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Taiwan guarda alle elezioni dei paesi latinoamericani per continuare a esistere (diplomaticamente)

Il prossimo agosto l’attenzione di Taiwan sarà focalizzata principalmente sull’America Latina, Pechino permettendo ça va sans dire. Il 20 agosto si terranno infatti le elezioni presidenziali in Guatemala.  Durante la prima tornata elettorale svoltasi il 25 giugno scorso nel paese, il più popoloso del blocco mesoamericano, nessuno dei candidati alla presidenza ha di fatto ottenuto la maggioranza assoluta richiesta al primo turno. I due sfidanti usciti dalle urne che si contenderanno la presidenza al ballottaggio sono Bernardo Arévalo e Sandra Torres, entrambi di centrosinistra, che hanno conquistato rispettivamente il 12 e il 15% delle preferenze dell’eterogeneo elettorato guatemalteco.       
La parcellizzazione dei voti dei cittadini guatemaltechi denuncia una scarsa unità di vedute degli elettori sul futuro politico del paese centroamericano.      
L’esito della prima tornata elettorale è stato attenzionato, oltre che dall’elettorato e dai media guatemaltechi, anche dal Ministero degli Esteri taiwanese che, per il tramite del suo portavoce Liu Yong-jian, ha confermato che l’esito elettorale in Guatemala sarà monitorato attentamente da Taipei.           
Il portavoce del dicastero degli Esteri ha anche affermato che, indipendentemente dall’esito delle urne, Taiwan continuerà a lavorare a stretto contatto con il governo guatemalteco, per assicurare il benessere e la prosperità di entrambi i paesi. Nonostante le rassicuranti dichiarazioni di facciata, a Taipei l’attenzione è posta maggiormente sulla possibile elezione di Arévalo, il quale ha affermato pubblicamente di voler intensificare il legame con la Repubblica Popolare Cinese, senza comunque rompere diplomaticamente con Taiwan.       
Le dichiarazioni del candidato Presidente del paese centroamericano risuonano gravemente a Taiwan, dove è ampiamente noto che l’avvicinamento di qualunque paese alla Cina continentale è l’anticamera naturale del disconoscimento diplomatico di Taiwan. La One China Policy, varata dal Partito Comunista cinese nel 1949, all’indomani della vittoria maoista nella guerra civile sinica, impone a tutti i paesi che vogliano intrattenere relazioni diplomatiche ed economiche con la Repubblica Popolare Cinese, di riconoscere Pechino come unica autorità sull’intera Cina (Taiwan compresa).        
Ciò comporta automaticamente il disconoscimento di tutte le altre entità nazionali cinesi confliggenti con la politica della sola Cina propugnata da Pechino nell’agone internazionale. Il processo di avvicinamento cinese in funzione antisovietica adottato da Richard Nixon negli anni Settanta, culminato nel riconoscimento diplomatico da parte degli Stati Uniti della Repubblica Popolare Cinese il 1° gennaio 1979, funse da volano alla One China Policy. Progressivamente quasi tutti i paesi del mondo accolsero le pretese di Pechino di disconoscere qualsiasi altra entità cinese in favore della Repubblica Popolare. Complice la sempre più rampante economia del Dragone, l’isolamento diplomatico di Taiwan – che fino agli anni Settanta veniva riconosciuta dai paesi del blocco occidentale come la Cina legittima, occupando finanche il seggio permanente al Consiglio di Sicurezza ONU – subì un inesorabile avanzamento.            
Oggi soltanto tredici paesi mantengono relazioni formali con Taipei, tra questi proprio il Guatemala e il Paraguay.
In questo contesto di isolamento diplomatico, le elezioni guatemalteche, unite alle esternazioni del candidato del Movimento Semilla, assumono per Taiwan una centralità assoluta.
Assieme al Belize, il Guatemala è di fatto l’unico paese centroamericano che ancora mantiene rapporti diplomatici ufficiali con Taipei. Recentemente, infatti, proprio in Centro America alcuni paesi hanno voltato le spalle a Taiwan in favore dell’allacciamento di relazioni formali con Pechino e dei ricchi investimenti che il Dragone porta in dote.  
Tra questi l’Honduras che il 26 marzo 2023 ha ufficialmente terminato le sue relazioni diplomatiche con l’isola di Formosa. In Sud America invece il Presidente paraguaiano neoeletto Santiago Peña, che si insedierà il prossimo 15 agosto, ha già confermato che non vi saranno cambi di casacche e che le relazioni con Taiwan saranno mantenute.  Il Paraguay, ad oggi è l’unico paese sudamericano che ancora riconosce formalmente Taiwan. Le sirene cinesi, che hanno attratto tutti gli altri paesi del Sud America, compreso il confinante gigante brasiliano, sembrano non aver avuto effetto su Asunción che per il tramite delle parole di Peña mantiene fermo il sostegno diplomatico a Taiwan.   
Invero, il disconoscimento ufficiale di Taiwan preteso da Pechino non ha comunque impedito a molti paesi, tra cui in primis il blocco Occidentale, di continuare a intessere relazioni economico-politico-securitarie con la ricca isola asiatica, ad oggi perno fondamentale sia della catena produttiva dei semiconduttori che bastione difensivo anti-sinico.

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Carlo Andrea Mercuri

Analista geopolitico, si occupa da anni di questioni internazionali. Autore del libro Verità a Stelle e Strisce (Gruppo Albatros il Filo - 2017), ha collaborato con diverse testate per le sezioni esteri e geopolitica. Appassionato di storia contemporanea americana ed estremorientale.

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