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Speciale due anni di guerra in Ucraina – PARTE II

Dopo 24 mesi di combattimenti la fine del conflitto sembra ancora lontana. La guerra che si continua a combattere in est Europa, sebbene stia latitando progressivamente di attenzione mediatica negli ultimi mesi, ha cambiato il mondo in cui viviamo. Mosca ha scatenato un conflitto che si riverbera ben oltre i martoriati confini ucraini e la fine sembra ancora distante.

In questo speciale in tre parti analizziamo l’evoluzione del conflitto e i cambiamenti geopolitici accorsi da quel fatidico 24 febbraio, quando le truppe di Mosca oltrepassavano il limes ucraino.

L’inefficacia delle sanzioni

Sin dai primi sussulti di guerra era chiaro che l’occidente non sarebbe diventato parte attiva del conflitto: (quasi) nessuno vuole morire per l’Ucraina. L’unica alternativa allo scontro diretto con la Russia era perciò l’applicazione dell’arma economica, un impianto sanzionatorio in grado di mettere in ginocchio l’Orso russo senza dover sparare un colpo.

In un’economia globalizzata e interconnessa le sanzioni economiche teoricamente dovrebbero di per sé essere sufficienti a piegare il sanzionato e a farlo desistere dal suo comportamento. Purtroppo, però la storia insegna che le sanzioni economiche da sole non hanno mai fermato un comportamento aggressivo. Era vero nel 1935 quando l’Italia invadeva l’Etiopia, è vero oggi con paesi come Cuba, Iran e Corea del Nord, che sono soggetti a pesanti sanzioni; eppure, continuano imperterriti con la loro agenda geopolitica non allineata ai desiderata di Washington e soci.

L’esclusione dal sistema Swift, l’embargo sugli idrocarburi russi e il congelamento dei fondi non hanno prodotto quell’effetto cataclismico sbandierato, anzi si sono paradossalmente ritorti contro i sanzionatori, europei in primis.

Emarginata dal Society for worldwide Interbank Financial Telecomunication (Swift), Sistema che permette lo scambio interbancario di informazioni relative a trasferimenti di denaro, Mosca è rapidamente corsa ai ripari utilizzando sistemi alternativi come il Cips, di matrice cinese e il Spfs, quest’ultimo sviluppato dal Cremlino per ammortizzare gli effetti delle sanzioni già imposte nel 2014. Altro strumento alternativo utilizzato con successo sono le criptovalute che permettono facilmente di aggirare le sanzioni, data la loro natura transnazionale e digitale.

Sul fronte energetico l’embargo di idrocarburi provenienti dalla Siberia russa ha messo in ginocchio le economie occidentali più che il Paese esportatore. L’economia tedesca, ad esempio, rifornita di gas a basso costo dai tubi sottomarini del Nord Stream, ha potuto alimentare la propria macchina industriale a basso costo per anni. Il taglio delle forniture di matrice russa, di cui plastica manifestazione è stata il sabotaggio del Nord Stream 2, ha riscritto la storia energetica del Vecchio Continente.   

L’embargo energetico ha favorito gli esportatori di gas naturale liquefatto, come Qatar e Stati Uniti, che però ha costi di gestione diversi, dovendo subire un processo di rigassificazione una volta trasportato via nave.

La Russia poi è riuscita convogliare il surplus produttivo di idrocarburi destinato originariamente all’Europa verso Paesi come Cina e India, che, non aderendo alle sanzioni occidentali, hanno beneficiato dei “saldi” del Cremlino, importando a prezzi particolarmente favorevoli. Paradosso delle sanzioni, il greggio russo che finisce in India viene in parte raffinato e spedito in Europa “ripulito” dall’etichetta di prodotto Made in Russia. Basti vedere l’incremento dell’export di petroli raffinati tra il 2022 e il 2023 di cui Delhi ha beneficiato in concomitanza con l’imposizione delle sanzioni. I prodotti petroliferi lavorati in India hanno visto un importante incremento dell’export dal 2021 (1.9 miliardi di rupie) al 2023 (7.8 miliardi di rupie).

L’occidente finanzia anche lo sforzo bellico russo. Come? Non apponendo alcun obbligo di esibire certificati di utilizzo finale per tecnologie sensibili, come microprocessori, circuiti integrati e altri. Questi preziosi manufatti raggiungono le fabbriche di armi russe via Paesi terzi. Esportazioni europee verso nazioni amiche di Mosca come Armenia e Kazakhstan hanno visto un’impennata importante con punte di oltre il 300% per le apparecchiature elettroniche. Anche la Cina funge da hub logistico di smistamento della tecnologia occidentale, rifornendo la Russia di preziosa tecnologia che poi verrà impiegata sul campo.

Zelensky e Putin, due leader una guerra

La vulgata comune sottende a ridurre lo sforzo bellico in corso a mero scontro tra i due leader. La “guerra di Putin” titolavano i giornali nelle prime fasi del conflitto, come se l’affare bellico fosse stata esclusiva decisione dell’inquilino del Cremlino, che con fare affabulatore avrebbe anestetizzato la popolazione russa ad accettare passivamente un conflitto che alle nostre latitudini si fatica a comprendere.

La verità è che il popolo russo, seppur in maniera leggermente ondivaga, sostiene il suo Presidente e lo sforzo bellico in corso. Ne è testimonianza il sondaggio del centro Levada, organo indipendente inviso al Cremlino, che vede come il 77% dei cittadini russi a favore di questo conflitto (dati di febbraio 2024).

Anche se a Mosca sono stati abili a raccontare il conflitto come uno scontro esistenziale contro l’Occidente, il dato non lascia spazio a dubbi, i russi questa guerra non la disdegnano.

Altrettanto ingenuo da parte nostra è additare il Presidente russo come “un pazzo” che agisce dissennatamente.  Putin è molte cose ma di certo non è fuori di testa, basti vedere come in questo conflitto Mosca abbia sempre cercato di non oltrepassare le molte linee rosse che avrebbero portato ad uno scontro diretto con la Nato, circoscrivendo la guerra attentamente entro i confini ucraini.

Spietato? Sì certo, ma molti leader lo sono eppure per alcuni di essi viene tessuta una narrazione molto differente. La guerra in Ucraina, dopo due anni da quel 24 febbraio 2022, ha fatto finora oltre 10mila vittime tra i civili ucraini (teniamo fuori dal conteggio i russi e i soldati ucraini). L’Aia ha accusato Vladimir Putin di crimini di guerra e deportazione, con un mandato di cattura che a meno di improbabili giravolte, rimarrà solo su carta.

Dal 7 ottobre 2023 i palestinesi morti sono quasi 30mila; eppure, il Tribunale Penale Internazionale per ora e solo perché adito dal Sud Africa, si è limitato a chiedere a Israele di fare tutto il possibile per “prevenire possibili atti genocidari”. Sebbene la Corte abbia accertato sufficienti indizi per portare avanti un’istruttoria di genocidio, al momento nessuno dei vertici israeliani è formalmente sotto accusa.

Questo doppiopesismo denuncia una narrazione piegata a una realtà manipolabile, dove ci sono vittime di serie A e di serie B.  Non bisogna dimenticare gli oltre 200mila civili morti durante la Guerra in Iraq, quando Washington andava a caccia di armi di distruzione di massa in Medio Oriente. Anche in quel caso i tribunali internazionali rimasero colpevolmente silenti nei confronti dei vertici angloamericani.

E Zelensky? Tutti sono rimasti stupiti dalla sua tenacia durante le prime fasi della guerra. Ha compattato un popolo e creato una narrativa nazionale di resistenza e tenacia. Ha dato agli ucraini la forza di non piegarsi all’invasore, respingendolo fieramente.

Poi però ha teso troppo la corda, irritando le opinioni pubbliche occidentali per il suo modo di fare, colpevolizzando l’Occidente perché le forniture di armi non erano mai sufficienti. Ha personalizzato una controffensiva rivelatasi fallimentare, sbandierandola come risolutiva per troppo tempo (dando ai russi un ampio lasso di tempo per preparare adeguatamente le difese).

Ha ingenerato le ire dei vertici americani, scontenti di come le risorse per la controffensiva d’estate siano state spalmate su un fronte di centinaia di chilometri anziché concentrate in pochi punti nodali (ha recentemente silurato il capo di stato maggiore Zalužnyj, principale fautore di questa strategia, reo forse di essere sin troppo popolare in Ucraina). Ha preteso che avamposti con limitato valore strategico fossero difesi a oltranza, vedi Bakhmut, sprecando uomini e risorse di cui ora è a corto.

Ora l’Ucraina chiede altri fondi e armi, ma il tempo le gioca contro. La guerra, che si è trasformata in un conflitto d’attrito, sorride ora a Mosca, che ha più uomini, mezzi e l’iniziativa dalla sua. Zelensky sa che, se scenderà a patti con Mosca, perderà definitivamente i territori ora sotto il controllo russo, ma come aveva preconizzato più di un anno fa l’ormai ex capo di Stato Maggiore degli Stati Uniti Mark Milley: “è molto difficile sfrattare l’esercito russo dall’intero Paese”.

Putin e Zelensky hanno certamente personalizzato il conflitto con il loro carisma, ma è bene guardare oltre, evitando di ridurre la complessità del conflitto solo ai suoi leader. In fondo la contesa tra Mosca e Kyev ha radici ben più profonde e lontane del 24 febbraio 2022 e dei due Presidenti.


Continua…

Credits foto di Kjpargeter da Freepik

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Picture of Carlo Andrea Mercuri

Carlo Andrea Mercuri

Analista geopolitico, si occupa da anni di questioni internazionali. Autore del libro Verità a Stelle e Strisce (Gruppo Albatros il Filo - 2017), ha collaborato con diverse testate per le sezioni esteri e geopolitica. Appassionato di storia contemporanea americana ed estremorientale.

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