’esito?

Sono domande che non possono essere oscurate dalla discussione sulla scelta vaccinale dei genitori. Anzi, proprio perché siamo davanti alla morte di una bambina, sarebbe necessario evitare ogni scorciatoia narrativa. La mancata vaccinazione non dovrebbe diventare automaticamente una risposta capace di chiudere ogni altra domanda.

Dal caso clinico al processo mediatico

Dal modo in cui i media di regime stanno presentando l’avvenuto (la colpa è dei genitori che non hanno vaccinato la figlia) non possiamo che esprimere una critica durissima nei confronti del modo in cui casi come questo vengono raccontati. Una tragedia individuale viene trasformata rapidamente in uno strumento per rilanciare campagne vaccinali fondate soprattutto sulla paura.

Guarda caso, proprio quando le vaccinazioni registrano un minimo storico e la gestione politica della pandemia Covid-19 è sempre più sotto accusa. È inaccettabile che la morte di una bambina venga sfruttata per spingere di nuovo la vendita di sieri che, altrimenti, resterebbero invenduti.

Il tutto, secondo un meccanismo che è già stato sperimentato negli anni della pandemia: un evento fortemente emotivo riceve enorme visibilità, viene associato a un determinato comportamento considerato irresponsabile e finisce per condizionare il dibattito pubblico. Non per nulla dopo il caso siciliano si è registrato un aumento delle somministrazioni dell’esavalente, che comprende anche la vaccinazione contro la difterite.

È proprio questo passaggio dalla cronaca all’emotività collettiva che dovrebbe indurre a riflettere. Una tragedia non dovrebbe mai diventare uno strumento di propaganda, qualunque sia la posizione che si intende sostenere.

Vaccini, dissenso e domande che restano aperte

Sembra che non si voglia affrontare uno dei terreni più controversi dell’intero dibattito: quello della sicurezza vaccinale. I dati comparativi e quelli provenienti dalle comunità Amish che indicano i bambini non vaccinati molto più sani di quelli vaccinati e la correlazione tra vaccini e autismo – tra gli altri – dovrebbero essere meritevoli di maggiore attenzione e dovrebbero portare a contestare apertamente la narrazione dominante.

Sono posizioni fortemente controverse, ma proprio per questo non dovrebbero essere affrontate con anatemi o scomuniche. Una società realmente aperta dovrebbe poter discutere anche le tesi minoritarie, chiedendo a chi le sostiene di presentare dati e studi e consentendo a chi le contesta di fare altrettanto. Il metodo più efficace per contrastare un’affermazione ritenuta sbagliata non è impedire che venga formulata, ma sottoporla al confronto delle prove.

Farmacovigilanza: la trasparenza è indispensabile

Un’altra questione da sollevare riguarda la farmacovigilanza. Basta richiamare l’attività del Comitato Fortitudo che, attraverso richieste di accesso agli atti rivolte ad AIFA, Istituto Superiore di Sanità e Ministero della Salute, ha evidenziato l’assenza di rapporti di farmacovigilanza attiva, sicurezza ed epidemiologia relativi all’applicazione della cosiddetta Legge Lorenzin. È un punto che meriterebbe, indipendentemente dalle convinzioni personali sui vaccini, la massima trasparenza.

Quando lo Stato introduce obblighi o raccomandazioni che riguardano la salute di milioni di persone, infatti, la fiducia non può essere semplicemente richiesta: deve essere costruita attraverso dati accessibili, controllabili e continuamente aggiornati. La trasparenza non indebolisce la medicina. Al contrario, la rafforza.

Prima di trovare un colpevole, cerchiamo di capire che cosa è successo

La morte di una bambina non dovrebbe servire né alla propaganda favorevole ai vaccini né a quella contraria. Dovrebbe servire, prima di tutto, a cercare la verità.

Se vi è stato un errore diagnostico, deve essere accertato. Se la malattia poteva essere riconosciuta e trattata prima, occorre capire perché ciò non sia avvenuto. Se invece le cure sono state corrette e tempestive, anche questo dovrà emergere con chiarezza. Soltanto dopo sarà possibile discutere seriamente delle eventuali responsabilità.

Trasformare immediatamente i genitori in imputati morali perché non avevano vaccinato la figlia significa anticipare una sentenza prima ancora di avere ricostruito i fatti. Davanti alla morte di una bambina di quattro anni servirebbero meno slogan, meno schieramenti e meno processi mediatici.

E molte più domande.


Credits: Foto generata con l’IA

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Immagine di Sergio Zicari

Sergio Zicari

Autore di numerosi libri sulla comunicazione e il marketing delle aziende, del terzo settore e delle libere professioni. Per molti anni è stato manager, formatore, consulente per imprese profit e non profit. È Responsabile della Comunicazione del Gruppo Comunità Etica e Caporedattore di CambiaMenti.

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