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Cosa accade nel Nagorno Karabakh?

Tra spinte indipendentiste, rotte del gas e nazionalismi revanscisti, il territorio del Nagorno è da anni oggetto di aperta contesa tra Jerevan e Baku, con le grandi potenze schierate e pronte a profittare di una faida che perdura da oltre trent’anni.

Incastonato nel complesso mosaico etno-linguistico del Caucaso, il Nagorno Karabakh è un’exclave armena racchiusa all’interno dell’Azerbaijan. Politicamente afferente a Baku, ha visto gemmarsi al suo interno tra la fine del 1991 e l’inizio del 1992 la Repubblica dell’Artsakh, per volere del Soviet locale, in risposta alla decisione azera di fuoriuscire dalla morente Unione Sovietica.           
              
Il recente blitzkrieg* del 19 settembre a opera delle forze azere non è che l’ultima di una serie di schermaglie militari volte a risolvere l’annosa questione con la forza.

Una storia travagliata

La storia legata al Giardino Nero (questo il significato del nome del Nagorno in lingua azera) è composita e travagliata. Storica terra di conquista, (contesa tra armeni, albanesi e arabi) nel 1813 passava sotto la dominazione zarista a seguito del trattato del Golestan.  

L’impero russo, come conseguenza della vittoria sulla controparte persiana nella guerra iniziata nel 1803, con la firma del suddetto trattato si inseriva prepotentemente nel Caucaso. A seguito della rivoluzione Bolscevica, dopo la breve esperienza federativa della Repubblica Transcaucasica, il Nagorno, per volere di Stalin, venne assegnato all’Azerbaijan. La scelta del dittatore sovietico era perfettamente in linea con la politica di mescolazione etnica praticata soventemente all’interno delle repubbliche sovietiche.

Tale pratica era funzionale a creare delle sacche aliene contrapposte all’etnia dominante in un Oblast** per evitare un’eccessiva coesione tra la popolazione e conseguenti spinte centrifughe. La preponderante presenza di armeni all’interno del Karabakh funse da incubatrice per violente rivendicazioni indipendentiste che si sarebbero scatenate al tramonto dell’Urss.

Le tre guerre del Nagorno Karabakh

Nel settembre del 1991, con una Unione Sovietica ormai prossima al collasso, Baku decise di sganciarsi dal blocco comunista per fondare la Repubblica di Azerbaijan.

Il Soviet del Karabakh scelse di non seguire il resto del paese e proclamò, nel gennaio del 1992, la propria indipendenza. Le truppe azere, forti della dissoluzione sovietica avvenuta il 26 dicembre 1991, mossero guerra indisturbate nel gennaio del 1992, scatenando un conflitto che sarebbe perdurato per due anni, fino al 1994.

Tuttavia, l’esito delle ostilità avrebbe arriso alla Repubblica del Nagorno Karabakh – Artsakh, che forte dell’intervento armeno, avrebbe espanso i suoi confini territoriali divenendo una repubblica indipendente de facto.

L’espansione territoriale conseguente al conflitto permise di creare continuità territoriale tra il Nagorno e l’Armenia, compreso il vitale corridoio di Lachin, collo di bottiglia terrestre fondamentale per unire Jerevan alla capitale del Nagorno Step’anakert.  Lo stato di guerra veniva posto in stasi tramite l’Accordo di Biskent per un cessate il fuoco firmato nel maggio del 1994.

Nel 2016 i venti di guerra soffiavano nuovamente sul Caucaso, riaccendendo le braci del conflitto irrisolto degli anni Novanta. Nell’aprile di quell’anno le forze armate azere compivano fulminee iniziative militari lungo la linea di contatto con il Nagorno Karabakh.

L’iniziativa militare di Baku coglieva impreparate le truppe indipendentiste e armene.  Le operazioni belliche si protrassero per quattro giorni fino al 5 aprile 2016, quando su pressione russa, fu concordato un secondo cessate il fuoco. L’Azerbaijan poteva vantare modeste riconquiste territoriali nel Nord-Est del Nagorno.

Ancora, nel 2020 gli azeri ripresero le iniziative belliche. Ormai forti di un’economia gonfiata dalla vendita di idrocarburi, di una popolazione tre volte più grande rispetto alla controparte armena e di un ferreo sostegno militare da parte della Turchia di Erdogan, Baku sferrava una potente campagna militare che sarebbe perdurata per 48 giorni.

Profittando della distrazione del più forte alleato dell’Armenia, una Russia impantanata in terra d’Ucraina, l’Azerbaijan ebbe la meglio nel conflitto; nel novembre del 2020 la riconquista della strategica cittadina di Shushi più tutti i territori persi nel conflitto degli anni Novanta sanciva la fine delle ostilità sotto la mediazione russa.

Agli armeni veniva garantito un collegamento terrestre con il Nagorno attraverso il corridoio di Lachin, presidiato dai peacekeepers russi, in territorio azero.  Complice l’annichilimento mediatico da pandemia, l’Europa non si rese protagonista, eccezion fatta per le esternazioni di sorta per un cessate il fuoco.

Il blitzkrieg settembrino e la geopolitica del Nagorno   

Il 20 settembre 2023 l’esercito azero, adducendo un’azione antiterrorismo, in sole 24 ore ha annichilito le truppe indipendentiste dell’Artsakh. Il tutto nell’impotenza di un’Armenia che ha deciso di non intervenire, data la sproporzione di forze in campo rispetto a Baku. Gli indipendentisti, costretti alla resa, hanno accettato le draconiane condizioni azere, ponendo ufficiosamente fine all’esistenza della repubblica fantasma dell’Artsakh.

Armenia grande sconfitta. L’elezione nel 2018 del premier armeno Nikol Pashinyan ha sensibilmente cambiato le prospettive del governo di Jerevan rispetto al Nagorno. Fedele alleato russo, l’Armenia con Pashinyan ha iniziato a volgere il suo sguardo a Ovest, verso Washington. Proprio dalla Casa Bianca sarebbero arrivati suggerimenti di abbandonare la questione del Nagorno in cambio di pace e stabilità. Mosca, sensibilmente irritata dai tentativi di avvicinamento, avrebbe dimostrato a Jerevan la sua collera lasciando praticamente mano libera agli azeri negli ultimi anni, salvo poi schierare i suoi peacekeepers per tentare di mantenere lo status quo nella regione. La posizione dello stesso Pashinyan è in forte dubbio, date le proteste di piazza successive all’ultimo smacco azero.

Azerbaijan trionfatore. Forte del sostegno turco e della politica di non ingerenza europea, il Presidente azero Aliyev ha portato avanti una politica di potenza volta a omogenizzare il suo paese, rimuovendo con la forza le sacche di resistenza armene nel Nagorno, in una sorta di pulizia etnica versione light. L’obiettivo finale di Baku sarà la connessione dell’Azerbaijan all’exclave del Naxçivan, incastonato tra Armenia e Iran.

Russia non pervenuta. Nell’operazione lampo di pochi giorni fa la Russia ha subito la perdita di sei soldati russi, uccisi per errore dalle truppe azere. Mosca ha optato per un completo immobilismo salvo facilitare il cessate il fuoco. È l’epilogo di una spirale di impotenza del Cremlino, impantanato pesantemente nel conflitto ucraino. Le sirene occidentali che hanno attratto Jerevan non bastano a giustificare l’abbandono totale di uno storico alleato per Mosca come l’Armenia. Lasciare mano libera all’Azerbaijan vuol dire cedere influenza nella regione ad Ankara.

Washington e Ankara vincitori per procura. Oltre l’Azerbaijan, vincitore sul piano militare, vi sono due potenze che traggono sicuro vantaggio dall’epilogo della vicenda Nagorno: Stati Uniti e Turchia.
Erdogan ha definito gli azeri e i turchi «un popolo, due stati». L’Azerbaijan è strumento turco per scalzare dal Caucaso influenze russo-iraniche.

Proprio in Iran, nella regione di Tabriz, vi è una forte minoranza azera e il rafforzamento di Baku pone pressione sul confine nordoccidentale di Teheran, alimentando possibili spinte centrifughe.

Ancora, il possibile collegamento tra l’exclave di Naxçivan al resto dell’Azerbaijan, creerebbe un collegamento diretto tra la Turchia e il Caspio, facilitando il progetto panturanico di legare Ankara al resto dell’Asia turcofona.    

   
Washington invece capitalizza il suo attendismo: l’obiettivo (non) dichiarato è quello di allontanare l’Armenia dalla Russia, isolare l’Iran ed erodere il potere di Mosca nel Caucaso. Le vicende del Nagorno fungono da perno sul quale costruire questo progetto. Lo “Scramble for Caucasus” è funzionale a creare una zona di attrito tra Mosca, Teheran e Ankara.

Italia e paesi europei ottenebrati dal gas. L’Italia che faticosamente tenta di ricostruire una propria politica estera, dopo anni di vuoto totale, si propone come mediatore nei round negoziali tra le parti.

Eppure, le pesanti connessioni economiche tra Roma e Baku difficilmente faranno digerire a Jerevan la proposta di mediazione italiana. Il gas che arriva in Italia dal TAP e le ricche commesse tra Leonardo e Baku ne sono plastica manifestazione. Le sanzioni russe hanno reso gli approvvigionamenti gasieri provenienti dal Caspio ancora più centrali nelle politiche energetiche di Italia ed Europa e la vicenda del Nagorno vista a queste latitudini suscita poco interesse rispetto alla sicurezza degli approvvigionamenti.

* = tattica militare inventata in Germania che prevede una guerra rapida di movimento con l’ausilio di più forze armate congiunte (ad es. esercito e aviazione)

** = gli oblast sono le regioni nei paesi russofoni

Credits: foto di Asim Alnamat da Pexels

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Carlo Andrea Mercuri

Carlo Andrea Mercuri

Analista geopolitico, si occupa da anni di questioni internazionali. Autore del libro Verità a Stelle e Strisce (Gruppo Albatros il Filo - 2017), ha collaborato con diverse testate per le sezioni esteri e geopolitica. Appassionato di storia contemporanea americana ed estremorientale.

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