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Se Riyad abbandona Washington (e viceversa) – Parte IIª

In questo speciale in tre parti ripercorriamo l’evoluzione dei rapporti tra l’egemone statunitense e la potente petromonarchia, dall’ascesa al declino.

Analizzato nella prima parte dello speciale il momento di massimo splendore dei rapporti tra Washington e Riyad, ora vedremo come nel primo decennio del XXI secolo la “special relationship” tra i due paesi inizi a incrinarsi. Tra terrorismo, progressiva ascesa cinese e rivoluzione nel campo dell’estrazione petrolifera, ha inizio lo scadimento delle relazioni.

L’11 settembre e l’inizio del declino

Negli attacchi terroristici che colpirono al cuore degli Stati Uniti in quel fatidico 11 settembre 2001, dei 19 dirottatori coinvolti 15 furono indentificati come cittadini sauditi. La mente dietro agli attentati fu individuata nella figura di Osama Bin Laden, ricco esponente dell’omonima famiglia saudita che da anni ormai si era votato al Jihad, dapprima contro i sovietici nell’invasione dell’Afghanistan, poi a più riprese contro gli stessi Stati Uniti.

Nonostante i momenti di tensione tra Washington e Riyad, successivi alle accuse mosse dagli americani alle associazioni caritatevoli saudite, ree di finanziare pesantemente Al-Qaeda con il connivente occhio chiuso delle autorità saudite, a queste ultime non furono mai mosse accuse ufficiali di coinvolgimento diretto.

Nel controverso rapporto della Commissione sull’11 settembre, riguardo alla possibile implicazione saudita negli attentati si legge che:

Non vi sono prove che il governo Saudita come istituzione o membri di spicco dello stesso abbiano finanziato Al-Qaeda per cospirare negli attacchi”

Tuttavia, sempre nel rapporto si evinceva che nell’Arabia Saudita venivano raccolti ingenti fondi a beneficio di Al-Qaeda tramite enti caritatevoli nei quali vi era anche una sponsorizzazione diretta del governo Saudita.

Nonostante le fosche posizioni del governo Saudita, i flussi di finanziamento diretti ad Al-Qaeda e il coinvolgimento negli attentati alle Twin Towers e al Pentagono di cittadini sauditi, gli Stati Uniti dirottarono le loro attenzioni sull’Afghanistan dei talebani, rei di dare asilo alla mente dell’11 settembre, Osama Bin Laden.

La guerra al terrore che ne scaturì vide proprio un coinvolgimento diretto dell’Arabia Saudita nella lotta alle organizzazioni terroristiche con il supporto delle agenzie federali statunitensi; queste ultime istruirono le controparti mediorientali in antiterrorismo rafforzando al contempo l’interoperabilità tra i rispettivi bureau.

Il prolungato soggiorno mediorientale di Washington, che due anni più tardi avrebbe preso di mira l’Iraq di Saddam Hussein, colpevole di (NON) possedere armi di distruzione di massa, rese indispensabile l’appoggio logistico e diplomatico saudita, in un periodo di forti tensioni tra Washington e le varie nazioni musulmane.   
Tuttavia, Il ferreo legame che aveva fino a quel momento caratterizzato le relazioni tra Washington e Riyad avrebbe subito una pesante battuta d’arresto, che si sarebbe manifestata carsicamente a partire dalla fine del decennio.

Due eventi in particolare contribuirono a ricalibrare l’importanza granitica assunta da Riyad agli occhi di Washington fino a quel momento: l’avvento di Barak Obama alla presidenza e la rivoluzione shale in ambito petrolifero.
Le politiche obamiane si caratterizzarono per due direttrici tra loro interconnesse: il pivot asiatico e il tentativo di normalizzazione dei rapporti con la Repubblica islamica dell’Iran.

Il progressivo incalzare della Cina sugli scenari internazionali, sostenuto da un decennio di assenza totale di Washington dai radar, impantanata nelle sabbie mediorientali, costrinse la Casa Bianca a ricalibrare il focus sul quadrante Indo-Pacifico, relegando il Medio Oriente in posizione subalterna. È in tale contesto che devono essere interpretati gli sforzi dell’Amministrazione Obama nel normalizzare i rapporti con Teheran. Liberare gli Stati Uniti dalle beghe mediorientali per concentrare gli sforzi sul contenimento cinese era l’imperativo strategico alla Casa Bianca. Il riavvicinamento tra Washington e Teheran, favorito dal Presidente iraniano Rouhani, intenzionato a smorzare la retorica incendiaria anti-USA e Israele del suo predecessore Ahmadinejad, fu visto come fumo negli occhi da Riyad. L’Iran era (è) un competitor per l’egemonia regionale bramata dall’Arabia Saudita e una potenziale rimozione del pesante impianto sanzionatorio che attanagliava il paese avrebbe funto da volano alla sua crescita, a scapito proprio della Petromonarchia saudita.            

È in tale contesto che si innestava lo sforzo diplomatico del JCPOA (acronimo di Joint Comprehensive Plan of Action) tra Teheran e il gruppo dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU più la Germania per la regolamentazione del nucleare iraniano.       
L’altro fattore che contribuì sensibilmente a esacerbare i rapporti tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita fu la cosiddetta rivoluzione shale. L’evoluzione della tecnica di estrazione di GNL dalle rocce di scisto mediante il fracking (fratturazione idraulica) comportò un aumento produttivo negli Stati Uniti tale che il paese, raggiunse dapprima l’indipendenza energetica, per poi divenire un esportatore netto di gas naturale. Si creava una frattura tra USA e Arabia Saudita dove Washington non solo riduceva drasticamente la dipendenza dal greggio saudita ma diveniva un diretto competitor di Riyad nell’export di idrocarburi.


L’involuzione delle relazioni commerciali unita alla diminuzione di importanza di Riyad agli occhi di Washington avrebbe comportato un progressivo disaccoppiamento che l’avvento di Trump alla Presidenza degli Stati Uniti avrebbe solo in parte mitigato.

Continua…

Credits: foto di Lara Jameson da Pexels


     

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Carlo Andrea Mercuri

Analista geopolitico, si occupa da anni di questioni internazionali. Autore del libro Verità a Stelle e Strisce (Gruppo Albatros il Filo - 2017), ha collaborato con diverse testate per le sezioni esteri e geopolitica. Appassionato di storia contemporanea americana ed estremorientale.

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