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L’Ambazonia, storia di un conflitto dimenticato

Il Camerun da oltre sei anni è infiammato da un conflitto dimenticato; sullo sfondo un paese spaccato tra anglofoni e francofoni.

Il suolo africano è costantemente bagnato del sangue della guerra. Con oltre trenta conflitti attivi (dalle guerre classiche alle schermaglie), l’Africa è il continente dove si registra il maggior numero di conflitti nel mondo.  Alcuni di questi sono frutto di un retaggio coloniale che ha sezionato artificialmente il continente, forzando popolazioni invise alla coabitazione. Molti invece originano dall’accaparramento di potere e materie prime di cui l’Africa è ben fornita.

Dei conflitti che attanagliano il continente, i paesi facenti parte del quadrante dell’Africa francofona sono tra i più bersagliati. Tra questi il Camerun, dove dal 2017 vi è in atto un conflitto nella parte occidentale del paese, tra il governo Federale e la Repubblica secessionista dell’Ambazonia.

Le origini del conflitto

L’ex possedimento coloniale tedesco della Kolonie Kamerun, dopo esser passato sotto mandato francese post Prima Guerra Mondiale, ottenne l’indipendenza da Parigi il 1° gennaio 1960. L’anno seguente a esso si univa la parte meridionale dell’ex-Camerun Britannico per andare a formare la Repubblica Federale del Camerun.

La scelta unionista derivava da un referendum popolare delle popolazioni del sud di fede cattolica e quindi inclini a una federazione con il Camerun. Le popolazioni a maggioranza musulmana dell’ex Camerun Britannico, situate nella parte nord invece propesero per passare sotto la Nigeria.

Tuttavia, il governo centrale Yaoundé, di chiaro dominio francofono, nel tempo si prodigò per una progressiva eradicazione delle istituzioni anglofone tipiche della regione. La forzatura comportò un crescente stato di tensione tra la minoranza anglofona e il governo federale.

Ad acuire ulteriormente il contrasto fu la svolta nel sistema di governo del paese. Nel 1972 il Camerun vedeva soppresso il sistema federale in ragione della Repubblica Unita del Camerun.              
La scelta referendaria del 1961, che aveva unito l’ex Camerun Britannico al paese, era dettata soprattutto dall’assetto federale, il quale garantiva allo stato federato alcune libertà quali l’inglese come lingua ufficiale e il mantenimento delle istituzioni e della cultura di stampo britannico.

La progressiva marginalizzazione degli anglofoni, unita all’implementazione forzosa della francofonia all’interno delle istituzioni, portava negli anni Novanta alle prime concrete minacce di secessionismo.  
Tra il 1993 e 1994 esponenti dei gruppi anglofoni chiesero insistentemente il ritorno al sistema federale, minacciando in caso contrario una dichiarazione unilaterale di indipendenza.

L’anno seguente ci fu un referendum nel quale si richiedeva se la popolazione dell’ex-Camerun Britannico fosse a favore dell’indipendenza. La risposta fu quasi plebiscitaria in favore del SI (stando ai dati divulgati dal Southern Cameroons National Council – l’organizzazione politica formatasi per propugnare l’indipendenza della regione). Tra il 1997 e il 1999 una serie di violenti scontri tra esponenti dell’SCNC e le forze dell’ordine camerunensi portarono a svariati arresti e successivamente, nel 2001 a dichiarare il movimento illegale.

L’Ambazonia

Tra tensioni crescenti e diritti negati, il 12 ottobre 2016 l’intellighenzia della regione anglofona incitava a dimostrazioni pacifiche contro il governo di Yaoundé. Alla protesta partecipava una larga maggioranza della popolazione, con scioperi e chiusure protratti per settimane alle quali le istituzioni camerunensi rispondevano con arresti, intimidazioni e finanche la chiusura di Internet.

Il 1° ottobre 2017 i movimenti separatisti della regione dichiaravano la nascita della Repubblica Federale dell’Ambazonia con capitale Buéa. La risposta del governo è fulminea e brutale: 17 persone vengono uccise durante gli scontri con le forze di sicurezza camerunensi.

Anche 14 operatori dell’esercito regolare vengono uccisi dalle Forze di Difesa dell’Ambazonia. Inizia una vera e propria guerriglia tra le forze armate del governo centrale e molteplici fazioni armate ambazoniane come gli ARA, i Red Dragons e l’ABL, solo per citarne alcuni.

Queste ultime, slegate dall’apparato statale dell’Ambazonia, oltre a combattere le forze camerunensi, prendono di mira la popolazione civile sospettata di collaborazionismo con Yaoundé.

Rapimenti, estorsioni, rapine, omicidi, vengono perpetrati per finanziare i gruppi armati secessionisti, che con la scusante della guerra indipendentista si macchiano di ogni sorta di crimine.             
I tentativi internazionali di mediazione falliscono miseramente e la situazione in Ambazonia rimane tutt’oggi estremamente tesa.

L’ennesimo conflitto dimenticato?

Il conflitto, che perdura ormai da sei anni, nel 2023 ha subito un’escalation. I separatisti dell’Ambazonia nel maggio scorso hanno portato a compimento un attacco vicino al fondamentale hub portuale di Douala nel Camerun francofono.

La città funge da snodo marittimo nel Golfo di Guinea e consente il transito di merci non solo da e per il Camerun ma anche per paesi senza sbocco al mare come Ciad e Repubblica Centrafricana. Un’eventuale presa della città comporterebbe una ricalibrazione del conflitto in corso. Con l’attacco di maggio i ribelli hanno dimostrato capacità offensive in grado di scuotere il cuore economico del paese e spostano l’asticella dello scontro a un nuovo livello di tensione.

Il tutto nell’inazione di un Occidente sempre più marginalizzato in Africa, Camerun compreso. Paul Biya, il nonagenario Presidente del Paese, in carica dal 1982, ha legato il destino della nazione a una salda relazione con la Russia. Proprio Mosca fa quanto in suo potere per evitare che le ADF (Ambazonian Defence Forces) possano ricevere aiuti da Washington e soci, favorendo l’adozione del pugno di ferro da parte di Yaoundé.

Sullo sfondo una regione, quella dell’Ambazonia, piagata da anni di guerra civile, dove nemmeno ai bambini vengono garantiti i diritti di base. Le fazioni ribelli, tacciando il sistema scolastico di proselitismo pro-governativo e filo francofonia, hanno fatto chiudere circa l’80% degli istituti educativi nella regione separatista.  

Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari, sono circa 700mila i bambini ai quali è o è stata negata l’istruzione. Ad essi si aggiungono circa 6mila vittime e quasi 800mila sfollati per l’ennesimo conflitto dimenticato del continente africano.

Credits: foto da Freepik

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Carlo Andrea Mercuri

Carlo Andrea Mercuri

Analista geopolitico, si occupa da anni di questioni internazionali. Autore del libro Verità a Stelle e Strisce (Gruppo Albatros il Filo - 2017), ha collaborato con diverse testate per le sezioni esteri e geopolitica. Appassionato di storia contemporanea americana ed estremorientale.

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