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Global Challenges Foundation: Una Visione Distopica per un Governo Mondiale?

La Global Challenges Foundation è un’organizzazione non governativa fondata nel 2012 da Laszlo Szombatfalvy, un imprenditore svedese di origine ungherese. Il suo obiettivo è quello di promuovere la governance globale come mezzo per affrontare le sfide più urgenti del mondo, come il cambiamento climatico, la guerra nucleare e le pandemie. Per farlo, la fondazione sostiene la ricerca e l’innovazione sociale, organizza concorsi e premi, e collabora con altre istituzioni e attori.

Per fornire un quadro dell’identità di questa organizzazione, è opportuno enumerare alcuni dei suoi partner. Questi sono diversi e diversificati, ma convergono tutti verso un unico scopo:

Partner strategici: The Rockefeller Foundation, The Future of Life Institute, The World Economic Forum, The Earth League, The Global Challenges Network.

Partner di impatto: UN Foundation, UNDP, UNFCCC, UN Women, UNICEF, WHO, World Bank Group, IMF, OECD, EU Commission, African Union Commission, Asian Development Bank (ADB), Inter-American Development Bank (IDB), World Trade Organization (WTO), World Economic Forum Global Future Co

Partner di comunicazione: Project Syndicate, The Conversation, Quartz, The Guardian, TEDxStockholm.

Partner accademici: Stockholm Resilience Centre, Stockholm School of Economics, Uppsala University, University of Oxford, University of Cambridge, Harvard University, Yale University, Stanford University, MIT, Columbia University, Princeton University, UC Berkeley, UCLA, University of Toronto, McGill University, ETH Zurich, University of Geneva, Sciences Po Paris, Sorbonne University, LSE, UCL, King’s College London, University of Edinburgh, Australian National University, University of Melbourne, Tsinghua University, Peking University.

Partner di ricerca: Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), International Institute for Applied Systems Analysis (IIASA), Future Earth, Global Carbon Project (GCP), World Resources Institute (WRI), World Wildlife Fund (WWF), International Union for Conservation of Nature (IUCN), International Council for Science (ICSU), International Social Science Council (ISSC), Stockholm Environment Institute (SEI), Potsdam Institute for Climate Impact Research (PIK), Climate Analytics.uncils.

La lista dei partner di questa organizzazione è estremamente vasta, e per evitare di prolungare troppo l’elenco, è opportuno visitare direttamente il loro sito web. Lì troverete una panoramica completa, inclusi nomi ben noti, che vi offrirà una visione più completa della loro rete di collaborazioni.

Uno dei progetti più ambiziosi della Global Challenges Foundation è il rapporto “Responding to Earth System Risk in the Global Multilateral System“, pubblicato nel 2021. Si tratta di un documento che propone una riforma radicale del sistema delle Nazioni Unite per renderlo «più efficace ed equo nel gestire i rischi globali legati al sistema Terra. Il sistema Terra è il complesso di interazioni tra gli elementi fisici, chimici, biologici e sociali che costituiscono il pianeta e che ne determinano lo stato e le dinamiche».

Il rapporto parte dal presupposto che il mondo sia di fronte a una tripla crisi planetaria (TPC), che combina cambiamento climatico, perdita di biodiversità e inquinamento. Queste tre crisi si intrecciano e si rafforzano a vicenda, minando il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG) e la futura prosperità ed equità globale. Gli SDG sono 17 obiettivi adottati dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2015, che rappresentano le priorità per lo sviluppo economico, sociale e ambientale del mondo entro il 2030.

Il documento sostiene che attualmente il sistema delle Nazioni Unite non è adeguato per rispondere alla scala e alla complessità delle sfide globali, poiché è stato progettato prima che queste fossero riconosciute. Inoltre, secondo il rapporto, l’ONU presenta una serie di problemi strutturali e funzionali, tra cui la mancanza di rappresentatività, legittimità, trasparenza, responsabilità, coerenza, efficienza ed efficacia.

Un fatto interessante è che le stesse parole sono state ripetute da diversi politici di recente, tra cui il primo ministro italiano Giorgia Meloni al G20. Questa coincidenza suggerisce che la questione di cui si parla è già stata decisa in anticipo. Si tratta solo di creare una narrazione per spiegare, in questo caso, perché si debba accettare che i paesi del Brics abbiano più peso dei paesi occidentali, perché questo sarebbe il risultato di una riforma come quella proposta.

Il rapporto afferma chiaramente la necessità di una serie di riforme che trasformino il sistema delle Nazioni Unite in un governo mondiale.

 Questa idea non era forse già presente nel documento programmatico di David Rockefeller Jr. intitolato “Prospect for America: The Rockefeller Panel Reports”, pubblicato nel 1961? Si tratta di un documento di oltre 500 pagine, la cui lettura è molto istruttiva. A pagina 26, si legge: «Il risultato auspicato è la pace in un mondo suddiviso in unità più piccole ma organizzate, coordinate e controllate da una sola autorità, in uno sforzo congiunto per promuovere e facilitare il progresso della vita economica, politica, culturale e spirituale. Tale comunità consiste in istituzioni regionali sotto un organismo internazionale di crescente potere, unite in modo da poter affrontare quei problemi che sempre più le singole nazioni non saranno capaci di risolvere da sole».

Forse avrete già sentito queste parole in diverse occasioni negli ultimi anni, soprattutto a partire dal 2015, ma potreste non sapere a chi si stanno riferendo. Il rapporto vi fornirà ulteriori dettagli per una migliore comprensione. Infatti, esso continua affermando: «Oltre a partecipare direttamente a due gruppi regionali, gli Stati Uniti hanno partecipato pienamente e fin dall’inizio alle Nazioni Unite, l’organizzazione internazionale che oggi nutre la ragionevole speranza di poter assumere sempre più funzioni e ad assumersi responsabilità sempre più grandi».

Nel libro “Welcome 1984“, scritto in collaborazione con il giornalista Franco Fracassi, abbiamo esaminato come questo progetto si sia sviluppato nel corso del tempo, passo dopo passo, e come siano state create le basi per raggiungere l’obiettivo auspicato dal Panel.

Ma tornando al documento originario della Global Challenges Foundation, le riforme riguardano quattro ambiti principali: la conoscenza, la governance, il finanziamento e la partecipazione. Per quanto riguarda la conoscenza, il rapporto suggerisce di creare un nuovo organismo chiamato Earth System Risk Observatory (ESRO), il cui compito sarebbe monitorare, valutare e comunicare i rischi legati al sistema Terra. L’ESRO sarebbe composto da esperti indipendenti e avrebbe accesso a tutte le informazioni disponibili sullo stato del pianeta. Avrebbe anche il potere di raccomandare azioni preventive o correttive ai paesi membri.

ll rapporto propone di potenziare il ruolo dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite come organo legislativo globale. L’Assemblea Generale verrebbe riformata per garantire una rappresentanza più equa dei paesi in base a criteri quali la popolazione, il reddito e le emissioni di gas serra. Questo significa che, ad esempio, l’Unione Europea avrebbe una rappresentanza proporzionata alle sue dimensioni (immaginare quanto sarebbe significativa).

Inoltre, l’Assemblea Generale acquisirebbe il potere di adottare risoluzioni vincolanti per gli Stati membri in merito a questioni fondamentali relative al sistema Terra. Parallelamente, il rapporto suggerisce l’istituzione di un nuovo organo esecutivo globale denominato “World Executive Council” (WEC), composto da 24 membri eletti dall’Assemblea Generale con un mandato quadriennale. Il compito principale del WEC sarebbe quello di attuare le decisioni dell’Assemblea Generale e di coordinare le azioni dei vari organismi delle Nazioni Unite.

Per quanto riguarda il finanziamento, il documento propone, guarda caso, di istituire un nuovo meccanismo di tassazione globale basato sul principio del “chi inquina paga”. Si tratterebbe di una tassa sulle emissioni di carbonio, che sarebbe applicata a tutti i paesi in base alla loro responsabilità storica e attuale nel causare il cambiamento climatico. Il ricavato della tassa sarebbe destinato a un fondo globale per il clima, che sarebbe gestito dal WEC e che servirebbe a finanziare le azioni di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico. Il rapporto stima che la tassa sul carbonio potrebbe generare circa 2.000 miliardi di dollari all’anno.

Per quanto riguarda la partecipazione, il rapporto propone di aumentare il coinvolgimento della società civile, del settore privato e delle comunità locali nel processo decisionale globale. A tal fine, il rapporto suggerisce di creare un nuovo organo consultivo chiamato World Citizens’ Assembly (WCA), che sarebbe composto da 1.000 cittadini selezionati casualmente da tutto il mondo. Il WCA avrebbe il compito di esprimere le opinioni e le aspettative dei cittadini sulle questioni relative al sistema Terra e di formulare proposte all’Assemblea generale e al WEC. Questo vuol dire creare un meccanismo di finta democrazia, in cui mille persone accuratamente selezionate dovrebbero decidere per miliardi di persone.

Il rapporto conclude che queste riforme sono necessarie e possibili, purché ci sia una forte volontà politica e una mobilitazione sociale a favore del cambiamento (il che vuol dire che aumenterà la propaganda, perché, che ci crediate o no, le cose imposte con la forza non funzionano nel lungo periodo, per cui abbiamo un grosso potere, nonostante non ce ne accorgiamo). Inoltre sostiene che queste riforme non minerebbero la sovranità nazionale, ma la rafforzerebbero, garantendo una maggiore sicurezza e benessere a tutti i paesi. Il rapporto invita quindi i leader mondiali, le organizzazioni internazionali, la società civile e i cittadini a sostenere questa visione e ad agire per realizzarla.

Questa visione, senza dubbio, rappresenta una realtà sconcertante e indesiderabile. Il rapporto emanato dalla Global Challenges Foundation coinvolge, come sempre, i medesimi attori politici e finanziari, sollevando legittime preoccupazioni riguardo alle loro intenzioni. Il progetto presentato si configura come una distopia che, in nome della complessità e dell’urgenza delle sfide globali che il pianeta affronta, propone una soluzione che costituisce una minaccia concreta per la diversità e l’autonomia delle nazioni.

Il rapporto ci invita a essere più consapevoli e cooperativi riguardo ai beni comuni globali, ma al contempo ci impone una forma di tassazione e regolamentazione globale che si preannuncia come oppressiva. Ci sfida a essere più partecipativi e responsabili nel plasmare il futuro del pianeta, ma ci lascia in balia di una nuova élite globale elitaria e antidemocratica, privandoci della possibilità di richiedere, attraverso il nostro diritto al voto, l’adempimento delle promesse fatte durante le campagne elettorali.

In effetti, non è questo il desiderio di molti? Al giorno d’oggi, troviamo numerosi documenti governativi che affermano chiaramente che, grazie all’intelligenza artificiale in grado di anticipare le necessità dei cittadini, i politici, le elezioni ei governi diventeranno obsoleti. Nonostante l’auspicio di liberarsi da politici inefficienti, incapaci o corrotti, è fondamentale mantenere intatto il diritto di voto. Quello che stanno cercando di imporci al loro posto appare ancora più inquietante, dato che mancherà di una figura riconoscibile e di una denominazione.

Credits: Foto di Steve Buissinne da Pixabay

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Carmen Tortora

Carmen Tortora

Laureata in matematica con indirizzo applicativo in ambito tecnologico, ha conseguito una specializzazione in analisi tecnica dei mercati finanziari.
Ha approfondito i suoi interessi per la natura e la scienza studiando biologia, viticoltura e enologia.
Attualmente lavora come insegnante nella scuola pubblica e come redattrice per la webradio Radio28TV e per il giornale online CambiaMenti. È co-autrice del libro NEXT con Franco Fracassi, per cui cura una rubrica di economia, finanza e tecnologia.

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