
Il potere non si regge soltanto sulla forza economica o militare. Per durare nel tempo deve essere riconosciuto come legittimo. In questa seconda parte l’autore riflette sul ruolo del consenso, sulle narrazioni che plasmano la percezione collettiva e sulle prime crepe che oggi sembrano attraversare l’egemonia culturale occidentale.
Quando la fiducia comincia a vacillare
Ogni grande istituzione vive di una risorsa invisibile ma fondamentale: la fiducia. Finché arbitri, federazioni, governi o organismi internazionali vengono percepiti come imparziali, perfino gli errori vengono accettati come parte inevitabile della realtà. Ma quando quella fiducia si consuma, cambia il modo stesso in cui gli eventi vengono interpretati. È ciò che accade oggi anche nello sport.
Le polemiche arbitrali non sono una novità. Nuovo è il contesto nel quale vengono lette. In un clima internazionale già segnato da profonde tensioni geopolitiche, ogni decisione controversa rischia di trasformarsi immediatamente in un elemento di sospetto. Non perché ogni episodio sia necessariamente frutto di un disegno. Ma perché le istituzioni hanno progressivamente dissipato parte della propria credibilità. Ed è questa la loro vera fragilità. Quando la fiducia viene meno, perfino un errore in buona fede smette di apparire tale. La legittimità, una volta incrinata, non si ricostruisce con una conferenza stampa o con un comunicato ufficiale.
Il potere ha bisogno di essere creduto
Un impero non vive soltanto di eserciti, ricchezza o tecnologia. Vive soprattutto della convinzione diffusa che il proprio ruolo sia naturale, giusto e inevitabile. È questo il fondamento dell’egemonia culturale. Il dominio più stabile non è quello che costringe continuamente all’obbedienza. È quello che riesce a ottenere consenso, facendo apparire spontaneo ciò che in realtà è il risultato di una lunga costruzione culturale.
Per decenni l’Occidente ha esercitato proprio questa forma di influenza. Ha definito che cosa fosse moderno e che cosa arretrato, chi fosse democratico e chi no, quali guerre dovessero essere considerate interventi umanitari e quali invece aggressioni. Non era soltanto una superiorità politica o militare. Era, prima ancora, una superiorità narrativa.
Le prime crepe nel racconto
Oggi questo meccanismo continua a esistere, ma non possiede più l’efficacia di un tempo. Sempre più Paesi guardano agli avvenimenti internazionali con occhi diversi. Emergono nuovi interlocutori economici, nuove alleanze, nuovi strumenti di comunicazione. Il monopolio del racconto si sta lentamente indebolendo. Non significa che sia già scomparso. Significa che non viene più accettato con la stessa naturalezza. Ed è proprio in questo spazio che anche un evento sportivo può assumere un significato simbolico. Una vittoria non cambia i rapporti di forza del mondo. Può però cambiare, anche solo per un istante, la percezione che milioni di persone hanno di quei rapporti. E l’egemonia vive proprio di percezioni condivise.
Le immagini costruiscono il consenso
Per spiegare questo meccanismo dobbiamo richiamare alcune immagini che hanno accompagnato i Mondiali. Tra queste, le fotografie di Javier Milei e di Lionel Messi davanti al Muro Occidentale. Il punto non è discutere la fede personale dei protagonisti. La questione è un’altra. Ogni immagine racconta tanto ciò che mostra quanto ciò che sceglie di lasciare fuori dall’inquadratura. Nel pieno della tragedia di Gaza, fotografie fortemente simboliche hanno circolato in tutto il mondo senza alcun riferimento al contesto nel quale venivano realizzate. È qui che si manifesta uno dei meccanismi più potenti della comunicazione contemporanea. Il consenso non si costruisce soltanto attraverso ciò che viene mostrato. Si costruisce anche attraverso ciò che sistematicamente non viene mostrato.
La selezione della compassione
Da questa osservazione nasce una delle riflessioni più incisive che tutti dovremmo fare, ovvero che il sistema mediatico contemporaneo tende a distribuire la compassione in modo diseguale. Esistono sofferenze che ricevono immediatamente attenzione, riconoscimento e partecipazione. Altre vengono raccontate come inevitabili conseguenze della storia, ridotte a numeri o relegate sullo sfondo. Il problema non riguarda il diritto individuale di pregare o di assumere una posizione politica. Riguarda piuttosto il modo in cui il dolore viene rappresentato. Gaza avrebbe reso questa dinamica particolarmente evidente, mostrando come perfino la compassione possa diventare parte della costruzione di una narrazione pubblica.
Un equilibrio che cambia
Se tutto questo è vero, allora il calcio torna a essere molto più di un semplice spettacolo sportivo. Diventa uno dei luoghi nei quali è possibile osservare cambiamenti che attraversano la società e la politica. Le partite finiscono. I tornei passano. Ma le immagini, i simboli e le narrazioni continuano a produrre effetti ben oltre i novanta minuti di gioco. È qui che iniziano ad aprirsi le crepe più significative nell’egemonia culturale costruita negli ultimi decenni. Crepe ancora limitate, forse. Ma sufficienti per suggerire che qualcosa sta cambiando nel modo in cui il mondo osserva se stesso.
Nella terza e ultima parte il ragionamento si allargherà ulteriormente. L’autore mostrerà come la crisi dell’egemonia non riguardi soltanto il potere materiale, ma soprattutto la capacità di controllare il racconto della realtà. Ed è proprio sul terreno della narrazione che si sta giocando la partita più importante.
Credits: Foto generata con l’IA
Leggi la Parte 1: Il pallone dell’Impero (1) – Quando il calcio diventa geopolitica




