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L’ambiguità strategica dell’India

Come Delhi sta sfruttando l’attuale congiuntura geopolitica a proprio vantaggio scegliendo di non schierarsi apertamente

Nel maggio del 2020 sulle montuose catene dell’Himalaya si riaccendeva lo scontro tra Cina e India per il conteso territorio del Ladakh. Passato (quasi) in sordina alle nostre latitudini, complice l’accentramento mediatico dovuto alla pandemia da Covid-19, il breve conflitto consumatosi nella regione di confine tra Delhi e Pechino era parte di un più ampio scontro che affonda le sue radici addirittura a metà del secolo scorso.
Nel 1962 la guerra sino-indiana accese una disputa per il controllo della porzione nordorientale del Kashmir o Aksai Chin, amministrata dalla Repubblica Popolare ma rivendicata dall’India, dando il là a decenni di tensioni tra i due giganti asiatici senza trovare una soluzione definitiva alla disputa. Lo scontro avvenuto nell’estate del 2020, combattuto a spranghe e intensi corpo a corpo, fu attenzionato doviziosamente da Washington, la quale intravide nel conflitto l’opportunità di attrarre ulteriormente Delhi nel suo blocco di contenimento in funzione anticinese. Geograficamente collocata in posizione di strategica dominanza sul Golfo del Bengala, con le formazioni insulari delle Andamane e Nicobare a formare una naturale catena contenitiva, l’India compone l’estrema difesa nell’imbrigliamento cinese ordito da Washington nell’Indo-Pacifico.          
La limitazione dell’estroflessione talassocratica* di Pechino vede in Delhi l’ultimo bastione valido al fine di scongiurare il dilagare marittimo del Dragone, proprio grazie alla sua posizione geografica.         
Il choke-point** marittimo dello Stretto di Malacca incanala naturalmente il naviglio transitante verso il mare delle Andamane, dove le omonime formazioni insulari amministrate da Delhi fungono da terminale di sbarramento prima dell’accesso all’Oceano Indiano. In un ipotetico scontro con Pechino, l’ultima linea di difesa che impedirebbe al Dragone l’estroflessione in mare aperto e l’accesso ai porti mediorientali, vitali per l’approvvigionamento di idrocarburi, sono proprio i due arcipelaghi indiani.               
Ancora, la partecipazione di Delhi al quadrilatero securitario Indo-Pacifico del Quad, che vede tra i suoi partecipanti, oltre al gigante Indiano, Australia, Giappone e Stati Uniti, è ulteriore tassello della volontà indiana di contenere Pechino. Stanti le succitate premesse, unite al suo sistema politico che ne fa la più grande democrazia del mondo – sulla deriva autoritaria nella quale il paese sta scivolando occorrerebbe aprire un apposito dibattito – sembrerebbe indubbia la ferma collocazione dell’India nello schieramento anticinese e antiregime in genere. Eppure, Delhi ha scelto di non scegliere da che parte schierarsi mantenendo una profittevole ambiguità. Il conflitto in Ucraina del 2022 ha visto l’India accogliere in maniera molto tiepida le rimostranze occidentali all’invasione russa del paese. In uno slancio di pragmatismo, sincretizzato dalle parole del Ministro degli Esteri indiano Jaishankar, lo stesso ha domandato polemicamente ‹‹perché i problemi dell’Europa devono essere di interesse mondiale, mentre i problemi mondiali non sono problemi dell’Europa?››              
Per il tramite delle parole del numero uno del dicastero degli Esteri, l’India ha voluto denunciare la parzialità della visione occidentale sulle questioni geopolitiche e al contempo ha messo in risalto la realpolitik indiana.   
In quest’ottica di opportunismo geopolitico Delhi mantiene di fatto ottime relazioni con Mosca, accentuatesi paradossalmente dallo scoppio del conflitto ucraino. I rapporti con il Cremlino rimangono saldi per ragioni di carattere storico, economico e geopolitico. Storicamente le relazioni con Mosca funsero da contraltare all’interessamento che gli Stati Uniti espressero nella seconda metà del Novecento nella nemesi indiana, il Pakistan. Nel 1971 Mosca e Delhi firmarono un trattato di amicizia e cooperazione ventennale che controbilanciava l’asse che si stava formando tra Washington, Islamabad e Pechino. La relazione speciale tra Delhi e Mosca è sopravvissuta indenne al crollo del regime sovietico.            
Se la Russia sostiene le rivendicazioni indiane sul Kashmir, Delhi ha deciso di opporsi alle prime sanzioni occidentali inferte a Mosca dopo l’annessione della Crimea nel 2014.  
D’altronde l’India vede nell’Orso russo un importante elemento di controbilanciamento del potere cinese nella regione.      
La guerra in Ucraina ha rappresentato per Delhi un’occasione unica a livello economico. Il surplus produttivo gasiero e petrolifero russo, orfano dello sfogo nel ricco mercato europeo, ha trovato spazio nell’enorme piazza che è l’India.  Oltre al petrolio, anche fertilizzanti, oli vegetali, carbone, ferro e acciaio hanno trovato nell’India uno sfogo naturale per l’export russo.   
Non solo le materie prime sono al centro dello scambio commerciale tra Mosca e Delhi. Il ricco mercato degli armamenti vede nell’India un cliente di prim’ordine per la Russia. A oggi oltre il 60% delle forniture militari indiane sono di origine russa.   
In quest’ottica di vantaggio reciproco, è cristallino il motivo per cui l’India non abbia imposto sanzioni di alcun tipo a Mosca per l’aggressione all’Ucraina.        
Eppure, l’ambiguità strategica adottata dall’India non la esime dal dialogo con Washington. La minaccia cinese, estrinsecata per mare e per terra (i due giganti condividono un confine di oltre tremila chilometri), funge da attrattore naturale che porta Delhi a dialogare intensamente con gli Stati Uniti. Durante la visita del Primo Ministro Modi a Washington, avvenuta il 21 giugno scorso, un estatico Joe Biden ha promesso ingenti aiuti all’India in settori ad alto valore strategico, ottenendo in cambio una vaga promessa di evitare il decoupling*** geopolitico da Washington in favore di Pechino. Accordi stipulati in settori chiave come quello dei semiconduttori e dei supercomputer. Suggello finale è stato l’accordo siglato tra l’americana General Electric e l’Hindustan Aeronautics per l’apertura di una fabbrica di motori di jet militari in India; quest’ultimo vero tassello fondamentale per Delhi che cerca di emanciparsi militarmente, diversificando i propri approvvigionamenti bellici da Mosca per ridurne la sudditanza. La manica larga di Washington d’altronde è difficilmente contestabile in questo frangente: portare l’India dalla propria parte in funzione anticinese è fondamentale. Eppure, Modi non limita le sue relazioni occidentali al rapporto con Washington.
Il 14 luglio scorso, in occasione delle celebrazioni in Francia per l’anniversario della Presa della Bastiglia, il Presidente francese Macron ha ospitato proprio il Premier indiano, con tanto di sfilata da parte di alcuni reparti indiani alla parata militare transalpina. Durante il soggiorno parigino di Modi, l’India ha suggellato con la Francia un pesante accordo per la vendita da parte di Parigi di 26 caccia Rafale-M e 3 sottomarini classe Scorpène. I caccia francesi, che hanno vinto la competizione con gli americani F/A-18 Super Hornet, verranno imbarcati sulla portaerei Vikrant, gioiello della cantieristica indiana. I velivoli prodotti dalla Dassault andranno a sostituire i vetusti Mig-29k di fabbricazione russa. Oltre alle commesse militari, i due leader hanno discusso dei rispettivi piani per l’Indo-Pacifico. Non è un mistero che Parigi, forte dei suoi possedimenti d’oltremare, stia ricercando una propria autonomia strategica nel quadrante asiatico e veda nell’India un valido partner alternativo con cui cementare i propri sogni di Grandeur asiatica. Non a caso è stato proprio il veto francese a impedire l’apertura di un ufficio di collegamento NATO in Giappone. La Francia guarda all’Indo-Pacifico ma lo fa a modo suo, ricercando autonomia strategica in luogo di alleanze con Washington e soci.          
La sponda francese sostanzia l’ambiguità strategica indiana, permettendole di diversificare la sua dottrina di profittevole non-allineamento.          
Eppure, la condizione attuale di innegabile vantaggio che l’India ha saputo cogliere dalla congiuntura geopolitica creatasi, potrebbe dover cedere il passo a una scelta definitiva dove a Delhi verrà intimato di schierarsi. Se l’irriducibilità dello scontro tra Washington e Pechino sarà realtà, l’India verosimilmente dovrà compiere una scelta di campo, abbandonando la neutralità strategica in favore di una vera e propria alleanza. Con chi e se si schiererà solo il tempo potrà dirlo.       

* = “Talassocratico” è un termine che si riferisce a una forma di governo o dominio in cui il potere politico e l’influenza sono concentrati sul controllo del mare e delle rotte commerciali marittime

** = Un choke-point marittimo, noto anche come stretto marittimo o punto di strozzatura, è una via di navigazione stretta e critica che collega due regioni oceaniche o aree di mare più grandi.

*** = Il termine “decoupling” (letteralmente “disaccoppiamento” o “disgiunzione” in italiano) è utilizzato in vari contesti per descrivere la separazione o la riduzione delle interconnessioni e delle interdipendenze tra due o più sistemi, settori o economie.

Credits: foto di Sambeetarts da Pixabay 

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Carlo Andrea Mercuri

Carlo Andrea Mercuri

Analista geopolitico, si occupa da anni di questioni internazionali. Autore del libro Verità a Stelle e Strisce (Gruppo Albatros il Filo - 2017), ha collaborato con diverse testate per le sezioni esteri e geopolitica. Appassionato di storia contemporanea americana ed estremorientale.

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