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Se Riyad abbandona Washington (e viceversa) – Parte Iª

In questo speciale in tre parti ripercorriamo l’evoluzione dei rapporti tra l’egemone statunitense e la potente petromonarchia, dall’ascesa nel XX secolo al declino.

17 gennaio 1991 Guerra del Golfo

11 settembre 2001 Attacco alle Torri Gemelle

22 agosto 2023 Vertice Brics in Sud Africa

Queste tre date di per sé sarebbero sufficienti a dipingere esaustivamente la parabola geopolitica tra Riyad e Washington. Dallo Zenith della guerra del Golfo del 1991 al Nadir del recente vertice sudafricano dei Brics, le relazioni tra il Regno dei Saud e Washington hanno subito una rapida involuzione negli ultimi anni.
Il rapporto tra i sauditi e la Casa Bianca, cementato da oltre novant’anni di relazioni ufficiali tra i due paesi, si è basato su tre pilastri portanti.

  1. Sostegno (quasi) incondizionato alla monarchia regnante da parte di Washington.
  2. Fornitura costante di petrolio da parte dell’Arabia Saudita per la macchina
    militare-industriale statunitense.
  3. Supporto di Riyad alle politiche mediorientali di Washington.

Da sempre considerata una regione ad alto valore strategico, ambivalentemente per l’abbondanza di idrocarburi e per gli Stretti marittimi a essa correlati (Suez, Bab el-Mandeb, Hormuz), l’area mediorientale ha visto negli anni a cavallo tra la Seconda Guerra Mondiale e i primi anni Duemila, un costante impegno degli Stati Uniti nel “preservare” quel delicato quadrante da ingerenze sgradite. Negli ultimi anni, tuttavia, il focus di Washington si è spostato progressivamente sull’area indopacifica, complice la rampante assertività cinese, rendendo Riyad meno centrale nella visione geopolitica di Washington.
Procedendo in ordine cronologico in questa prima parte analizzeremo quello che può essere identificato come il momento di picco delle relazioni tra i due paesi.

L’apogeo durante la Guerra del Golfo

L’importanza rivestita dall’Arabia Saudita agli occhi di Washington si manifestò plasticamente durante l’invasione irachena del Kuwait nell’agosto del 1990. Devastato economicamente dalla pluriennale campagna bellica contro l’Iran sciita, I’Iraq decise di invadere il ricco e confinante emirato del Kuwait, nei confronti del quale Baghdad aveva maturato un ingente debito (circa quattordici miliardi di dollari).
Il piccolo stato arabo si era inimicato il suo bellicoso vicino rifiutandosi sia di abbonare il passivo contratto da Saddam Hussein per finanziare lo sforzo bellico anti-iraniano, che di diminuire l’estrazione di greggio su richiesta dello stesso Iraq.

L’aumento delle estrazioni da parte del Kuwait impedì l’innalzamento dei prezzi del petrolio; la decisione kuwaitiana impedì alle casse irachene di aumentare gli introiti dalla rivendita di idrocarburi, dato il prezzo mantenuto volutamente basso e competitivo.    
Rivendicando il Kuwait come parte integrante della nazione irachena, sulla scorta del dominio ottomano sulla regione (in aperta violazione del trattato firmato nel 1963 nel quale Baghdad si impegnava a riconoscere l’emirato come Stato indipendente accettando anche i reciproci confini), Saddam mosse guerra. Forte di un esercito composto da circa 400.000 uomini e rodato da otto anni di campagna militare con l’Iran, l’Iraq si impose in sole quarantotto ore sul piccolo e quasi inerme vicino.

La presa del Kuwait poneva l’Iraq in una rinnovata situazione di forza economica, quasi raddoppiando la sua capacità produttiva. Il focus di Washington fu subito spostato sul vicino sudoccidentale dell’Iraq, l’Arabia Saudita. Complici i debiti che l’Iraq aveva contratto anche con Riyad e la retorica incendiaria di Saddam nei confronti della dinastia dei Saud, alla Casa Bianca vi era seria preoccupazione per un’eventuale ulteriore aggressione manu militari da parte delle forze armate irachene.         
Su pressioni dell’amministrazione Bush sr., che usò ad arte foto satellitari per mostrare gli spostamenti di truppe irachene verso il confine saudita, Riyad emise una formale richiesta di aiuto che si tradusse in una vasta operazione militare, nome in codice Desert Shield. Il 7 agosto 1990 iniziò una mobilitazione in terra saudita di una gigantesca macchina bellica da oltre mezzo milione di uomini e migliaia di mezzi militari. Sotto il comando del generale USA Norman Schwarzkopf una coalizione multinazionale di oltre 30 nazioni si installò tra Arabia Saudita e Golfo Persico. La messa in sicurezza dell’Arabia Saudita scongiurava una possibile aggressione irachena, (presumibilmente) impedendo a Saddam di aumentare il suo bottino di guerra. La presa dell’Arabia Saudita avrebbe comportato per Baghdad un controllo su circa il 15% della produzione mondiale di petrolio.

In ossequio alla risoluzione onusiana 678, l’operazione Desert Shield avrebbe ceduto il passo all’operazione Desert Storm, iniziando ufficialmente le ostilità tra la coalizione multinazionale e le forze irachene. A latere della soverchiante vittoria che ne seguì, il massivo dispiegamento di truppe in Arabia Saudita dimostrò plasticamente l’importanza nodale che il paese mediorientale rivestiva agli occhi di Washington (e non solo). L’iraq, annichilito dallo strapotere della coalizione a guida USA, fu sconfitto in poco più di quaranta giorni e posto sotto pesante embargo. I sogni di Saddam di farsi leader del Medio Oriente e la paura per una caduta dell’Arabia Saudita in mani irachene erano scongiurati. Il prezioso alleato washingtoniano era salvo.


Continua…

Credits: foto di Lara Jameson da Pexels

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Carlo Andrea Mercuri

Analista geopolitico, si occupa da anni di questioni internazionali. Autore del libro Verità a Stelle e Strisce (Gruppo Albatros il Filo - 2017), ha collaborato con diverse testate per le sezioni esteri e geopolitica. Appassionato di storia contemporanea americana ed estremorientale.

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