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Il Giappone non rimane a guardare

La crescente assertività cinese nell’Indo-Pacifico mostra oggi, come effetto collaterale, la montante apprensione dei paesi rivieraschi affacciati sul Mar Cinese Orientale (e Meridionale). Le mire talassocratiche di Pechino mal si sposano con le libertà di navigazione, di sfruttamento delle risorse ittiche e di quelle nel sottosuolo del conteso tratto di Oceano Pacifico. Il sistema di alleanze difensivo anti-cinese a guida americana vede la quasi totalità dei paesi estremo orientali schierati contro il Dragone. Tra questi, per posizione, stazza economica, peso storico e demografico, spicca indubbiamente il Giappone.         
La minaccia di Pechino ha portato il paese del Sol Levante a dover ripensare sensibilmente la propria politica estera. Isolazionista e pacifista convinto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale – complice l’annichilimento derivato dallo sgancio delle due atomiche sulle città di Hiroshima e Nagasaki – il Giappone ha dovuto svegliarsi dal torpore economicista che lo aveva contraddistinto dal ’45 ad oggi.
Alcune azioni intraprese da Tokyo recentemente, mostrano carsicamente un cambio di rotta della politica estera giapponese. Prese singolarmente queste notizie potrebbero non destare particolare scalpore, ma se analizzate congiuntamente, in una sorta di gioco dei punti geopolitico, mostrano una fine strategia di contenimento anti-cinese.           
Lo scorso maggio la coreana Samsung ha annunciato la costruzione di un impianto per la costruzione di microchip nella città giapponese di Yokohama. La notizia, già intrinsecamente di portata storica nelle complesse relazioni bilaterali tra Corea del Sud e Giappone, ha altresì alta valenza geopolitica. L’autosufficienza tecnologica e la messa in sicurezza della supply chain di prodotti ad alto valore strategico come microchip e semiconduttori, ha spinto Seoul e Tokyo ad appianare le loro annose divergenze derivanti dalla dominazione coloniale del Giappone sulla penisola coreana. Due eventi hanno favorito il riavvicinamento: l’elezione in Corea del Sud alla fine del 2022 di Yoon Suk-yeol, leader conservatore, meno incline del suo predecessore Moon Jae-in a dialogare con Pyongyang e il pressing statunitense nell’escludere la Cina dalla catena di approvvigionamento del mercato dei semiconduttori. L’Affaire Samsung ha funto poi da volano per stimolare un maggiore dialogo tra Yoon ed il Premier giapponese Kishida, generando di riflesso intese sulla condivisione di informazioni di intelligence e la futura programmazione di esercitazioni militari congiunte.   
Altro paese con cui Tokyo sta dialogando per promuovere iniziative di difesa congiunte in funzione anti-cinese è l’Indonesia. I rispettivi governi sono attualmente legati da un accordo per il trasferimento di equipaggiamento difensivo e tecnologia di varia natura. In questo contesto sta prendendo piede l’idea di trasferire all’aeronautica militare indonesiana alcuni motori degli F-15 della Kōkū Jieitai (Forza aerea di autodifesa del Giappone). I propulsori a getto sarebbero esportati in direzione Jakarta per poi essere installatati sugli F-16 indonesiani. L’intercambiabilità dei motori tra questi due aerei è stato uno dei punti di forza che fecero propendere negli anni Settanta lo USAF a scegliere l’F-16 (anziché il prototipo dell’F/A-18, che sarebbe invece stato invece selezionato dalla US Navy come caccia imbarcato) come spina dorsale del proprio parco velivoli. Degli attuali quasi duecento F-15 in forza presso la Kōkū Jieitai, circa la metà non saranno oggetto di aggiornamento, visti i montanti costi di manutenzione del velivolo e la progressiva sostituzione dello stesso con il caccia di V generazione F-35. Scopo di Tokyo è quello di rafforzare un partner come l’Indonesia, che vanta una posizione strategica di prim’ordine nell’Indo-Pacifico – affacciata sullo Stretto di Malacca e antemurale di Singapore e Malesia – in funzione di contenimento anti-sinico.          
Ancora, il 28 giugno scorso il Segretario Generale dell’LPD Toshimitsu Motegi (il Partito Liberale Democratico al governo in Giappone, di cui fa parte lo stesso Premier Kishida) ha incontrato a Tokyo il vicepremier taiwanese Cheng Weng-tsan nel quartier generale del partito. Nell’incontro Motegi ha ribadito l’importanza di Taiwan per il Giappone e di rimando il politico taiwanese ha auspicato pubblicamente una rafforzata collaborazione tra il suo paese e Tokyo. L’incontro verticistico nei confronti di un esponente politico di un paese che Tokyo ufficialmente non riconosce – complice il giro di vite applicato da Pechino tramite la One China Policy – denuncia plasticamente l’importanza che il paese del Sol Levante attribuisce a Taiwan. Anello fondamentale della catena contenitiva di Pechino ordita da Washington, Taiwan vede al Giappone come modello da seguire. A causa di una pedagogia nazionale contaminata dalla dominazione coloniale giapponese e la necessità di smarcarsi dall’identità cinese, Taipei anela a rafforzare il dialogo con Tokyo in funzione anticinese. Di rimando Tokyo mira a mantenere lo status quo creatosi a Taiwan dal 1949, quando i nazionalisti di Chiang Kai-shek si esiliarono a Formosa a seguito della sconfitta nella guerra civile sinica, togliendo dalla disponibilità di Pechino la strategica isola.
Le recenti mosse di Tokyo, se analizzate congiuntamente, mostrano uno schema preciso di tentato contenimento della Cina e di rafforzamento dei legami con i paesi dell’Estremo Oriente e del Sud-Est asiatico. Azioni intraprese dal Giappone comunque imperniate nell’ambito della solida alleanza con l’egemone talassocratico statunitense, capofila della limitazione all’estroflessione cinese nell’Indo-Pacifico.

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Carlo Andrea Mercuri

Analista geopolitico, si occupa da anni di questioni internazionali. Autore del libro Verità a Stelle e Strisce (Gruppo Albatros il Filo - 2017), ha collaborato con diverse testate per le sezioni esteri e geopolitica. Appassionato di storia contemporanea americana ed estremorientale.

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Martina
Martina
10 mesi fa

Veramente interessante 👌

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