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Considerazioni sul futuro del conflitto in Ucraina

A quasi due anni dall’inizio delle ostilità, la guerra sembra dover durare ancora a lungo, nonostante dal fronte non emergano sostanziali cambiamenti. Sullo sfondo l’irriducibilità del Presidente Zelensky

Con il 2023 che va a concludersi, la situazione militare in Ucraina non sembra aver registrato sostanziali progressi sul campo nonostante la tanto pubblicizzata controffensiva d’estate. Complice l’arrivo dell’inverno, che a quelle latitudini rende il terreno fangoso, innevato e poco adatto a grandi manovre militari, la guerra viene categorizzata sempre più come un conflitto “d’attrito”.

Si definisce tale una guerra dove vi sono minimi progressi territoriali e i due schieramenti sono attestati su posizioni ben definite, con lo scopo di logorare il morale e le risorse umane e materiali dell’avversario.

L’evoluzione di scenario qui prospettata impone una rilettura del conflitto in corso: disponendo di un capitale umano, militare ed economico ben più ampio della controparte ucraina, la Russia in questa fase risulta in chiaro vantaggio tattico. Non devono lasciar ingannare i numeri recentemente diffusi dall’intelligence statunitense al Congresso sulle perdite russe.

Nonostante le impressionanti numeriche (315mila uomini persi dall’inizio dell’Operazione Militare Speciale; in Afghanistan i morti non toccavano nemmeno quota 30mila), l’abbrivio (qualora ve ne fosse uno) è dalla parte di Mosca.  Truppe russe contrattaccano nelle regioni del Donetsk e Luhansk, con l’obiettivo di allungare un fronte già prolassato su centinaia di chilometri, mettendo in crisi le già limitate risorse ucraine.

Russia in vantaggio nella guerra lunga

L’establishment russo ha portato a termine con successo una transizione del Paese a economia di guerra, impostando i turni nelle fabbriche di armamenti a tre giornalieri (H24). Ha deputato oltre il 6% del suo Pil alla spesa militare per il 2024 e ha deviato l’export negato dalle sanzioni occidentali verso Paesi rimasti tiepidi al conflitto ucraino come l’India di Modi. Ha usato una retorica antioccidentalista per cementare le relazioni con paesi del cosiddetto “Sud Globale”, stanchi del paternalismo con il quale molto spesso vengono trattati e desiderosi di una relazione alla pari con le grandi potenze.

Se la guerra terminasse oggi la Russia potrebbe comunque vendere propagandisticamente al mondo questo conflitto come una vittoria tattica. A latere del proselitismo filorusso, che ha ricalibrato la portata della contesa tra Mosca e Kiev a uno scontro tra la Federazione russa e l’Occidente intero, la Russia ha comunque portato a termine l’obiettivo minimo indispensabile per poter dichiarare “vittoria”. Ha creato un collegamento terrestre diretto tra la Crimea e il Donbass, mettendo in sicurezza la strategica Penisola Eusina, funzionale al controllo del Mar Nero data la sua posizione.

Grazie alla scelta del generale Surovikin, le forze armate russe hanno attestato la linea del fronte su posizioni più facilmente difendibili, soprattutto sul saliente sudoccidentale grazie all’ostacolo naturale che fornisce il fiume Dnepr.

Certo non è stata in grado di prendere Odessa e il suo importante scalo portuale (unico con fondali tanto profondi da consentire il passaggio di navi con pesante tonnellaggio) e non ha unito la regione separatista della Transnistria alla madre Patria. Questo però non comporta che in futuro Mosca non possa tentare un ulteriore affondo, privando Kiev del suo sbocco al mare (o peggio).

Ucraina in difficoltà

Per contro un’Ucraina seppur rimaneggiata (privata del suo cuore industriale – il Donbas – e della strategica Crimea) con Odessa e l’omonimo Oblast, detiene ancora oggi un fondamentale affaccio al mare, ragion per la quale può mantenere attivo un canale di export imprescindibile per il futuro del Paese, senza dover dipendere da altri Stati per il passaggio delle sue merci via terra.

A quasi due anni di guerra, la stanchezza del conflitto pende sul paese est europeo. Con il bacino di reclutamento di nuovi soldati che si assottiglia sempre di più e un blocco Occidentale sempre più scettico circa la possibilità per Kiev di recuperare le terre sottratte (plastica manifestazione sono i ritardi nelle consegne di armi e la sempre minore attenzione mediatica concessa al conflitto), la sindrome d’abbandono è un’ipotesi non più così remota.

Già a inizio anno l’ex Capo di Stato Maggiore Usa Mark Milley tuonava circa la troppo ottimistica pretesa ucraina di riconquistare i territori persi durante l’assalto russo. Il tempo sembra avergli dato ragione: la controffensiva a oggi ha macinato esigue riconquiste territoriali a fronte di ingenti perdite umane e materiali e il fronte russo non presenta cedimenti sostanziali.

In questo cupo affresco, Zelensky risulta sempre più isolato e si serve dello spettro della guerra per annullare le elezioni del prossimo marzo (la Costituzione glielo consente fintanto che permane lo stato di guerra). Vola a Washington per questuare altri miliardi di aiuti militari per prolassare un conflitto che difficilmente avrà ancora qualcosa da dire in termini di (ri)conquiste territoriali da parte ucraina.

A confermare ciò è lo stesso Valery Zaluzhny, Comandante in capo delle forze armate ucraine, che vede nella ferrea convinzione del presidente Zelensky di riconquistare tutti i territori perduti poco più di una pia illusione.

Proprio a Washington il Presidente Zelensky ha ricevuto un (momentaneo) secco no ai tanto sperati finanziamenti per il proseguo del conflitto. Il Presidente statunitense Biden ha incassato l’ostruzionismo repubblicano al suo disegno di legge emergenziale per lo stanziamento di 110 miliardi di dollari in aiuti militari di cui oltre la metà destinati a Kiev. Degli oltre 61 miliardi prospettati, Zelensky torna in patria con “soli” 200 milioni di dollari.

In America il clima da campagna elettorale già impazza e i repubblicani non hanno intenzione di finanziare ancora la scommessa ucraina, almeno non senza ottenere qualcosa in cambio: la moneta di scambio è che parte dei fondi sia dirottata sul fronte interno, per potenziare le misure al contrasto dell’immigrazione clandestina negli Stati Uniti. Complice il fallimento della controffensiva e le continue accuse di corruzione che aleggiano sul Paese est europeo gli esponenti del Gop (Partito Repubblicano) non sembrano intenzionati a elargire ulteriori denari per finanziare lo sforzo bellico ucraino.

Il rischio per Biden è che il suo maggior successo di politica estera (l’aver impedito alla Russia di fagocitare l’Ucraina), divenga un boomerang politico in vista delle prossime elezioni di novembre, con Trump già pronto a sfruttare la situazione per proprio tornaconto elettorale.

Se gli Stati Uniti per ora negano altri fondi a Kiev, in attesa di un accordo a gennaio tra Repubblicani e Democratici, l’UE vara il dodicesimo pacchetto di sanzioni ma da sola non potrà sostenere lo sforzo bellico di Kiev. La guerra in Medio Oriente e la crescente aggressività cinese concorrono a deviare progressivamente le attenzioni della Casa Bianca, intrappolata in un impero che ormai sembra troppo grande per essere gestito efficientemente solo da Washington.

Considerazioni sul futuro del conflitto

In questo scenario Putin e l’establishment russo non possono che gongolare, attendendo l’esito delle elezioni negli Stati Uniti e ricaricando le forze in vista della primavera 2024 nella quale, stante la situazione attuale, potrebbero approfittare a livello militare. In tale contesto potrebbe non essere più necessario sedersi a un tavolo per trattare almeno una tregua che congeli il conflitto sulla falsariga di quanto avvenuto in Corea negli anni Cinquanta.

Plastica manifestazione in tal senso sono le parole del portavoce del Cremlino Dmitry Peskov pronunciate il 20 dicembre scorso che denunciano la strategia attendista russa in questo clima di sfaldamento della coalizione occidentale:

Riteniamo davvero che il tema dei negoziati non sia rilevante in questo momento […] non c’erano prerequisiti per i negoziati – e ce n’erano ancora meno dopo che l’Ucraina ha effettivamente proibito legalmente qualsiasi negoziato con la parte russa”

Peskov si riferisce al decreto firmato dal Presidente Zelensky nell’ottobre del 2022 che dichiarava formalmente impossibile la prospettiva di qualsiasi dialogo con la Russia fintanto che Putin fosse rimasto al comando.     

L’intransigenza del Presidente è esiziale per l’Ucraina e per la ric,erca di una pace. Invero le annessioni russe, frutto di un’azione armata sono senza dubbio condannabili ma il diniego totale ad accettare una situazione che de facto difficilmente potrà essere invertita è altrettanto biasimevole.

Kiev sa che se oggi dovesse sedersi a un tavolo delle trattative per accordarsi, quantomeno su una tregua, difficilmente potrà riconquistare in futuro i territori persi, ma considerando l’aggressore e le capacità ancora impiegabili dalla Russia (non è ancora stata dichiarata la mobilitazione generale) forse si potrebbe valutare una soluzione di compromesso.

La guerra ha cementato il popolo ucraino rendendolo definitivamente nazione con un proprio epos e un nemico comune. I territori persi rimangono una ferita aperta e le vittime civili un monito a non dimenticare e a non abbassare la guardia. Parimenti Kiev sta finalizzando il suo avvicinamento all’Occidente con il prossimo ingresso all’UE e un esercito ormai improntato sul modello NATO.         


Probabilmente non otterrà il lasciapassare per l’Alleanza Atlantica nei prossimi anni ma oramai ha superato lo standard sovietico/russo e la dipendenza da Mosca per il suo fabbisogno militare. Ma se la linea intransigente dovesse permanere Kiev potrebbe perdere più di quanto non abbia già fatto. La scommessa sul piatto è di quelle che scottano, Zelensky sembra intenzionato a fare All-in, occorre vedere se gli alleati continueranno a fornire le fiches a tempo indeterminato.

Credits: foto di Frimufilms da Freepik

 

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Carlo Andrea Mercuri

Carlo Andrea Mercuri

Analista geopolitico, si occupa da anni di questioni internazionali. Autore del libro Verità a Stelle e Strisce (Gruppo Albatros il Filo - 2017), ha collaborato con diverse testate per le sezioni esteri e geopolitica. Appassionato di storia contemporanea americana ed estremorientale.

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