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Sbloccato il pacchetto d’aiuti per l’Ucraina, nonostante l’opposizione di Trump

Le recenti tensioni politiche in essere a Washington hanno bloccato per mesi il pacchetto di aiuti destinato a Kiev e agli alleati americani. Sullo sfondo l’ostruzionismo dell’ala trumpiana alla Camera e la campagna elettorale per le presidenziali di novembre.

Il momento unipolare americano, acquisito dopo il crollo dell’Unione Sovietica, ha regalato agli Stati Uniti vent’anni di dominio geopolitico indiscusso. In oltre quattro lustri Washington ha avuto mano libera per intervenire (quasi) indisturbata in giro per il globo, dalla Somalia ai Balcani negli anni Novanta, fino alle guerre al terrore perpetrate dall’amministrazione Bush jr. contro Afghanistan e Iraq.

Proprio queste ultime hanno evidenziato una progressiva stanchezza da parte dell’opinione pubblica a stelle e strisce, storicamente tendente all’isolazionismo, cavalcata egregiamente dall’ex Presidente Donald Trump. Il progressivo disimpegno in teatri non più fondamentali è figlio di quella che può definirsi la fatica imperiale americana, che ha avuto l’effetto collaterale di rinvigorire gli antagonisti degli Stati Uniti, dalla Russia alla Cina.

Questi ultimi hanno dimostrato un rampante attivismo in aree considerate secondarie da Washington, dall’Africa all’Asia Centrale, divenendo sempre più spregiudicati e in alcuni casi scalzando gli occidentali come avvenuto ai danni della Francia in Africa.

Oggi gli Stati Uniti accusano il peso crescente di un impero che si è esteso eccessivamente a cavallo tra i due secoli, ingestibile per un solo attore nel medio periodo. L’aprirsi di molteplici fronti di instabilità, dall’Ucraina alla crisi israelo-palestinese, fino alla crescente aggressività cinese nell’Indo Pacifico, hanno evidenziato le crepe prodotte da questa stanchezza.

Washington mostra questo affaticamento nella parcellizzazione del pensiero dei suoi decisori politici: il maxipacchetto di aiuti da 95 miliardi di dollari votato in Senato a febbraio è rimasto bloccato al Congresso per due mesi a causa della fronda trumpiana dei repubblicani che ha tentato di barattare gli aiuti a Kiev con il finanziamento di provvedimenti atti a garantire la sicurezza al confine con il Messico.

Nella giornata di sabato 20 aprile tuttavia la Camera ha votato a favore dello sblocco dei fondi 311 voti a favore e 112 contrari, superando l’impasse.

Trump non vuole finanziare la guerra in Ucraina

Se fossi presidente [..] farei finire quella guerra in un giorno”, sono state queste le parole ripetute dal tycoon in diverse occasioni davanti alle telecamere. Iperboliche dichiarazioni da campagna elettorale che però tradiscono la volontà di Trump di sganciarsi dal teatro ucraino, negoziando una pace frettolosa o in alternativa addossando il prosieguo della guerra sulle spalle degli europei. La maggioranza repubblicana alla Camera ha consentito a Trump di congelare il pacchetto di aiuti, di cui Kiev ora beneficerà con ben 61 miliardi ad essa destinati, ma che ricomprende fondi anche per Israele e l’Indo Pacifico.

In questo scenario la Russia di Putin può certamente sorridere: un’Ucraina completamente dipendente dall’aiuto estero e in carenza di armi, uomini e mezzi, si mostra oggi in evidente difficoltà.

Le industrie europee faticano ad alimentare da sole la macchina bellica di Kiev e Mosca potrebbe profittare dell’arrivo della bella stagione e dei ritardi sugli aiuti per lanciare un’offensiva estiva volta a conquistare interamente il Donbass, eliminando definitivamente la presenza di militari ucraini nella regione russofona. Di lì potrebbe anche spingersi oltre, inglobando altre parti d’Ucraina per negoziare una tregua da una posizione di chiaro vantaggio tattico.

Due elementi sono stati funzionali a superare lo stallo alla Camera: l’attacco iraniano perpetrato ai danni di Israele ed il sostegno al disegno di legge da parte dello Speaker repubblicano Mike Johnson. Nel maxipacchetto che ristagnava al Congresso americano sono inclusi circa 14 miliardi per Israele e 4,8 miliardi per l’Indo Pacifico e Taiwan. L’attacco iraniano su suolo israeliano e la crescente minaccia che aleggia su Taiwan hanno funto da propulsori a un cambio di passo al Congresso.

Mentre la minaccia russa è vista asimmetricamente tra Repubblicani e Democratici, con la guerra d’Ucraina che instilla divisione sul da farsi tra i politici statunitensi, l’Indo Pacifico per contro è una priorità riconosciuta in maniera bipartisan. Stesso dicasi per Israele, che nonostante i tentativi di escalation portati avanti dal governo Netanyahu, rimane l’alleato principale degli Stati Uniti nella regione, in funzione anti-iraniana.

Obiettivo Indo Pacifico

Per superare l’impasse generatasi, lo speaker della Camera Mike Johnson ha messo a repentaglio il suo futuro politico trovando un accordo con i democratici al Congresso al fine di scorporare il maxipacchetto in quattro distinti per favorire il voto di sabato.

Il Disegno di legge originario è stato sezionato in quattro proposte distinte di cui tre rispettivamente destinate ad Ucraina, Israele e Taiwan (e agli altri alleati regionali). La quarta richiede il sequestro dei beni russi all’estero da inviare sottoforma di aiuti a Kiev e la richiesta per la società cinese Bytedance di cedere il controllo del social media TikTok, inviso in quel di Washington poiché considerato strumento di controllo cinese.

Dei 61 miliardi destinati a Kiev, 23 verranno spesi negli Stati Uniti per rimpinguare gli arsenali a stelle e strisce, mentre 7,8 saranno erogati come prestiti, cancellabili dal Presidente, rendendo possibile per Trump in caso di vittoria, il ritiro del prestito e la restituzione della somma.

Lo sblocco dei fondi per Taiwan è invece propedeutico ad inviare un segnale chiaro ad una Cina sempre più aggressiva. Dall’esito elettorale di febbraio sull’isola, con la vittoria di Lai Ching-te del Democratic Progressive Party, considerato da Pechino “un piantagrane indipendentista”, le azioni di disturbo di Pechino rivolte contro Taiwan sono aumentate sensibilmente.

Pechino oggi schiera costantemente quattro vascelli da guerra attorno all’isola ribelle, con il duplice fine di apporre pressione sui cittadini e le istituzioni taiwanesi e contemporaneamente creare un deterrente marittimo a scopo preventivo per impedire un possibile dispiegamento di truppe americane sull’isola in caso di conflitto.

Parimenti il dragone minaccia gli altri alleati americani nella regione. Uno dei quattro vascelli suddetti è dispiegato nel Mar Cinese Orientale attorno alle isole Senkaku, afferenti al Giappone ma rivendicate dalla Cina. Proprio nelle acque antistanti il piccolo arcipelago giapponese la marina dell’Esercito Popolare di Liberazione nel 2023 è stata avvistata oltre 350 volte nella Zona Contigua delle isole.

Tensioni anche con le Filippine, con Pechino che contende parte delle isole Spratly a Manila e dove la marina cinese a cadenza quasi regolare cannoneggia tramite idranti ad alto getto le navi filippine, intente a rifornire i propri avamposti. A marzo quattro marinai sono rimasti feriti quando il getto d’acqua ad alta pressione ha sfondato i vetri della plancia di comando di un vascello battente bandiera filippina intento a rifornire l’avamposto sul Second Thomas Shoal.

Le tensioni nell’Indo Pacifico sono percepite gravemente a Washington, sia da parte repubblicana che democratica e lo sblocco dei fondi è funzionale a permettere agli alleati regionali di contenere Pechino (con l’indispensabile aiuto statunitense).

Le ragioni dietro all’ostruzionismo trumpiano

Il boicottaggio portato avanti dal tycoon nei confronti degli aiuti a Kiev sta avendo l’effetto venefico di incrinare la già fragile posizione del Presidente Biden, che sulla campagna d’Ucraina aveva puntato molto.

L’aver fermato i russi nelle prime fasi di guerra ha galvanizzato l’amministrazione Biden; nondimeno la fallimentare offensiva d’estate ed il proseguo di una guerra che lato ucraino sembra aver poco da dire stanno trasformando l’Ucraina in un boomerang politico per l’inquilino della Casa Bianca.

Non è inverosimile credere che Trump continuerà a sostenere questa tattica di ostruzionismo (nonostante lo sblocco dei fondi) al fine di paralizzare il Congresso per screditare l’amministrazione Biden, già in calo di consensi tra gli stessi democratici.

In particolare, l’elettorato Dem contesta all’anziano presidente la condotta della guerra a Gaza, come dimostrato in Michigan dove oltre 100mila elettori hanno votato sulla scheda per le primarie con il lapidario “Uncommitted” in chiara protesta rispetto all’operato di Biden.

Lo sblocco dei fondi, accolto con giubilo sia dal Presidente Zelensky che dallo stesso Biden, il quale ha affermato che l’approvazione alla Camera è una “risposta alla chiamata della Storia”, è senz’altro una boccata d’ossigeno per il partito democratico. Lo stesso Trump, negli ultimi giorni, forse conscio dell’imminente voto favorevole, aveva ammorbidito i toni, definendo la difesa dell’Ucraina importante.

Tuttavia se il magnate newyorkese vincerà le elezioni di novembre è verosimile credere che tenterà di chiudere in fretta la partita in Ucraina, per concentrarsi sull’Indo Pacifico, unico punto d’incontro tra Repubblicani e Democratici.

Credits: foto di Brett Sayles da Pexels

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Carlo Andrea Mercuri

Analista geopolitico, si occupa da anni di questioni internazionali. Autore del libro Verità a Stelle e Strisce (Gruppo Albatros il Filo - 2017), ha collaborato con diverse testate per le sezioni esteri e geopolitica. Appassionato di storia contemporanea americana ed estremorientale.

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