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Più di Ucraina e Israele è la Corea la vera minaccia – parte 2

Si rinfiamma la contesa intercoreana, retaggio diretto di uno scontro congelato da settant’anni. Le recenti tensioni rischiano di deflagrare con conseguenze inimmaginabili. Ma quali sono le radici della contesa? Quali i possibili sviluppi? In questo speciale in due parti cercheremo di fare luce sulle origini della disputa e su quali sono i rischi per il futuro della Penisola coreana (e non solo)

Nella prima parte dello speciale sono state analizzate le cause scatenanti l’annosa contesa e si è visto come i recenti fatti abbiano portato a un esacerbarsi della situazione. In questa seconda parte analizzeremo i fatti intercorsi tra novembre e gennaio con un focus sulle reali intenzioni della Corea del Nord. 

Segnali concreti di escalation

A innalzare ulteriormente il livello di confronto intercoreano ha provveduto la Corea del Nord, a cavallo tra novembre e dicembre. A fine novembre Pyongyang ha dispiegato con successo nell’orbita terrestre il satellite spia Malligyong-1; in dicembre ha testato il suo ultimo Icbm (acronimo di Intercontinental Ballistic Missile) Hwasong-18, con un raggio utile di 18.000 chilometri, più che sufficienti per colpire gli Stati Uniti continentali in ogni loro parte.

Washington ha reagito alle provocazioni stellari nordcoreane, dapprima dispiegando nelle acque della Penisola coreana il sottomarino nucleare Uss Missouri per poi partecipare a una esercitazione aerea congiunta con Giappone e Corea del Sud, con l’impiego di bombardieri supersonici B1-B.

Nel mentre Pyongyang sanciva unilateralmente la fine dell’accordo militare intercoreano con Seoul, dichiarando di voler schierare un maggior numero di truppe e nuove armi lungo la DMZ e sancendo la ricostruzione delle postazioni di guardia demolite a seguito degli accordi del 2018.

Veniamo così ai recenti fatti che hanno portato la tensione tra le due Coree a esacerbarsi oltremisura.

Tra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio reparti meccanizzati della Second Infantry Division dell’esercito statunitense e la divisione di fanteria meccanizzata sudcoreana Maeng-Ho (Tigre Feroce) hanno condotto una settimana di esercitazioni congiunte di fuoco presso la cittadina di confine di Pocheon. Scopo dell’addestramento congiunto: aumentare il grado di interoperabilità delle due forze armate con chiaro scopo deterrente nei confronti di Pyongyang.

L’esercitazione ha coinvolto mezzi meccanizzati come carri armati K1A2, veicoli corazzati Stryker, sistemi d’artiglieria e aerei d’attacco al suolo A-10 Thunderbolt II.

Le manovre congiunte erano state precedute dalle dichiarazioni dei due leader coreani. Mentre Kim Jong-Un esortava l’esercito del nord a prepararsi celermente per un conflitto, il Premier sudcoreano Yoon Suk-yeol autorizzava le forze armate del suo paese a rispondere militarmente a ogni azione militare della Corea del Nord autonomamente, senza dover aspettare l’autorizzazione preventiva del governo.

In risposta alle manovre congiunte Usa-Sud Corea, la Corea del Nord replicava con un’esercitazione di fuoco d’artiglieria, sparando circa duecento colpi nelle acque del Mar Giallo, sul versante nord della linea di demarcazione marittima tra Seoul e Pyongyang. La risposta di Seoul non si è fatta attendere, replicando con un modus operandi speculare nel versante sud del conteso specchio d’acqua.

Completavano il pacchetto provocatorio di Pyongyang la ricostruzione dei Posti di guardia demoliti dopo l’accordo del 2018 e il posizionamento di mine terrestri sulla linea ferroviaria Gyeongui, che percorrendo la DMZ collega(va) dal 2000 le due anime della Corea.

Cosa vuole Pyongyang?

Lo sfoggio di potenza perpetrato dalla Corea del Nord nel Mar Giallo è con buone probabilità solamente il primo di molti altri atti provocatori che si susseguiranno nei mesi a venire.

Le motivazioni dietro a queste dimostrazioni di forza sono molteplici e hanno rilevanza sia interna al regime che all’estero. Internamente l’establishment politico-militare deve poter dare prova ai propri cittadini dello stato di preparazione delle proprie forze armate e mostrare forza per evitare di apparire debole e ingenerare ogni sorta di critica interna.

Altrettanto valido è questo concetto se applicato ai nemici di Pyongyang: Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone devono poter constatare lo stato di preparazione militare dell’Armata Popolare della Corea. In gioco non vi sono solo potenziali critiche, ma la credibilità militare di un regime che spende oltre il 30% del suo Pil in armamenti.     

Parimenti importante è la capacità per Pyongyang di influenzare le scelte che i paesi a essa ostili potrebbero compiere nei confronti della Corea del Nord. Il 2024 sarà un anno pregno di tornate elettorali. Se ne calcolano circa ottanta nel mondo. Tra queste vi sono le elezioni legislative in Corea del Sud in aprile e le presidenziali negli Stati Uniti in novembre.

Pyongyang sta perpetrando la sua politica di sfoggio di potenza militare nel tentativo di guadagnare influenza. Il tutto per guadagnare una posizione di forza in eventuali incontri internazionali, con i neoeletti leader delle potenze a essa ostili.

Altra ragione potrebbe essere quella di provare a condizionare direttamente gli aventi diritto al voto in Corea del Sud. Minacciando lo scontro i sudcoreani potrebbero propendere per votare un partito più conciliante con Pyongyang rispetto ai conservatori del PPP di Yoon Suk-yeol. Questa tattica viene usata già in Cina, dove Pechino ha tentato di influenzare le elezioni taiwanesi agitando lo spettro della guerra in caso di vittoria del DPP di Lai Ching-Te.

Un’opzione che però potrebbe avere un effetto boomerang: i minacciosi venti di guerra potrebbero analogamente spingere gli elettori sudcoreani a ricercare maggiore sicurezza, sostenendo il voto ai Conservatori.

L’America nel mirino

In eguale misura di importanza (se non superiore) è la volontà di guadagnare influenza e peso politico-militare in attesa delle presidenziali americane di novembre. Kim Jong-un ha già fatto il suo endorsement, sperando in un ritorno di Donald Trump nello Studio Ovale. I rapporti con Biden sono stati gelidi sin dalle prime battute della presidenza dell’ottuagenario democratico, in antitesi ai tentativi di apertura che Trump aveva portato avanti fino al 2019 con i Summit di Singapore e Hanoi.

Il candidato repubblicano di rimando non fa mistero del suo rapporto con il leader nordcoreano, mantenuto anche dopo la presidenza e stando alle indiscrezioni uscite sul quotidiano statunitense Politico, Trump starebbe pensando a un nuovo approccio, funzionale a sbloccare l’impasse che aveva fatto naufragare i tentativi di disgelo con Pyongyang durante la sua prima amministrazione.

Nel dettaglio il Tycoon newyorkese starebbe considerando di accettare che Pyongyang mantenga l’attuale arsenale atomico (rinunciando alle richieste di denuclearizzazione), purché la Corea del Nord si impegni a congelare lo sviluppo di ulteriori ordigni in cambio di un alleggerimento del pesante impianto sanzionatorio e incentivi finanziari.

L’obiettivo di Trump è la Cina e il suo contenimento. In tal senso uno spostamento della Corea del Nord verso l’orbita americana, per quanto improbabile, sarebbe una grande vittoria diplomatica e strategica.
D’altronde se il Vietnam, con il quale gli Stati Uniti hanno combattuto una sanguinosa guerra negli anni Sessanta ora è più vicino a Washington che a Pechino, perché non provare ad attrarre anche il Regno Eremita del Nord?

Lette in tale contesto, le provocazioni militari della Corea del Nord non hanno come fine ultimo lo scatenare un conflitto aperto né con Seoul né tantomeno con Washington.  Lo scopo, tra i vari sopraesposti, sarebbe piuttosto quello di utilizzare la leva militare come strumento diplomatico per sedersi a un tavolo.               

Crisi contenibile quindi? Non proprio. Stati Uniti e Corea del Sud sono legate dal 1953 da un Trattato di Mutua Difesa che prevede la reciproca assistenza in caso di attacco esterno e, in base all’articolo IV, lo stazionamento di circa trentamila militari statunitensi su suolo sudcoreano.

La Repubblica di Corea ospita a scopo deterrente oltre dieci basi militari americane, tra esercito, marina e aeronautica. Le dimostrazioni di forza perpetrate da Pyongyang, benché mirate a sciorinare il potenziale bellico nordcoreano, potrebbero accidentalmente colpire il suolo sudcoreano e finanche causare vittime tra civili o militari statunitensi impiegati nella difesa della Corea del Sud.         

In tale indesiderabile scenario le conseguenze potrebbero essere difficilmente immaginabili, provocando una sicura escalation che difficilmente sarà contenibile.

Attualmente lo scopo della Corea del Nord non è provocare un conflitto, che sarebbe sicuramente distruttivo e dalle conseguenze imprevedibili, ma tentare di tenere alta la tensione per ricavarne un risultato politico-diplomatico.     

      
Tuttavia il grado di escalation al quale si sta assistendo non può non destare preoccupazione:, anche escludendo il fattore dottor Stranamore, componenti come casualità, errore umano e similari potrebbero portare a un conflitto indesiderato ma devastante che difficilmente rimarrebbe contenibile alla sola penisola coreana.

Credits: foto di vecstock da Freepik

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Carlo Andrea Mercuri

Analista geopolitico, si occupa da anni di questioni internazionali. Autore del libro Verità a Stelle e Strisce (Gruppo Albatros il Filo - 2017), ha collaborato con diverse testate per le sezioni esteri e geopolitica. Appassionato di storia contemporanea americana ed estremorientale.

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