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Se Riyad abbandona Washington (e viceversa) – Parte III

In questo speciale in tre parti ripercorriamo l’evoluzione dei rapporti tra l’egemone statunitense e la potente petromonarchia, dall’ascesa al declino.

Dopo aver analizzato il momento di massimo splendore e l’inizio del declino dei rapporti tra Stati Uniti e
Arabia Saudita, ci concentreremo in questa terza e ultima parte sullo status delle relazioni tra i due paesi ai giorni nostri, dove va perfezionandosi l’allontanamento di Riyad da Washington.

TRUMP e il tentato riavvicinamento

L’avvento alla presidenza di Donald Trump nel 2017 fu caratterizzato dal tentativo di instillare nuova linfa nelle relazioni bilaterali tra i due paesi. La politica estera personalistica del Tycoon portò l’allora Presidente americano a stringere un rapporto speciale con il principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman, reggente de facto del paese.

Complice anche una ricalibrazione positiva del legame tra Stati Uniti e Israele – plastica manifestazione furono lo spostamento dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme e la firma degli Accordi di Abramo[1] – la Casa Bianca tentò anche un riavvicinamento con Riyad, allontanandosi contestualmente dall’Iran, con l’uscita di Washington dall’accordo sul nucleare.

Due eventi però complicarono sensibilmente il tentativo di distensione tra le due cancellerie: il coinvolgimento saudita nella guerra civile yemenita e l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi; due episodi che furono accolti con estrema negatività dall’opinione pubblica statunitense.

Il conflitto deflagrato nell’estremo sud della penisola arabica nel 2014, che vide le forze sciite houthi prendere rapidamente il controllo della capitale yemenita Sanaa, portò a un coinvolgimento di Riyad nella guerra civile che ne seguì.

Estromesso il presidente filo saudita Hadi, che avrebbe riparato proprio a Riyad, l’Arabia Saudita decise di intervenire nel conflitto. Per scongiurare la presa definitiva del paese confinante da parte delle forze sciite houthi, verosimilmente armate e finanziate da Teheran, Riyad organizzò una coalizione di paesi sunniti che si sostanziò in una campagna di bombardamento per lo più indiscriminato. Furono presi di mira ospedali, infrastrutture idriche e mercati, arrivando a dichiarare l’intera capitale Sanaa un obiettivo militare.

A ciò si aggiunse un ferreo blocco navale che favorì una carestia e un’epidemia di colera nello Yemen.
In tale contesto Stati Uniti e Arabia Saudita perfezionarono un affare multimilionario per la vendita di armi, che nella mente dell’amministrazione Trump avrebbero aiutato i sauditi nel controbilanciare il potere militare iraniano, ma che nel concreto furono utilizzate per sostentare lo sforzo bellico in Yemen.

L’accordo generò proteste politiche bipartisan negli Stati Uniti, oltre che l’indignazione dell’opinione pubblica. Quest’ultima avrebbe poi dovuto assistere di lì a poco a un altro episodio tanto increscioso quanto cruento: l’uccisione del giornalista Jhamal Khashoggi, avvenuto all’interno del consolato saudita a Istanbul.

La vicenda, che generò accuse di coinvolgimento dei vertici del regno saudita, con il forte sospetto di connivenza diretta finanche del principe ereditario Bin Salman, fu una tegola anche per Trump. La sua relazione personalistica con il principe ereditario pesò non poco in quella circostanza; al fine anche di prendere le distanze dal brutale omicidio, nell’aprile del 2019 l’amministrazione Trump, per il tramite del Segretario di Stato Mike Pompeo, vietava l’ingresso negli Stati Uniti a sedici alti funzionari sauditi, tra cui lo stesso Bin Salman. Le relazioni tra i due paesi potevano ritenersi definitivamente compromesse.

Il Dragone in Medio Oriente

Parafrasando il filosofo cinese Lao Tzu, come l’acqua trova sempre una via, così anche il petrolio. In geopolitica i vuoti lasciati da una potenza egemone sono sovente riempiti dai suoi sfidanti. Così fu per l’Arabia Saudita.

Nel 2010 il greggio di Riyad esportato verso la Cina superò il milione di barili solo nel primo quarto dell’anno, surclassando l’export verso gli Stati Uniti. Nel maggio del 2019 l’Arabia Saudita diveniva il primo paese per esportazioni di greggio in Cina.        
La vorace macchina industriale cinese trovava nelle sabbie mediorientali il carburante che le avrebbe consentito di sostenere la sua produzione manifatturiera. Sempre nel 2019 le marine dei due paesi partecipavano a esercitazioni navali congiunte.

La nuova liaison tra Pechino e Riyad si estrinsecava recentemente anche a livello diplomatico. Nel marzo scorso Pechino mediava tra Arabia Saudita e Iran per il ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra i due paesi, interrotte nel 2016 a seguito dell’uccisione dello sceicco Al-Nimr e l’escalation di violenza che ne scaturì.

Per suggellare la riconciliazione tra i due rivali, Xi Jinping e il politburo cinese hanno saputo sfruttare sia la debolezza iraniana (fiaccata dalle proteste per la morte di Mahsa Amini e dall’impianto sanzionatorio) che il peso economico e militare di cui Pechino gode nei confronti dell’Arabia Saudita. In tale occasione la Cina inanellava un importante successo diplomatico che ne accresceva sensibilmente il peso come arbitro risolutore di annose dispute internazionali.

Ulteriore punto di contatto tra il Dragone e la petromonarchia è la convergenza tra l’iniziativa cinese delle Nuove Vie della Seta e la Saudi Vision 2030. Quest’ultima, che si pone l’obiettivo di diversificare l’economia del paese mediorientale dalla sola esportazione di greggio, si sostanzierà anche con gli investimenti cinesi delle Vie della Seta.

Il Summit dei Brics

Veniamo ora al recente vertice Brics di Johannesburg. Nel consesso internazionale ad alto valore mediatico, i membri fondatori hanno deciso di allargare la partecipazione a sei nuovi paesi, compresa anche l’Arabia Saudita. Stante l’obiettivo primario dei Brics, ossia la de-dollarizzazione dei mercati finanziari e l’abbondante presenza di paesi facenti parte dell’Opec+, si delinea chiaramente la portata dell’ingresso dell’Arabia Saudita. I Brics a gennaio 2024, con l’ingresso dei nuovi membri, rappresenteranno oltre il 40% della produzione mondiale di greggio e quasi la metà della popolazione del globo.  Se questo non è sufficiente oggi a scalzare il primato del biglietto verde dai mercati internazionali, è altresì vero che l’ingresso delle nuove leve nel circolo dei “mattoni” è un primo duro colpo assestato all’egemonia finanziaria americana.       

Con l’adesione ai Brics i Sauditi hanno mostrato definitivamente la loro volontà di virare geopoliticamente verso l’asse sino-russo, incrinando quel granitico assunto della totale coesione tra la petromonarchia e l’egemone statunitense. L’eterogeneità delle visioni geopolitiche dei partecipanti ai Brics difficilmente si tradurrà in qualcosa di più di un’alleanza economica, eppure l’utilizzo delle valute dei membri per gli scambi bilaterali in luogo del biglietto verde e il comune sentimento antioccidentale, potranno senza dubbio contribuire a  insidiare il primato occidentale. La permanente centralità degli idrocarburi nella società odierna è potenziale leva ricattatoria in mano ai membri Brics. La lenta decarbonizzazione e la virata green non salveranno l’Occidente dalla dipendenza dagli idrocarburi per molti anni a venire.    

Se Washington è indipendente energeticamente, lo stesso non può dirsi del Vecchio Continente;
L’Europa oggi dipende per i suoi approvvigionamenti energetici perlopiù da paesi africani e asiatici e tale dipendenza la rende facile ostaggio di scelte esogene.      

In tutto questo, Riyad ha scelto da che parte stare e di certo oggi è molto più lontana di ieri dall’Occidente.


Credits Foto di Lara Jameson da Pexels


[1] Accordi di normalizzazione delle relazioni tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein siglati a Washington nel settembre del 2020. Gli Stati Uniti, nel ruolo di mediatori, favorirono l’instaurazione di relazioni diplomatiche tra i due paesi arabi e Israele. A cavallo tra il 2020 e il 2021 anche Marocco e Sudan avrebbero seguito la via di Emirati e Bahrein, stabilendo relazioni diplomatiche con Gerusalemme.       

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Carlo Andrea Mercuri

Carlo Andrea Mercuri

Analista geopolitico, si occupa da anni di questioni internazionali. Autore del libro Verità a Stelle e Strisce (Gruppo Albatros il Filo - 2017), ha collaborato con diverse testate per le sezioni esteri e geopolitica. Appassionato di storia contemporanea americana ed estremorientale.

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