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Più di Ucraina e Israele è la Corea la vera minaccia – parte 1

Si rinfiamma la contesa intercoreana, retaggio diretto di uno scontro congelato da settant’anni. Le recenti tensioni rischiano di deflagrare con conseguenze inimmaginabili. Ma quali sono le radici della contesa? Quali i possibili sviluppi? In questo speciale in due parti cercheremo di fare luce sulle origini della disputa e su quali sono i rischi per il futuro della Penisola coreana (e non solo)

L’ultimo muro, quello tra le due Coree, retaggio inamovibile della Guerra Fredda, è ancora oggi viatico di ostilità nella regione Indopacifica.  Le tensioni al 38° Parallelo, linea divisoria decretata al termine della Seconda Guerra Mondiale per separare l’ex colonia giapponese in due entità, non accennano a diminuire.

La postura assunta da Seoul e Pyongyang in quest’ultimo anno preannuncia un concreto rischio di escalation potenzialmente devastante. Più delle operazioni belliche in Ucraina e in Israele, il confronto congelato tra i due lati del 38° Parallelo cela un rischio di coinvolgimento globale in caso di riacutizzazione del conflitto.

Le recenti tensioni delle ultime settimane, che hanno portato a un botta e risposta militare da parte dei due eserciti, sono consequenziali di una situazione incancrenita, che affonda le proprie radici nel conflitto intercoreano del 1950.

La Guerra di Corea ha preteso un tributo di sangue enorme, senza tuttavia riuscire a modificare lo status quo anteguerra, bensì congelando di fatto la situazione, in attesa di una risoluzione della contesa che ancora oggi non trova applicazione concreta.

La Guerra di Corea, uno scontro fratricida

Al termine del secondo conflitto mondiale l’ex colonia nipponica di Corea veniva suddivisa in due zone lungo il 38° Parallelo, con a sud gli americani e a nord i sovietici. La polarizzazione del confronto tra Washington e Mosca coinvolse anche la Corea e il contrasto di visioni sul destino della penisola impedì lo svolgimento di elezioni a livello nazionale propedeutiche alla riunificazione.

Al sud, sponsorizzato da Washington, venne eletto Syngman Rhee. Al nord della Penisola invece al potere salì Kim Il-Sung, che con l’aiuto di Mosca instaurò una dittatura comunista. Entro il 1949 sia le truppe sovietiche che quelle americane si ritirarono dalla Corea.

Complice l’assenza di forze militari esogene, dopo due anni di schermaglie di confine, il 25 giugno 1950 le forze nordcoreane oltrepassavano il 38° Parallelo dando avvio alla Guerra di Corea. Il 26 giugno il Presidente Truman ordinava alle forze aeronavali di stanza in Giappone di contrattaccare.

La controffensiva washingtoniana sarebbe stata poi ammantata da mandato ONU, con una forza composita di diciotto paesi comandati dal generale statunitense MacArthur.

La forza multinazionale onusiana impedì la presa completa della penisola da parte dei nordcoreani, dilagati fino all’estremo sud nei dintorni della città di Busan. La controffensiva fu talmente efficace che a fine settembre le forze armate nordcoreane venivano respinte oltre il 38° Parallelo.

A quel punto a Washington si optò per scatenare una controffensiva risolutiva, oltrepassando la linea divisoria. L’avanzata della forza multinazionale fu talmente efficace che, spingendo le truppe nordcoreane sempre più a settentrione, generò una pressione crescente verso il confine sino-coreano sul fiume Yalu.

Mao Zedong e il Politburo cinese, paventando lo scenario di una Corea sotto l’egida americana e conseguente rischio di stazionamento di truppe statunitensi al confine, decisero di inviare trecentomila “volontari” cinesi per riequilibrare le sorti della guerra.

L’intervento sinico riuscì a ricacciare gli alleati sulla linea divisoria anteguerra. Seguirono altri due anni di aspri scontri, nel corso dei quali le posizioni si sarebbero attestate intorno all’area del 38° Parallelo.

Lo stallo militare generato dall’equilibrio delle forze in campo portò alla firma dell’armistizio di Panmunjom il 27 luglio 1953, assicurando definitivamente la linea di confine al 38° Parallelo, con la Penisola coreana intersecata da una zona demilitarizzata.

La Zona Demilitarizzata

Frutto dell’armistizio di Panmunjom del 1953, la DMZ coreana (acronimo di Demilitarized Zone) corre lungo il 38° Parallelo per un’estensione di circa 250 chilometri e funge da zona cuscinetto tra le due anime della penisola coreana.

Nonostante il nome fuorviante, la DMZ risulta pesantemente militarizzata: caratterizzata da posti di guardia, mine terrestri, artiglieria e un reticolato di filo spinato e cemento a dividere i due lati della Corea. Situata a circa 800 metri dall’originario villaggio di Panmunjom vi è l’Area di Sicurezza Congiunta, iconico luogo di incontri diplomatici, che funge da collettore tra le due coree, per le difficili negoziazioni che caratterizzano i rapporti tra Seoul e Pyongyang.

Il simbolismo di questo luogo si è manifestato plasticamente nel giugno 2019 quando l’allora Presidente Donald Trump, in una storica visita a carattere distensivo, entrava in Nord Corea accompagnato dal leader Kim Jong-Un. Primo e a oggi unico presidente degli Stati Uniti a varcare il confine e accedere nella Repubblica Popolare Democratica di Corea.

In realtà, i primi segnali di distensione nei rapporti intercoreani erano già apparsi circa un anno prima, quando nell’aprile 2018 Kim Jong-Un incontrava il Presidente sudcoreano Moon Jae-in proprio sulla DMZ. Un momento di profonda rilevanza storica, accompagnato da una dichiarazione conclusiva dai toni enfatici: i due paesi si sarebbero finalmente impegnati per siglare un trattato di pace.

I rispettivi eserciti iniziavano lo smantellamento dei posti di guardia lungo la DMZ, si dichiarava una zona cuscinetto dove era proibito eseguire esercitazioni di artiglieria e si instituiva una No-Fly Zone lungo la linea demilitarizzata.

Al vertice della tensione

Complice una congiuntura geopolitica radicalmente mutata dallo scoppio del conflitto in Ucraina e l’elezione in Corea del Sud del conservatore Yoon Suk-yeol, più intransigente rispetto al predecessore nei confronti di Pyongyang, i rapporti intercoreani negli ultimi tempi hanno visto una generalizzata degradazione.

Il Presidente conservatore sudcoreano Yoon Suk-yeol ha preferito stringere ulteriormente i legami con lo storico alleato statunitense e cercare un riavvicinamento al Giappone in luogo di uno sforzo distensivo con la Corea del Nord.

Plastica manifestazione della postura geopolitica della Corea del Sud di Yoon sono gli Accordi di Camp David dell’agosto del 2023, dove lo stesso Yoon con Joe Biden e il Premier giapponese Kishida hanno affermato la reciproca volontà di acuire la cooperazione economica e militare, condannando al contempo il comportamento aggressivo di Cina e Corea del Nord.

Kim Jong-un, in risposta indiretta alla rinnovata postura di Seoul, ha invece deciso di stringere i legami con Mosca, dove nell’incontro di settembre con il Presidente russo Vladimir Putin, il leader nordcoreano ha barattato parte dei suoi pingui arsenali con aiuto tecnologico russo in campo aerospaziale.

Il riavvicinamento a Mosca a Pyongyang è funzionale alla volontà del regime nordcoreano di smarcarsi dalla pesante relazione con Pechino. Quest’ultima sfrutta l’impari rapporto con Pyongyang a proprio personale tornaconto, relegando la Corea del Nord allo status di Paese vassallo.

L’evoluzione delle relazioni russo-coreane ha accelerato la saldatura dei rapporti tra i tre di Camp David. Solo nel mese di ottobre Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud hanno partecipato a una lunga serie di esercitazioni militari congiunte: il 9 e 10 ottobre le marine dei tre paesi hanno sostenuto delle simulazioni di lotta Antisom alle quali ha partecipato anche la Portaerei Uss Ronald Reagan.

Il 22 ottobre le tre rispettive aeronautiche hanno condotto delle esercitazioni con bombardieri strategici B-52 e caccia F-16. Il tutto mentre la Nord Corea presentava al mondo il suo nuovo sottomarino tattico “Hero Kim Kun-ok” con capacità d’attacco nucleari.

Infine il 30 ottobre ha avuto luogo l’operazione Vigilant Defense tra lo Usaf e lo Daehan Minguk Gonggun  (l’aeronautica sudcoreana) alla quale hanno preso parte gli F-35 lighting II, con lo scopo di elevare il grado di interoperabilità delle due aeronautiche e condurre missioni di attacco aria-terra con chiaro scopo deterrente nei confronti di Pyongyang e Pechino.

L’esacerbarsi della situazione nella Penisola coreana, piagata da posizioni collidenti tra Pyongyang e Seoul, concorrerà a un’ulteriore escalation a cavallo tra novembre 2023 e gennaio 2024, che alzerà ulteriormente il livello dello confronto, come meglio si vedrà nella seconda parte.

Continua…

Credits: foto di vecstock da Freepik

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Carlo Andrea Mercuri

Analista geopolitico, si occupa da anni di questioni internazionali. Autore del libro Verità a Stelle e Strisce (Gruppo Albatros il Filo - 2017), ha collaborato con diverse testate per le sezioni esteri e geopolitica. Appassionato di storia contemporanea americana ed estremorientale.

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