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La crisi in Myanmar e il rischio escalation

Il conflitto interno nel Paese del Sud-Est asiatico perdura da diversi decenni e sembra non dover finire, almeno nel breve periodo. I recenti scontri al confine tailandese aggravano la situazione, portando a un rischio escalation.

Nel mare magnum di conflitti (spesso) dimenticati sparsi per il globo vi è una guerra civile che dura da quasi ottant’anni, geolocalizzata nel Sud-Est asiatico, quadrante gravido di tensioni. Nel Myanmar, un tempo conosciuto come Birmania (il toponimo fu cambiato nel 1988 poiché afferente all’etnia Bamar) prosegue a fasi alterne, tra scontri aperti e schermaglie, ormai da settantasei anni un conflitto interno di matrice etnico-religiosa, che ha toccato punte di brutalità inaudite.

Negli ultimi sei mesi gli scontri tra la giunta militare al potere e le fazioni armate di ribelli sono ripresi a un ritmo crescente. A far data dal 27 ottobre 2023, tre dei gruppi ribelli, incluso il Ta’ang National Liberation Army dello Stato nordorientale dello Shan, hanno lanciato un attacco coordinato su vasta scala contro le roccaforti governative. Lo scontro poi si è allargato agli Stati di Kayin, controllato dal gruppo di separatisti Karen (cristiani protestanti), Sagaing e Rakhine, confinanti rispettivamente con Bangladesh e India.

Nello Shan i ribelli sono riusciti nel tentativo di prendere la città di confine di Chin Shwe Haw, snodo cruciale per il commercio tra la Cina e Myanmar.

Nello Stato di Kayin, i ribelli Karen e le forze governative combattono aspramente da aprile, dove la Knu (Karen National Union) l’11 aprile ha dichiarato di aver preso possesso della città di di Myawaddy, crocevia di confine con la limitrofa Thailandia, salvo poi doversi ritirare a seguito di una serie di attacchi aerei perpetrati dalle truppe regolari.

Myawaddy è un importante scalo commerciale sul confine birmano e se il Knu riuscisse a controllarlo taglierebbe una via di approvvigionamento importante per la giunta militare, già in grande sofferenza per le sanzioni internazionali impostegli e la crescente bellicosità dei gruppi ribelli.

Le forze di Naypyidaw (capitale della Birmania) hanno visto un progressivo assottigliamento dei propri ranghi dovuto ad una vera e propria emorragia di arruolamenti, con un esercito sempre più piagato da diserzioni e fughe dal Paese da parte dei giovani, restii a sposare la causa della giunta militare al potere.

Gli attacchi del 27 ottobre denunciano un livello di coordinamento delle forze antiregime al quale la giunta non era abituata. Le varie fazioni godono poi del sostegno del Nug (National Unity Government), il quale riveste il ruolo di governo in esilio, il cui braccio armato, il People’s Defense Force ha portato a compimento vari attacchi contro la giunta dal 2021 ad oggi, prediligendo azioni di guerriglia. 

Il conflitto birmano

La Birmania fino al 1948 era parte integrante del vasto impero britannico. Già durante l’occupazione giapponese del Paese, gruppi armati insurrezionali avevano iniziato a contrastare gli invasori asiatici. Al termine della Seconda Guerra Mondiale la Birmania, che manu militari era stata già in gran parte riconquistata dalle truppe britanniche (coadiuvate da forze indigene), tornò ufficialmente a far parte dell’impero. La situazione sociopolitica che si presentò agli inglesi alla fine del conflitto fu di estrema complessità, caratterizzata da una faida interna tra il leader comunista Aung San e la sua nemesi politica U Saw, già Primo Ministro della Birmania britannica dal 1940 al 1942.

Grazie anche al contributo di Aung San (che sarebbe poi stato assassinato per mano di sicari riconducibili a U Saw), la Birmania ottenne l’indipendenza dal Regno Unito il 4 gennaio 1948. Tuttavia, il primo impianto governativo indipendente generava aspre tensioni tra i comunisti e le minoranze etniche, ritenutesi escluse in favore dell’etnia principale Bamar. La Birmania si presentava (ed è tutt’oggi) come un complesso mosaico etnico, composto da circa 130 etnie diverse e quattro gruppi linguistici distinti. A tre mesi dal raggiungimento dell’indipendenza sia i comunisti che i Karen diedero inizio a un’insurrezione armata.

Questi ultimi mossero guerra per ottenere l’indipendenza del proprio territorio, situato nella parte meridionale del Paese, al confine con la Thailandia.

Nel 1962 un colpo di Stato estromise il governo in carica con una giunta militare che portò alla formazione di movimenti insurrezionali in tutto il Paese. La giunta impose un sistema a partito unico con la fondazione del Partito del Programma Socialista della Birmania. Nel 1988, l’aumento delle proteste endogene da parte dei movimenti studenteschi portò alle dimissioni del generale Ne Win come capo del partito. Lo stesso fu rimpiazzato dal Generale Saw Maung che si intestò un ulteriore colpo di Stato perpetrato dal Consiglio di Stato per la Pace e lo Sviluppo, il nuovo partito unico che avrebbe dominato la vita politica birmana fino al 1990.

In quell’anno si tennero le prime elezioni libere con la Lega Nazionale per la Democrazia di Aung San Suu Kyi (figlia del generale Aung San) che ottenne 392 dei 485 seggi per i membri dell’Assemblea costituente. Il Consiglio di Stato (che avrebbe assunto la nomenclatura di Consiglio di Stato per la Restaurazione della Legge e dell’Ordine), che alle elezioni racimolò una percentuale esigua di voti rovesciò però il volere popolare arrestando la Premio Nobel Aung, riprendendo poi il potere.

Una parziale distensione si ebbe nel 2010, dove si tennero le prime elezioni dal 1990 che però furono boicottate dalla Lega Nazionale per la Democrazia poiché considerate non libere. Iniziava un periodo di riforme che avrebbero allentato la pressione della giunta militare, aprendo a una nuova fase politica per il Paese, bruscamente interrotta nel 2021, quando l’ennesimo colpo di Stato ad opera dei militari rovesciava il governo democraticamente eletto di Aung San Suu Kyi, in carica dal 2015 e rieletto nel 2020.

Il rischio di escalation e le ingerenze esterne al conflitto

Negli ultimi scontri di aprile le forze governative hanno inviato mezzi aerei per bombardare le posizioni perdute al confine con la Thailandia. Sono stati dispiegati Mig-29 ed elicotteri d’accatto Mi-35, che hanno martellato le posizioni ribelli nel Kayin. Assetti bellici di matrice russa, che testimoniano la vicinanza di Mosca alla giunta militare birmana.

E tuttavia, nell’ultimo biennio l’appoggio russo alla giunta si è attenuato sensibilmente, complice il conflitto in Ucraina e il conseguente razionamento delle risorse militari da parte del Cremlino in favore dello sforzo bellico in Est Europa.

Le azioni militari perpetrate al confine destano forte preoccupazione in Thailandia, dove si teme un concreto rischio di escalation, certamente non desiderato dal governo del Primo Ministro Srettha Thavisin. Bangkok sta tentando di coinvolgere i Paesi della regione per contenere la crisi birmana, richiedendo una convocazione straordinaria dell’Asean (Association of Southeast Asian Nations).

Benché la crisi del Myanmar venga guardata con preoccupazione dalla maggior parte degli stati confinanti, la stessa ha subito nel corso del tempo molteplici ingerenze esterne. La stessa Thailandia, in passato ha finanziato i ribelli, fornendo armi e munizioni alle fazioni in lotta con la giunta militare fino al 1995, quando Bangkok è riuscita a mettere in sicurezza i propri confini, interrompendo i rapporti con le fazioni in lotta. Contestualmente ha siglato un accordo commerciale con il Myanmar, dove la città di Myawaddy assume importanza strategica per gli scambi commerciali tra i due Paesi.

Interessante anche la posizione cinese, che è mutata sensibilmente nel corso del tempo, da una velata ostilità a un rapporto di collaborazione con la giunta militare. Nei primi anni di indipendenza del Paese, il Pcc (Partito Comunista Cinese) ha supportato la controparte birmana nel combattere la giunta militare al potere.

Il nuovo corso cinese intrapreso dall’inizio del millennio ha sostanzialmente cambiato l’approccio sinico al vicino del Sud. Il Myanmar è stato identificato da Pechino come uno dei Paesi che consentirebbero alla Cina di aggirare le rotte passanti per lo Stretto di Malacca, dominato dalla Marina statunitense. La firma del memorandum d’intesa per la Belt and Road Initiative ha come obiettivo la costruzione di un porto sul Golfo del Bengala, come terminale del Cmec (Cina-Myanmar Economic Corridor), che dalla città di Kunming in Cina collega per 1.700 chilometri al villaggio di Kyaukpyu dove dovrebbe sorgere l’infrastruttura portuale.

Fino al 2021 tuttavia la giunta militare è stata molto cauta nell’accogliere gli investimenti sinici in Myanmar, preoccupata dalla relativa sudditanza che questi avrebbero generato. Dopo il colpo di Stato militare e le conseguenti sanzioni imposte al Paese del Sud Est asiatico, tuttavia, gli investimenti dei Paesi allineati a Washington sono stati interrotti, lasciando poche opzioni valide per il Myanmar.

L’infrastruttura, assieme al porto di Gwadar in Pakistan, assume carattere strategico per Pechino, che tenta di creare un collegamento diretto con l’Oceano indiano, nell’eventualità di dover aggirare gli Stretti controllati dalla Us Navy.

Per tale ragione per Pechino il mantenimento dello status quo nel Paese assume carattere essenziale nelle politiche rivolte verso il Myanmar.

Per quanto concerne il coinvolgimento occidentale, a parte lo sdegno e le sanzioni imposte, non si annovera un interventismo diretto delle cancellerie democratiche dal golpe del 2021. In passato la Cia in Birmania ha appoggiato le forze antiregime dopo i colpi di stato del 1962 e del 1988.

Nel 2022 al Congresso statunitense è passato il Burma Act, poi incorporato all’interno dell’Ndaa 2023 che, oltre a imporre sanzioni alla giunta, ha sancito il supporto al Nug “nella lotta per la democrazia, libertà, diritti umani e giustizia”. Il Burma Act fornisce alle forze di opposizione supporto tecnico non letale. La vaghezza della dicitura consente a Washington di elargire sostegno al Nug e ai suoi gruppi correlati, fornendo strumentazione non letale come uniformi, sistemi di radaristica, equipaggiamento medico, addestramento e ultimo ma certamente non meno importante, intelligence.

Proprio quest’ultimo tassello potrebbe aiutare a spiegare il livello di coordinamento raggiunto dai ribelli negli ultimi attacchi anti-giunta.

Invero quel che è certo è che alla Casa Bianca il rovesciamento del regime militare birmano è visto senza dubbio con favore, poiché andrebbe a scardinare l’asse con Pechino e Mosca che si è venuta a creare, privando la Cina di quello sbocco sull’Oceano Indiano al quale essa anela.

Sullo sfondo di questo complesso mosaico rimane la popolazione birmana, che continua a subire ogni genere di violenza scaturente da questa guerra civile. Dalla ripresa delle ostilità nel 2021 oltre 4.000 persone (per lo più civili) sono state uccise, di cui più di 1.300 nel solo 2023 a testimonianza della recrudescenza del conflitto nell’ultimo periodo. Oltre 25.000 birmani sono stati imprigionati e sottoposti a processi arbitrari ed iniqui, con sentenze di vario tipo, fino alla pena capitale. Si annoverano poi oltre 2.600.000 sfollati (dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite sui rifugiati) in un Paese che non sembra poter trovare stabilità dal lontano 1948.

Credits: foto di Andrew Pakip da Pexels

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Carlo Andrea Mercuri

Analista geopolitico, si occupa da anni di questioni internazionali. Autore del libro Verità a Stelle e Strisce (Gruppo Albatros il Filo - 2017), ha collaborato con diverse testate per le sezioni esteri e geopolitica. Appassionato di storia contemporanea americana ed estremorientale.

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