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Il tour di Xi Jinping in Europa in tre tappe

Il Presidente cinese ha visitato l’Europa dal 5 al 10 maggio scorso, concludendo importanti accordi di natura strategica e commerciale con le Cancellerie di tre Paesi. Pechino cerca di portare avanti la sua visione multipolare, trovando terreno fertile in un’Europa sempre disunita sulla questione cinese.

L’ultima visita del Presidente cinese nel vecchio continente risaliva al 2019, un’era totalmente diversa rispetto al contesto geopolitico odierno. In quest’ultimo tour europeo Xi Jinping ha scelto di visitare tre Paesi europei: Francia, Serbia e Ungheria. La preferenza del leader cinese nella scelta delle tappe della visita non è certamente casuale.

Il senso del viaggio diplomatico, svoltosi tra il 5 e il 10 maggio, risiede nel tentativo cinese di frammentare i fragili equilibri europei, alimentando una strategia già scomposta da parte dei singoli attori statali nei confronti della Repubblica Popolare Cinese.

In effetti Francia, Serbia e Ungheria sono Paesi che vedono con favore un approccio multilateralista alle proprie politiche estere, non volendo impegnarsi pedissequamente nel seguire le dottrine statunitensi, sempre più confliggenti con Pechino negli ultimi anni.

All’Eliseo con Macron

Per la prima tappa del tour cinese il Presidente Xi ha scelto la Francia di Emmanuel Macron. Dei tre ovviamente il Paese con la caratura economica e geopolitica più importante. A primo impatto si potrebbe fare fatica ad associare la postura di Parigi con quella di Budapest e Belgrado (alfieri russo-cinesi nel Vecchio Continente). Eppure, l’Esagono ha sempre professato scarsa attitudine nell’aderire alle posizioni di Washington.

Un Modus operandi rinnovato sotto la Presidenza Macron, che, con le sue roboanti esternazioni concernenti l’invio di truppe francesi in Ucraina, vuole intestarsi l’autonomia strategica europea (a trazione francese ça va sans dire). Parigi ha sempre tentato di portare avanti una propria politica estera indipendente, seppur in linea con i principi occidentali. Lo testimonia il fatto che la nazione transalpina, al contrario dei suoi vicini, non ha mai ospitato basi militari americane sul suo territorio.

La recente ritirata francese dall’Africa ha poi ricalibrato le attenzioni dell’Eliseo sull’Indo Pacifico, dove Parigi può vantare ancora svariati dipartimenti d’oltremare e la più vasta Zona Economica Esclusiva del mondo (circa 11 milioni di chilometri quadrati) grazie ai suoi possedimenti nelle acque oceaniche.

Il presidente francese ha ribadito l’importanza di rafforzare per il suo Paese e per l’Unione Europea la cooperazione con la Cina. Parole accolte con piacere dal leader cinese, il cui scopo della visita è stato quello di rafforzare la visione multipolare del mondo (dimidiando l’influenza americana).

Su altri punti invece le due delegazioni (alla quale si è aggiunta la Presidente della Commissione Ue Ursula Von der Leyen), non sembrano aver trovato terreno fertile. Macron ha chiesto a Xi di affrontare il tema relativo agli squilibri della bilancia commerciale, che pende pericolosamente in favore di Pechino, con un deficit commerciale di quasi trecento miliardi di euro a sfavore dell’Ue.

Il Presidente francese ha anche chiesto a Xi di usare la sua influenza su Putin per favorire la fine del conflitto in Ucraina, ammonendo anche circa la vendita di tecnologia cinese al Cremlino che la Russia usa per sostanziare il suo sforzo bellico. Tuttavia, Xi è rimasto tiepido rispetto alle richieste francesi, optando per favorire solo il dialogo bilaterale tra Francia e Cina con accordi in tema di agricoltura, ecologia e scambi culturali.

Serbia come avamposto cinese nei Balcani

La seconda parte del tour diplomatico ha visto Xi raggiungere il presidente Serbo Vučić a Belgrado il 7 maggio scorso. Una data carica di significato per i due paesi, cadendo in quel giorno il venticinquesimo anniversario dal bombardamento americano dell’ambasciata cinese di Belgrado, avvenuto durante le incursioni dei velivoli Nato nella campagna aerea perpetrata ai danni della Jugoslavia di Slobodan Milosevic.

Nel bombardamento, ufficialmente un errore dell’aviazione americana imbeccata da informazioni provenienti dalla Cia, persero la vita tre giornalisti cinesi e rimasero ferite altre venti persone.

Oltre a ricordare il passato, a Belgrado i due leader hanno discusso di presente e futuro, reciprocamente rimarcando il riconoscimento di sovranità rispettivamente su Taiwan e Kosovo. Come Taiwan è Cina per Vučić, il Kosovo è Serbia per Xi Jinping.

Un manifesto geopolitico di vicinanza tra i due Paesi che mirano a scardinare (soprattutto la Cina) quel mondo a trazione americana che oggi accusa una sensibile flessione. Per sostanziare il suo manifesto la Cina fa della Serbia un Paese cardine della Bri (Belt And Road Initiative o in formula Nuove Vie della Seta), che per il tramite della ferrovia Belgrado-Budapest collegherà il cuore dell’Europa al porto del Pireo in Grecia, hub marittimo in mano alla cinese Cosco.

L’infrastruttura, che dovrebbe essere completata entro il 2026, faciliterà il transito di merci cinesi in Europa anche grazie all’accordo di libero scambio che Xi è Vučić hanno siglato proprio durante la visita del presidente cinese. 29 accordi firmati tra turismo, infrastrutture, ambiente e miniere, per fare di Belgrado un tassello fondamentale della strategia geoeconomica di Pechino.

Accordi che verosimilmente si potrebbero riverberare negativamente sulla candidatura della Serbia all’UE. Mentre la Presidente Von der Leyen a Parigi rimarcava l’importanza di limitare il dragone nella sua penetrazione economica del continente, Vučić ha spalancato le porte dei Balcani a Pechino.

La presidente della Commissione ha parlato chiaramente di pratiche distorsive di mercato da parte della Cina che, per il tramite di aiuti di Stato, mantiene artificialmente bassi i prezzi delle sue esportazioni quali veicoli elettrici e strumenti per le energie rinnovabili. Le parole della Von der Leyen, che ha minacciato dazi nei confronti dell’export cinese, mal si coniugano con la scelta serba di aprire al mercato cinese mantenendo attiva al contempo la sua candidatura per l’Ue.

Xi da Orbán

L’ultima tappa del tour europeo ha portato Xi Jinping nell’Ungheria di Victor Orbán, che ha accolto il Presidente cinese con tutti gli onori del caso. L’Ungheria riveste un ruolo di non marginale importanza per la Cina: il dragone ha investito miliardi di dollari nel Paese magiaro, uno dei 12 membri dell’Ue a portare avanti il progetto della Bri sul proprio territorio. A dicembre c’era stato l’annuncio che in Ungheria sarebbe nata la prima fabbrica europea di auto elettriche cinesi a marchio Byd. Una scelta ragionata dato che il Paese est europeo già ospita diverse fabbriche cinesi che producono pacchi di batterie per i veicoli elettrici.

Le delegazioni dei due Paesi hanno siglato un accordo di partenariato strategico e altri 18 accordi su svariate materie. Orbán ha speso parole importanti per la Cina e per il suo Presidente, invitando le imprese cinesi a continuare a investire in Ungheria, promuovendo al contempo le relazioni tra la Repubblica Popolare e l’Unione Europea.

Per contro il Presidente Xi ha promesso ulteriori investimenti in infrastrutture ed energia, parlando della linea ad alta velocità che collegherà la capitale Budapest al suo scalo aeroportuale e cooperazione nel campo dell’energia nucleare civile.

La cinque giorni di Xi Jinping si conclude come un chiaro successo per la Cina, che ha mostrato ancora una volta la frammentazione di vedute all’interno dell’Europa e dell’Unione Europea circa temi sensibili come i rapporti con la Repubblica Popolare Cinese.

Quest’ultima vuole fare dell’Est Europa un avamposto strategico per i propri investimenti, ma non solo: la massiva presenza di Paesi aderenti all’Unione Europea nei Balcani permette alla Cina di ammorbidire la sua posizione nei confronti dei 27 Stati membri, creando disunione all’interno dell’Ue. Una frammentazione certamente ben accolta a Pechino e dintorni che mira a scardinare l’ordine costituito in un’Europa ancora preda di egemoni alieni al continente.

Credits: Immagine di wirestock su Freepik

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Carlo Andrea Mercuri

Analista geopolitico, si occupa da anni di questioni internazionali. Autore del libro Verità a Stelle e Strisce (Gruppo Albatros il Filo - 2017), ha collaborato con diverse testate per le sezioni esteri e geopolitica. Appassionato di storia contemporanea americana ed estremorientale.

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