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Paura e Delirio in Argentina, Javier Milei e il nuovo corso del Paese

Il Paese, seconda economia del Sud America, è a una svolta. L’elezione di Javier Milei e i possibili sviluppi in politica interna ed estera.

L’Argentina ha un nuovo Presidente. Il 19 novembre il paese sudamericano ha scelto Javier Milei con il 55,69% delle preferenze. Annichilito l’avversario Sergio Massa, ex Ministro delle Finanze, con 12 punti di scarto al ballottaggio. Troppo forte lo stigma dell’inflazione al 140% dal quale è afflitto il paese (peggio solo il Venezuela con il suo poco invidiabile 249%).

L’anarcocapitalista Milei – così si definisce egli stesso – ha saputo sobillare ad arte la testa e la pancia degli argentini, un popolo stremato da decenni di mal governo e politiche volte all’assistenzialismo sfrenato. Un voto di rottura rispetto al passato e all’establishment che ha caratterizzato la politica del gigante sudamericano negli ultimi decenni.

Argentina, una storia travagliata

La storia dell’Argentina, è stata caratterizzata da una serie di terremoti finanziari che, data la loro frequente ricorrenza, si potrebbero definire ciclici e sistemici. Il Paese, dal raggiungimento della sua indipendenza ha dichiarato bancarotta ben nove volte. Sotto la dittatura militare di Juan Domingo Perón il paese fu soggetto a una serie di nazionalizzazioni riguardanti l’apparato industriale argentino.

Furono varate anche una serie di politiche assistenzialiste, rivolte alle fasce indigenti della popolazione e funzionali a mantenere alto il consenso rispetto alla dittatura Peronista. Ad esse si affiancava un protezionismo esterofobo che fece scivolare il paese in una sorta di semi-autarchia. Il tutto, accompagnato a una svalutazione sistematica del Peso Argentino, fece dichiarare la terza bancarotta a Buenos Aires già nel 1951 con Perón al comando.

Negli anni Ottanta, per distrarre la popolazione argentina dalla disastrosa situazione economica, la giunta militare al comando, con il Generale Galtieri come Presidente, decise di imbarcarsi in una campagna militare suicida contro il Regno Unito per la riconquista delle isole Falklands/Malvinas. L’esito disastroso del conflitto e le spese militari conseguenti alla campagna militare che le forze argentine dovettero sostenere portarono verso la quinta bancarotta.     

Complice una congiuntura economica in cui versavano i due principali mercati di export per l’Argentina (Brasile e Messico) e l’impossibilità per il governo di trovare un accordo con l’FMI – condizione imprescindibile per il Fondo Monetario era il taglio della Spesa Pubblica – nel 2001 l’Argentina falliva nuovamente per la settima volta. Un terremoto socioeconomico devastante per il paese sudamericano.   

Il partito peronista raccoglieva la pesante eredità post fallimento del 2001 con la famiglia Kirchner a guidare il paese dal 2003 al 2015. Nel tempo il partito fondato dal Generale Perón ha assunto caratteristiche camaleontiche, passando da correnti di centro sinistra a opposite di centro destra. Alla base del programma dei coniugi Kirchner (Nestor dal 2003 al 2007 e poi la moglie Cristina fino al 2015) vi è un mix di svalutazione sistematica del Peso Argentino e assistenzialismo di stato.

Proprio quest’ultima misura andava a creare un meccanismo per cui 19 milioni di argentini oggi dipendono dallo stato tra pensionati, lavoratori statali e percettori di sussidi. Nella situazione attuale, un argentino su 10 lavora per lo Stato e la Banca Centrale è costretta a stampare moneta per finanziare questo assistenzialismo visto che lo Stato non riesce più ad accedere al credito internazionale data la sua volatilità sui mercati.  

Questo meccanismo vizioso porta a una spirale inflazionistica mostruosa. Ad aggiungersi a questo esecrabile quadro vi è una corruzione endemica diffusa e una scarsa capacità di raccolta tasse: oggi solo 800 mila argentini pagano le tasse su un paese di 46 milioni di abitanti. 

Svolta Milei, ma la strada è in salita

Dopo il monopolio politico dei Kirchner (che è costato all’Argentina la sua ottava bancarotta) gli esecutivi Macrì e Fernandez, che si sono alternati dal 2015 a oggi, hanno condotto al nono (e per ora ultimo) default. Alle Presidenziali del 2023 a Milei si contrapponeva il Ministro delle Finanze Sergio Massa, del Governo Fernandez. Il popolo argentino però ha optato per un cambio radicale rispetto agli ultimi quarant’anni di Argentina democratica.

Il bacino dei votanti di Milei si è visto soprattutto nelle regioni interne e tra i giovani che hanno optato per un voto di rottura rispetto al passato scegliendo l’anarcocapitalista. La catastrofica situazione socioeconomica, con un’inflazione al 140%, un debito pubblico fuori controllo e il 40 % degli argentini sotto la soglia di povertà ha reso la scelta quasi obbligata.

Le condizioni in cui versa il paese sono disastrose e le ricette di Milei, intrise di liberalismo sfrenato, con pesante riduzione dello Stato nella vita dei cittadini argentini potrebbero non trovare terreno fertile per attecchire.

Nonostante la vittoria, il neoeletto Milei si ritrova al governo di un Paese senza i numeri: sia alla Camera che al Senato Milei è in minoranza, con la Camera Alta dove può contare solo su 7 seggi su 72. Un’alleanza con l’ex presidente Macri, anch’esso liberalista, che ha in mano i governatorati locali sembra all’orizzonte. Per l’Argentina che è una Repubblica Federale, l’appoggio dei governatori locali è fondamentale per governare il paese.

Oltre ai tagli strutturali alla spesa pubblica con relative privatizzazioni di aziende partecipate, la ricetta di Milei per risollevare le sorti del paese poggia sulla dollarizzazione dell’economia. Milei è di fatto un alfiere della dollarizzazione del paese, che punta a realizzare entro i prossimi due anni. 

L’artificiale svalutazione che il Peso Argentino (nel 2013 il cambio con l’euro era di 1 a 8, oggi è 1 a 390 circa) ha subito negli anni ha portato a una spinta inflattiva incontrollabile. L’adozione di una valuta forte come il dollaro agirebbe da calmiere in tal senso. Eppure, la dollarizzazione dell’economia, già praticata negli anni Novanta, con la parità peso dollaro 1-1, se da una parte ha frenato la spinta inflattiva del paese, dall’altro disincentivò l’export rendendo le merci Argentine poco competitive dato l’alto costo, rispetto ai competitor.

In nuce, una panacea per il disastro economico nel quale versa l’Argentina oggi non esiste e le ricette di Milei potrebbero scontrarsi con la dura realtà del paese.

Nuovo corso in politica estera

Il nuovo di corso di Milei avrà certamente effetti anche in politica estera. La dollarizzazione dell’economia argentina ha chiara valenza geopolitica che travalica il mero aspetto monetario.
Al summit BRICS di Johannesburg dell’agosto scorso si è deciso di allargare la platea dei membri a ulteriori sei candidati, tra i quali proprio l’Argentina. Stante l’obiettivo primario dei BRICS, ossia la de-dollarizzazione dell’economia, risulta chiaro l’ossimoro con le scelte che Milei vuole compiere in politica estera.

A confermare la sospensione dell’adesione al circolo dei “mattoni”, ha provveduto Diana Mondino, il futuro Ministro degli Esteri scelta dall’anarcocapitalista per la strada di governo.


La mossa ha un chiaro valore geopolitico. Non è un mistero che il neoeletto presidente albiceleste sia più orientato a lavorare con il blocco Occidentale e che sia poco incline a rafforzare i propri rapporti con Brasilia e Pechino. Quest’ultima particolarmente invisa a Milei, dove in un’intervista all’ex Anchor man di Fox News Tucker Carlsonm affermava che sotto la sua presidenza non si sarebbero condotti affari con paesi comunisti.

Più facile a dirsi che a farsi dato che alla Cina è destinato l’8,6% dell’export argentino, soprattutto in prodotti agricoli quali la soia e di origine animale come le carni argentine. Nei piani di Pechino, infatti, l’Argentina avrebbe dovuto fungere da granaio dei BRICS, grazie alla fertilità delle sue terre.

Freddo anche con il presidente brasiliano Lula, che rappresenta il paese dove l’Argentina esporta di più in assoluto e che dal post-Bolsonaro ha deviato le sue attenzioni più chiaramente verso l’asse sino-russo, complice anche la congiuntura commerciale che lega questi tre paesi.

Milei ha comunque rassicurato il tessuto imprenditoriale argentino, sensibilmente interconnesso con il Dragone, esternando l’intenzione del governo di non ostacolare i rapporti economici con Pechino.

Sullo sfondo gongola Washington, che dopo il Venezuela può riaprire il dialogo anche con la Casa Rosada (sede del governo argentino), in un America Latina che nell’ultimo ventennio si è sempre più spostata verso le sirene sino-russe a detrimento della sicurezza degli Stati Uniti, come nel recente caso del Nicaragua.

In conclusione, l’Argentina è certamente a una svolta nella sua storia, un percorso mai intrapreso che potrebbe definirsi a tinte fosche, fatto di paure e incertezze. Le ricette di Milei, oltre ai proclami altisonanti da campagna elettorale, si basano sul ridurre la presenza dello Stato e l’assistenzialismo che ha portato a questa situazione disastrosa; altra pietra angolare è la riduzione dalla dipendenza dall’export cinese, ma la strada per il neoeletto Presidente è tutta in salita.

credits: foto di Maxi Gagliano da Pexels

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Carlo Andrea Mercuri

Analista geopolitico, si occupa da anni di questioni internazionali. Autore del libro Verità a Stelle e Strisce (Gruppo Albatros il Filo - 2017), ha collaborato con diverse testate per le sezioni esteri e geopolitica. Appassionato di storia contemporanea americana ed estremorientale.

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