Cerca
Close this search box.

Il conflitto nel Tigrai, storia di un massacro

Nella regione del nord etiope dal 2020 al 2022 si è combattuto un conflitto durissimo tra le milizie tigrine e le forze governative. Sullo sfondo una serie di interessi regionali e globali in un quadrante delicato come quello del Corno d’Africa.

L’intensificarsi dei conflitti nel mondo denuncia una progressiva instabilità in continenti già martoriati da una storia travagliata.  Con circa trenta scontri armati attivi (dalle guerre classiche alle schermaglie), l’Africa è il continente dove si annovera il più alto numero di conflitti nel mondo. 

Alcuni di questi sono frutto di un retaggio coloniale che ha sezionato artificialmente il continente, forzando popolazioni invise alla coabitazione. Molti invece originano dall’accaparramento di potere e materie prime di cui l’Africa è ben fornita. Spesso la longa manu di potenze regionali e globali modella le sorti di questi conflitti.

Nel Corno d’Africa, area di grande rilevanza strategica, endemicamente martoriata da annosi conflitti (salita agli onori della cronaca recentemente per gli attacchi Houthi nello Stretto di Bab el-Mandeb), per due anni dal 2020 al 2022 si è combattuto un sanguinoso conflitto, aggravato da un generale disinteresse dell’opinione pubblica internazionale, come sovente accade in Africa.

I prodromi del conflitto

Quando nel 2018 il Primo Ministro Abiy Ahmed Ali saliva al potere in Etiopia lo faceva grazie alla promessa di una progressiva liberalizzazione e democratizzazione del paese.

Già nel primo anno di governo l’esecutivo di Abiy riscontrava tensioni con il Fronte popolare di liberazione del Tigrai (Tplf – partito politico di stampo marxista) che accusava il Primo Ministro di voler abbattere le identità etniche di cui l’Etiopia, Paese da oltre cento milioni di abitanti, è composita, per il tramite della Fondazione del Partito della Prosperità.

Obiettivo della nuova coalizione politica ideata da Abiy, che ha raccolto a sé quasi tutte le rappresentanze partitiche etiopi ad eccezione del Tplf, era infatti superare l’organizzazione su base etnica della politica etiope in favore della creazione di una nuova entità rappresentativa dell’intera Nazione.

Il Tplf considerava il nuovo progetto di aggregazione partitica come illegale e decideva di non aderirvi, preoccupato da una possibile erosione di autonomia. Il Fronte di Liberazione del Tigrai ha sempre visto in un sistema federale di stampo etnico l’unica soluzione per sostanziare le proprie mire autonomistiche. Il progetto di Abiy invece aveva uno scopo di centralizzazione del governo in chiave pan-etiopica.

Le restrizioni legate alla diffusione nel Paese del coronavirus non facevano che esacerbare le frizioni tra Abiy e il Tplf. L’emergenza pandemica dava adito a bloccare il processo elettorale nel Paese. Organi consultivi parlamentari e il Parlamento stesso poi autorizzavano Abiy a rimanere in carica oltre la scadenza del suo mandato, rinviando la tornata elettorale di agosto 2020, ingenerando aspre critiche delle opposizioni.

Sia il Fronte di liberazione Oromo che il Tplf bollavano la decisione parlamentare come incostituzionale, accusando Abiy Ahmed di strumentalizzare il covid per proprio tornaconto politico.

Con intento provocatorio Il Tplf decideva comunque di tenere elezioni a livello regionale nel settembre 2020, in aperta sfida al governo di Addis Abeba. Le urne avrebbero decretato una vittoria schiacciante per il Tplf che conquistava tutti i seggi.

Di lì una rapida escalation di tensioni portava il governo di Abiy a dichiarare il fronte tigrino organizzazione terroristica e a dichiarare lo stato di emergenza nel Paese.

Mappa dell’Etiopia, il Tigrai è la regione a Nord, evidenziata in rosa, confinante con l’Eritrea

La guerra del Tigrai

Nel novembre 2020 le milizie tigrine lanciavano un assalto alle forze di difesa nazionale etiope, scatenando un conflitto che sarebbe durato per ventiquattro mesi.

Lo stesso è suddivisibile in quattro fasi.

Fase uno: scontro aperto tra le forze governative e quelle tigrine culminato con la presa di Macallè, la capitale regionale, che verrà pesantemente bombardata e conquistata dall’esercito etiope.

Fase due: della guerriglia. La soverchiante forza militare delle truppe regolari etiopi costringeva i combattenti tigrini a fuggire dai centri abitati per rifugiarsi nei passi montani, organizzando azioni di guerriglia. Questa fase si contraddistingue anche per la partecipazione al conflitto dell’Eritrea, storicamente avversa ai confinanti tigrini.

Fase tre: controffensiva tigrina. Riorganizzatesi nelle Tdf (Tigray defense forces) le milizie ripresero l’iniziativa dapprima riconquistando la capitale Macallè per poi sfondare in Amara (regione confinante), alleandosi con l’esercito di Liberazione Oromo, arrivando a circa 140 chilometri da Addis Abeba.

Fase quattro: ripresa del controllo da parte delle forze governative. Grazie alla mobilitazione generale e all’aiuto pervenuto da Paesi come Turchia ed Emirati Arabi Uniti le forze governative riescono a ricacciare i ribelli all’interno dei confini tigrini.

L’ultima fase sopraelencata ha portato ad una sorta di stallo militare tra le parti, (con Addis Abeba in difficoltà nell’avanzare ulteriormente nella regione e i tigrini stremati da un isolamento pressoché totale), che ha indotto le stesse a siglare, a circa due anni dall’inizio delle ostilità, un trattato di Pace a Pretoria in Sud Africa, il 2 novembre 2022.

Gli attori coinvolti

Anche se Addis Abeba ha sempre derubricato il conflitto come mera questione di sicurezza interna, la guerra del Tigrai ha attirato l’attenzione di una molteplicità di attori, sia a livello regionale che globale.
La Turchia ha giocato un ruolo determinante circa l’esito del conflitto: grazie ad Ankara e alla fornitura di droni Bayraktar Tb2 che Erdogan ha elargito all’Etiopia, le forze governative sono riuscite a riequilibrare le sorti del conflitto ricacciando i tigrini entro i loro confini.           

Ankara ha effettuato ingenti investimenti nel Corno d’Africa, sfruttando in molti casi, come quello somalo, i legami religiosi con i Paesi africani; pertanto, la Turchia ha visto nella guerra un’occasione per riavvicinarsi all’Etiopia, il gigante di quel delicato quadrante, dopo che questa aveva virato negli anni precedenti verso Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

Questi ultimi anche hanno appoggiato Abiy, fornendo sostegno per il tramite dei propri Uav (unmanned Aerial Vehicle), a protezione del loro investimento in terra africana. Gli Emirati, nonostante le loro ridotte dimensioni geografiche, si sono rivelati un attore di peso nella regione, specialmente nel 2018 quando hanno mediato tra Etiopia ed Eritrea per quella che viene chiamata l’Intesa di Gedda, che ha posto fine formalmente allo stato di guerra tra i due Paesi.

Proprio l’Eritrea, nemico storico dell’Etiopia, ha dal 2018 intessuto buoni rapporti con Addis Abeba tanto da intervenire nel conflitto al suo fianco, per paura di una frammentazione del suo vicino, lasciando adito a spinte centrifughe dei vari gruppi che caratterizzano quel quadrante.

Speculari invece gli atteggiamenti di Egitto e Sudan. Entrambi ai ferri corti con l’Etiopia per l’annosa questione della costruzione della Grand Ethiopian Renaissance Dam, la diga del Nilo Azzurro che Addis Abeba ha deciso di costruire con la minaccia di una progressiva riduzione dell’affluenza delle acque del fiume verso Egitto e Sudan.

Inoltre, l’Egitto, che si vede potenza regionale, con enormi interessi nel Mar Rosso e nello Stretto di Bab el-Mandeb (circa il 2% del Pil è composto dai proventi derivanti dal Canale di Suez) non vede certo con favore un’estroflessione geopolitica di un gigante demografico come quello etiope. Le tensioni con il Cairo si sono manifestate anche recentemente quando l’Etiopia ha siglato con il Somaliland un Memorandum of Understanding per ottenere uno sbocco sul collo di bottiglia di Bab el-Mandeb.

Infine, gli attori globali: Stati Uniti e Paesi europei, benché ufficialmente neutrali non hanno certo appoggiato le azioni di Abiy. Soprattutto Washington, che aveva visto nell’elezione del Primo Ministro etiope nel 2018 una concreta possibilità per allontanare Addis Abeba da Mosca e Pechino, ha masticato amaro.

Le scelte di Abiy, che hanno messo a rischio il sistema democratico in Etiopia e la brutalità con il quale le forze governative hanno condotto l’offensiva hanno allontanato gli Stati Uniti dal Paese africano, favorendo un ulteriore avvicinamento all’asse sino-russo.

La Repubblica Popolare e la Federazione russa hanno offerto sostegno diplomatico all’Etiopia sin dalle prime fasi del conflitto, sottolineando il principio di non ingerenza negli affari interni del Paese. La vicinanza ad Addis Abeba si è ripagata: nel 2022 l’Etiopia si è astenuta dal votare alle Nazioni Uniti contro la Russia sull’invasione dell’Ucraina. Il I gennaio 2024 l’Etiopia è divenuta membro dei Brics, avvicinandosi ulteriormente all’asse Mosca-Pechino.

Retaggio di guerra

Si è combattuto ovunque nel Tigrai, da Axum a Adua, città che nella mente degli italiani evoca un passato coloniale. La devastazione che ne è conseguita è visibile ancora oggi nella regione. L’Oxfam ha affermato che circa tre milioni di tigrini sono a concreto rischio carestia.

Due anni di assedio, collegati alla distruzione delle infrastrutture della regione hanno creato delle condizioni disastrose, favorite dalla siccità e dalla carenza di bestiame. La guerra è stata caratterizzata da svariati crimini, dagli stupri ai massacri di civili, che non hanno risparmiato gi abitanti del Tigrai. L’esercito eritreo in particolare si è macchiato di ogni crimine, complice anche la storica antipatia per la popolazione tigrina, nutrita durante la guerra con l’Etiopia. Uno scenario simile a quello che abbiamo già raccontato anche nella regione separatista del Camerun, l’Ambazonia.

Incombono inoltre nuovi venti di guerra nella regione. I tigrini sono pronti ad imbracciare nuovamente le armi, stavolta però il nemico principale sono le forze armate eritree, che oggi occupano alcune zone della regione. Potrebbero trovare un alleato inaspettato proprio nell’Etiopia, che, complice un deterioramento nei rapporti con Asmara (l’Eritrea sostiene i ribelli Amara antigovernativi), è ai ferri corti con il suo vicino.

L’esperienza di combattimento accumulata dai tigrini proprio contro gli eritrei può rivelarsi fondamentale in un ipotetico scontro che si terrebbe verosimilmente nella regione già martoriata da due anni di guerra.

Se però guerra sarà, stavolta il conflitto non passerà inosservato a livello internazionale, oggi il Corno d’Africa è tornato sotto ai riflettori a causa degli attacchi Houthi, riflettendo per gli europei l’importanza e la fragilità di questo quadrante.

Credits: Copertina Foto di Travis Anderson da Pixabay
Mappa di FreeVectorMaps

•  •  •

Condividi:

Picture of Carlo Andrea Mercuri

Carlo Andrea Mercuri

Analista geopolitico, si occupa da anni di questioni internazionali. Autore del libro Verità a Stelle e Strisce (Gruppo Albatros il Filo - 2017), ha collaborato con diverse testate per le sezioni esteri e geopolitica. Appassionato di storia contemporanea americana ed estremorientale.

Sottoscrivi
Notificami
guest
0 Commenti
Inline Feedback
Vedi tutti i commenti

Articoli Correlati

Language

La Casa del Social Journalism

Contatti

Scrivi o invia un comunicato stampa alla redazione

Newsletter

Resta aggiornato ogni settimana sui nostri ultimi articoli e sulle notizie dal nostro circuito.