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L’Etiopia, l’accesso al mare e la geopolitica del Corno d’Africa

A fronte dell’accordo con il Somaliland, Addis Abeba potrebbe ottenere uno strategico affaccio sullo Stretto di Bab el-Mandeb, tuttavia permangono molte incognite sulla realizzabilità del sogno etiope

Gennaio avrebbe potuto essere tranquillamente il mese dell’Etiopia a livello geopolitico. Nel giorno di Capodanno il Paese entrava ufficialmente nel circuito dei Brics, sostenendo plasticamente la propria vicinanza geopolitica all’asse sino-russo. Sempre lo stesso giorno il Primo Ministro etiope Abiy Ahmed annunciava la sigla di un Memorandum of Understanding (MoU) con il Presidente del Somaliland Muse Bihi Abdi, al fine di garantire al popoloso Paese africano uno strategico sbocco al mare.

Complice una congiuntura geopolitica estremamente complessa e gravida di problematiche, tra l’annosa questione ucraina e la polveriera Medio Oriente, la notizia è passata però quasi in sordina a queste latitudini.

Un accordo che cambia la geopolitica del Corno d’Africa

Il MoU firmato il I gennaio è nella sua accezione verbale una comunicazione reciproca di intenti, non vincolante al momento. Tuttavia, lo stesso è prodromico di un futuro accordo che garantirà ad Addis Abeba, tramite un lease con il Somaliland, un porto nella città di Berbera sullo strategico Golfo di Aden, ospitante lo Stretto di Bab El-Mandeb, salito agli onori delle cronache per le recenti azioni degli Houthi contro il naviglio transitante in questo vitale Choke Point (Collo di bottiglia).

Lo sfogo talassico è vitale per un Paese con più di cento milioni di abitanti che dagli anni Novanta, a seguito della guerra civile e conseguente secessione con l’Eritrea, ha perso il suo affaccio sul Mar Rosso. Un Paese che affaccia sul mare non può che dotarsi di una forza navale militare con il duplice scopo di difendere il proprio commercio e le proprie coste nonché proiettare potenza sulle acque.

All’interno del MoU sarebbe infatti garantita ad Addis Abeba una sezione della costa somala ad uso di una ricostituita Marina etiope.

Quanto suddetto è avvalorato dalle parole del Primo Ministro etiope Abiy Ahmed il quale lo scorso anno aveva definito lo sbocco al mare come “una questione esistenziale”.             
Parole che tradiscono la pragmatica emergenza di un Paese che conta oltre 126 milioni di persone e la cui importazione principale è legata a prodotti alimentari come grano e riso. L’assenza di sbocco al mare relega l’Etiopia alle dipendenze dei suoi turbolenti vicini per le proprie importazioni (nonché per le esportazioni), minandone l’autonomia economica.

L’estroflessione marittima dell’Etiopia può, in potenza, alterare i già fragili equilibri regionali. Le Marine militari occidentali e quella cinese hanno proprie basi operative nel piccolo Stato di Djibouti. Gli Stati Uniti oltre alla base di Camp Lemonnier, sita nel piccolo Stato costiero suddetto, vantano appoggi per la Us Navy dislocati tra Arabia Saudita e Oman.

L’avvento di una futura Marina etiope (attualmente il Paese è sprovvisto di una forza navale) è un’incognita che aggiunge incertezza in un’area già altamente volatile.

In aggiunta, il MoU è stato siglato tra l’Etiopia e un soggetto, il Somaliland, che non gode di alcun riconoscimento internazionale e che viene annoverato come parte integrante della martoriata Somalia.

Cos’è il Somaliland e quale ritorno dall’accordo con l’Etiopia?

Retaggio della dominazione coloniale britannica in Africa, conosciuta come Somalia Britannica, negli anni Sessanta del Novecento otteneva l’indipendenza da Londra per poi confluire nella Repubblica Somala. L’implosione della Somalia all’inizio degli anni Novanta funse da propulsore per riguadagnare un’indipendenza de facto da Mogadiscio a formare la Repubblica del Somaliland. Il territorio che conta un’area di 137.600 chilometri quadrati e oltre 700 chilometri di costa, è rivendicato interamente dalla Somalia come parte integrante dello Stato.

              
Nonostante il Somaliland goda di tutti i requisiti basici per annoverarsi come entità statale (una valuta propria – istituzioni politiche indipendenti – forze armate- propri passaporti) fino a gennaio 2024 non veniva riconosciuto formalmente da alcuno Stato. Il MoU però ha dischiuso la possibilità di cambiare questo status, con la promessa di un riconoscimento formale da parte di Addis Abeba che può cambiare la geopolitica del Corno d’Africa.

Le reazioni della Somalia, Stati Uniti, Turchia e degli altri attori internazionali

Il contenuto del MoU ha ovviamente fatto infuriare Mogadiscio, che per il tramite del Presidente Hassan Sheikh Mohamud ha condannato l’accordo, dapprima dichiarandolo un atto di aggressione per poi ritirare la propria rappresentanza diplomatica da Addis Abeba. La posizione somala è facilmente intellegibile a fronte di un riconoscimento di una decurtazione territoriale su una porzione strategica del proprio Paese.

Più sfumata è la posizione turca: Ankara ha investito enormemente nel Paese situato nel Corno d’Africa, sfruttando il legame islamico con Mogadiscio e creando una partnership culturale-economica-militare. L’eventuale riconoscimento de jure del Somaliland pone a rischio l’investimento turco in Africa Orientale.

Parimenti gli Stati Uniti, che dato il progressivo allontanamento di Adis Abeba da Washington (con l’adesione ai Brics, che puntano alla de-dollarizzazione dell’economia), vedono con sfavore un affaccio allo strategico Golfo di Aden da parte dell’Etiopia. Un quadrante dove Washington è attualmente coinvolta per contenere le puntate offensive degli Houthi contro il naviglio occidentale e che la presenza etiope non fa che aggravare.        


Infine, la frammentazione somala è vista dagli Stati Uniti come potenziale viatico di un rafforzamento del gruppo islamista Al Shabaab e in tale contesto il MoU risuona come un rafforzativo all’atomizzazione della Somalia.

Di parere contrario anche l’Egitto, che già in pessimi rapporti con l’Etiopia per la questione relativa all’utilizzo delle acque del Nilo, dopo la costruzione della Diga della Rinascita da parte di Addis Abeba, annuncia per il tramite di Al-Sisi la propria volontà di difendere l’integrità territoriale somala.


In una conferenza stampa congiunta con l’omologo somalo Mohamud, Al-Sisi ha dichiarato la volontà egiziana di non permettere a nessuno di “minacciare la Somalia o di comprometterne la sicurezza […] non mettere alla prova l’Egitto e non tentare di minacciare i suoi fratelli, soprattutto (quando) questi gli chiedono di intervenire”.

Infine, anche le organizzazioni internazionali, dall’Unione Africana alla Lega Araba fino all’Ue hanno tutte condannato il MoU, ribadendo il riconoscimento all’integrità territoriale della Somalia.

L’incognita economica

Anche se il MoU dovesse sostanziarsi in accordo vero e proprio, i piani di riarmo navale etiope potrebbero essere ostacolati dalla precaria situazione finanziaria in cui versa Addis Abeba.

Poco dopo l’inizio dell’anno l’agenzia di Rating Fitch ha definito l’Etiopia in “deafult limitato” dopo che il Paese africano non è stato in grado di ripagare una rata di riscatto degli Eurobond.

Il governo di Abiy Ahmed sta negoziando un pacchetto di aiuti finanziari con l’Fmi (Fondo Monetario Internazionale), per rilanciare la sua economia in grave sofferenza a causa di un’inflazione galoppante, una penuria di valuta estera forte e un debito estero imponente. L’ingresso nei BRICS potrebbe aiutare l’Etiopia a diversificare gli organismi dai quali richiedere aiuti finanziari, magari per il tramite della NDB (New Development Bank, prosaicamente conosciuta come Banca dei Brics).

Tuttavia, l’organismo è stato pensato per aiutare nello sviluppo infrastrutturale dei Paesi non per finanziare il riarmo dei propri membri. Né sarà facile ottenere prestiti da una Cina sempre in maggiore difficoltà economica, che oggi si rivela molto più restrittiva nei suoi prestiti africani, in confronto agli investimenti a pioggia a cui il Dragone aveva abituato il continente negli anni passati, Etiopia compresa.

Una sponda potrebbe arrivare invece da Mosca con la quale Addis Abeba vanta già una cooperazione strategica anche in ambito militare, come testimoniato dal bilaterale tenutosi a luglio a lato del Summit Russia Africa tra Vladimir Putin e Abiy Ahmed. Tuttavia, con un conflitto in corso, difficilmente gli assetti navali di Mosca saranno ceduti all’Etiopia, in un momento tanto delicato per il dominio del Mar Nero.

Se la situazione economica non dovesse migliorare le prospettive di riarmo navale sarebbero probabilmente disattese per mancanza di liquidità.

In conclusione, l’azzardo etiope suscita preoccupazioni a quasi tutte le latitudini, per un accordo che può sconvolgere ulteriormente un quadrante tanto sensibile quanto precario come il Corno d’Africa e le rotte marittime ad esso collegate, tasche etiopi permettendo.

Credits: Foto di 12019 da Pixabay

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Carlo Andrea Mercuri

Carlo Andrea Mercuri

Analista geopolitico, si occupa da anni di questioni internazionali. Autore del libro Verità a Stelle e Strisce (Gruppo Albatros il Filo - 2017), ha collaborato con diverse testate per le sezioni esteri e geopolitica. Appassionato di storia contemporanea americana ed estremorientale.

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