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Il senso dei Balcani per l’Italia

Il nostro estero vicino, per anni snobbato da Roma, assume oggi un’importanza strategica che non può più essere ignorata

Parafrasando lo scrittore tedesco Thomas Mann, in Italia si potrebbe affermare che “Tutto è politica”.

Ogni dibattito, discussione o idea, nel Bel Paese vengono ammantati di un determinato colore politico. Capita che allora un problema oggettivo, come la gestione dei flussi migratori, dei quali il nostro paese, complice la sua posizione geografica, è afflitto, assuma due connotazioni diametralmente opposte, a seconda che lo si guardi da destra o da sinistra.

Nelle ultime settimane, fiumi di inchiostro sono stati versati per narrare da ogni diversa angolazione possibile l’accordo siglato tra l’Italia e l’Albania per la gestione dei richiedenti asilo, con relativo subappalto in terra balcanica del problema migratorio.

Non sarà questa la sede dove si discuterà di come questo accordo sia o meno valido, utile, conforme al diritto internazionale o semplicemente conveniente. Lasciamo ad altri le verbose disquisizioni sull’argomento.

Una frase pronunciata dal Premier albanese Edi Rama durante la conferenza stampa congiunta con la Premier Meloni dovrebbe però far riflettere il nostro paese in maniera bipartisan:

“Non avremmo fatto questo accordo con nessun altro Stato UE, con tutto il rispetto c’è una differenza importante di natura storica, di natura culturale ma anche di natura puramente emozionale che lega l’Albania con l’Italia e gli albanesi con l’Italia”.

Nelle parole del Premier Rama si ravvedono tutte le componenti del peso italiano nel suo estero vicino, un peso ormai sbiadito, annebbiato da anni di miopia politica che, nella sua inerzia, ha contribuito alla frammentazione del suo intorno, dall’Africa ai Balcani.

Da protagonisti a comparse

Conclusa la disastrosa parentesi della Seconda Guerra Mondiale, l’Italia si è riaffacciata timidamente, da paese sconfitto, alla politica estera a piccoli passi. Nell’alveo dello schieramento atlantico, i vari governi della Prima Repubblica hanno cercato un piccolo spazio di manovra per accaparrarsi un minimo di autonomia strategica nel nostro estero vicino.              

Plastica manifestazione dell’attivismo politico italiano di quegli anni fu l’appoggio che i servizi di intelligence del nostro paese fornirono al generale tunisino Ben Ali in quello che è passato alla storia come “il colpo di stato medico”. Il governo Craxi, per il tramite dei servizi segreti italiani, favorì la destituzione del Presidente Bourguiba in favore di Ben Ali. Un colpo di mano incruento in un paese facente parte della sfera d’influenza postcoloniale francese.

Dall’apogeo della destituzione di Bourguiba alle suicide scelte in politica estera, con il contributo italiano ai bombardamenti NATO in Serbia e alla destituzione di Gheddafi in Libia, che hanno contribuito attivamente a frammentare il nostro estero vicino.

La volontà italiana di provare la propria fedeltà allo schieramento atlantico, senza curarsi della difesa dei propri interessi strategici, ha comportato una perdita di credibilità e di appeal per i paesi che hanno da sempre guardato a Roma come sponda credibile e alternativa agli altri interlocutori europei.

Polveriera Balcani

L’assetto geopolitico lasciato in dote dalla fine della Guerra Fredda ha reso l’area balcanica una polveriera, deflagrata agli inizi degli anni Novanta, lasciando conseguenze devastanti. Anni di conflitti interetnici, genocidi, pulizie etniche e fragili accordi di pace rendono ancora oggi l’area dei Balcani occidentali un possibile viatico di instabilità per l’Europa.

Chiare manifestazioni della fragilità balcanica sono il Kosovo e la Bosnia-Erzegovina. Quest’ultima, riassumibile come un artificio statale plasmato dagli Accordi di Dayton del 1995, sotto l’egida dell’unica superpotenza dell’epoca, gli Stati Uniti. Un mostro burocratico che ha incamerato due realtà estremamente eterogenee e invise come bosgnacchi e i serbo-bosniaci (più una minoranza croata) in un’unica realtà federale, per una coesistenza maldigerita da entrambe le parti.

Le spinte centrifughe dei serbo-bosniaci si sono palesate plasticamente nel dicembre del 2021, quando il Presidente Dodik ha manifestato l’intenzione di far fuoriuscire la Repubblica Srpska dalle Forze armate bosniache. Nel febbraio del 2022 il Parlamento della Repubblica Srpska ha proposto una legge per instituire un sistema giudiziario parallelo, svincolato da quello federale, ritenuto poi illegittimo dalla Corte costituzionale di Sarajevo.     

Questi prodromi scissionisti avrebbero forse trovato terreno fertile per una dichiarazione unilaterale di secessione qualora il conflitto ucraino fosse andato diversamente e Mosca fosse stata in grado di supportare il separatismo serbo-bosniaco.

In Kosovo, territorio a noi noto per l’ingente presenza di militari italiani che agiscono nell’ambito della Missione Kfor, la situazione è, se possibile, ancora più tesa. Lo scontro tra gli albanesi kosovari e la minoranza serba sita al Nord del Paese ha caratterizzato questo quadrante sin dalla sua formazione nel 2008, quando Pristina dichiarava unilateralmente l’indipendenza dalla Serbia.

Nel maggio scorso, 11 militari italiani sono rimasti feriti a seguito di una manifestazione della minoranza serba degenerata in scontri di piazza. Ogni esternazione di ciascuna delle due parti è presa a pretesto per riaccendere lo scontro, come è avvenuto recentemente per la questione delle targhe serbe, strumentalizzate per generare tensioni tra le parti.

Il ruolo dell’Italia

L’instabilità balcanica riguarda il nostro paese da vicino. Se le tensioni nella regione dovessero esplodere Roma si troverebbe di fronte a una situazione difficilmente gestibile. Con la sponda Nord dell’Africa già viatico di tensioni e guerre (vedasi il caos libico), mantenere i Balcani in sicurezza assume centralità assoluta.

In un rinnovato attivismo in Politica estera, già iniziato con il governo Draghi e maggiorato dall’esecutivo Meloni (Piano Mattei per l’Africa per citare un chiaro esempio delle ambizioni italiane), l’Italia può farsi alfiere della stabilizzazione dei paesi balcanici. L’Accordo con l’Albania ha reso evidente che Roma oggi ha ancora un peso in un’area colpevolmente snobbata in passato, dove russi, cinesi e turchi si sono inseriti di buon grado (per i russi si è trattato di un reinserimento). Oggi sono sei i paesi dei Balcani occidentali che hanno fatto domanda di adesione all’Unione Europea senza tuttavia potervi fare parte.
Alcuni da quasi un ventennio, come nel caso della Macedonia del Nord (domanda di adesione del marzo 2004).

La candidatura dell’Ucraina ha sbloccato in parte la situazione degli altri balcanici, che hanno visto Kiev ricevere una corsia preferenziale, nonostante quest’ultima sia ben lontana dal rispettare i requisiti d’adesione richiesti solitamente. L’Italia può farsi promotrice di paesi candidati (come Serbia e Bosnia) per acquisire fiducia e rinsaldare rapporti politici e commerciali con questi paesi. L’ingresso in UE di questi paesi avrà il merito di avvicinare le popolazioni balcaniche all’Europa occidentale, attuando quello scollamento necessario da attori invisi a Bruxelles.

Nella questione kosovara l’Italia può spendere l’ingente capitale che la missione militare le ha concesso per promuoversi come mediatore nella vicenda tra Pristina e Belgrado e caldeggiare una soluzione a noi familiare, tentando di replicare in Kosovo il modello Sudtirol, applicato alle nostre latitudini.

Il ritardo accumulato rispetto a cinesi e turchi è sensibile ma con un mondo che scivola velocemente verso un rinnovato bipolarismo, anche gli Stati balcanici indecisi dovranno prima o poi adottare una scelta di campo. Se Roma si farà trovare pronta, potrà giocare un ruolo da protagonista in questo rinnovato contesto geopolitico.

Credits: foto di Oscar M da Pexels

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Carlo Andrea Mercuri

Carlo Andrea Mercuri

Analista geopolitico, si occupa da anni di questioni internazionali. Autore del libro Verità a Stelle e Strisce (Gruppo Albatros il Filo - 2017), ha collaborato con diverse testate per le sezioni esteri e geopolitica. Appassionato di storia contemporanea americana ed estremorientale.

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