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Si moltiplicano le incursioni di Pechino nel Mar Cinese Meridionale

Da Taiwan alle Filippine si registrano sempre più atti aggressivi della Guardia Costiera cinese.  Sullo sfondo una situazione internazionale deteriorata con il ruolo degli Stati Uniti messo sempre più in discussione dagli attori disallineati alla Pax Americana.

Il Ministero della Difesa Nazionale di Taiwan ha riportato che a cavallo tra il 21 e il 27 giugno sono state registrate 141 incursioni aree di velivoli militari cinesi nell’Adiz (acronimo di Air Defence Identification Zone) taiwanese. Trattasi di un numero record, superato solo in due occasioni nella storia recente: nell’agosto del 2022 quando l’Epl (esercito Popolare di Liberazione) inviò ben 182 aerei e nell’aprile del 2023 quando furono rilevati 169 velivoli.

Queste date non sono certo casuali: ad agosto 2022 l’allora Speaker della Camera Nancy Pelosi faceva visita ai vertici politici taiwanesi a Taipei, provocando l’ira di Pechino; nell’aprile del 2023 l’ex Presidente Tsai Ing-wen incontrava lo Speaker repubblicano Kevin McCarthy a Los Angeles.  

L’ultima ondata di incursioni aeree dei giorni scorsi è figlia di un progressivo deterioramento dei rapporti tra i due lati dello Stretto, accelerata dal 20 maggio scorso, quando il nuovo Presidente Lai Ching-te ha iniziato ufficialmente il suo mandato, corredando l’avvio della sua presidenza da un accorato discorso d’insediamento facendo rimandi su democrazia e indipendenza, temi sgraditi a Pechino. Non è certo un mistero che “William” Lai sia una figura invisa in Cina, dove non si esita a definirlo un “Piantagrane” e un indipendentista.

Le mosse di Pechino denunciano una progressiva assertività cinese nel Mar Cinese Meridionale e Taiwan non è oggi l’unico soggetto che è costretto a subire gli atteggiamenti sempre più aggressivi del dragone. Il 15 giugno la guardia costiera cinese ha abbordato due gommoni filippini intenti a rifornire la nave Brp Sierra Madre arenata sul Second Thomas Shoal (una secca al largo delle isole Spratly), presidiata dai marines di Manila. La secca, sita a 105 miglia nautiche a ovest di Palawan, è utilizzata dalle Filippine come presidio per reclamare sovranità su quel tratto di mare.

Durante l’episodio le milizie cinesi hanno fatto ausilio di luci accecanti, armi da taglio e contundenti al fine di scoraggiare i tentativi filippini di rifornire l’avamposto nel Mar Cinese Meridionale. Verso fine giugno navi della guardia costiera cinese sono penetrate per quattro giorni consecutivi nelle acque territoriali delle isole Senkaku, atolli contesi tra Tokyo e Pechino (che le riconosce con il nome di Diaoyu).

Ma quali sono le origini di questo atteggiamento smaccatamente provocatorio e su quali basi si fondano le rivendicazioni territoriali cinesi?

La Linea dei Nove Tratti

Se le rivendicazioni territoriali su Taiwan assumono carattere esistenziale per Pechino, le pretese del Dragone sul Mar Cinese Meridionale sono comunque concatenate a quelle sull’isola ribelle, vantando un’alta valenza geostrategica ed economica. Le stesse sono riassumibili per il tramite della cosiddetta Linea dei Nove Tratti che Pechino ha ereditato addirittura dalla Repubblica di Cina. Il governo repubblicano in vigore in Cina fino al 1949 redasse una mappa con undici tratti per identificare le “isole cinesi” nel Mar Cinese Meridionale.

Quando la Cina divenne una Repubblica popolare di stampo comunista decise di succedere alla Cina repubblicana nelle rivendicazioni marittime, decurtando la linea di due tratti e riducendola a nove. Le due linee rimosse erano quelle costeggianti il Golfo del Tonchino, favore che Pechino concesse al neonato Vietnam del Nord, data l’affinità ideologica tra i due governi.

Dal 1952 questa teoria divenne il pilastro geopolitico di Pechino per le sue rivendicazioni territoriali nel Mar Cinese Meridionale, portando il Dragone a scontrarsi con tutti i Paesi dell’area, che stante la Linea dei Nove Tratti perderebbero la maggior parte dei vantaggi concessi dal diritto internazionale in ambito marittimo.

In gioco vi sono vari aspetti: dalla necessità per Pechino di assicurare uno spazio di sicurezza marittimo per allontanare le minacce potenziali dalle sue coste, ai diritti di sfruttamento dell’area. Questo quadrante marittimo è uno tra i più pescosi al mondo e nel suo sottosuolo si annidano ingenti riserve di idrocarburi e altre materie prime che ovviamente fanno gola a tutti gli attori coinvolti.

Per sostenere le sue rivendicazioni la Cina, per il tramite della cosiddetta Grande Muraglia di Sabbia sta costruendo nel Mar Cinese Meridionale atolli artificiali che vengono poi militarizzati per estendere i limiti delle acque territoriali siniche.       

Le rivendicazioni cinesi su queste acque collidono con la maggior parte delle posizioni dei Paesi del Sud-Est asiatico. Tra questi le Filippine che, in ossequio alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del Mare (UNCLOS), avviavano nel 2013 un arbitrato nei confronti di Pechino sulle rivendicazioni siniche afferenti all’arcipelago delle Spratly. La sentenza del 2016 all’unanimità dava ragione a Manila, sconfessando le rivendicazioni cinesi poiché prive di una reale storicità nell’effettivo controllo esclusivo dell’arcipelago da parte di Pechino. Il verdetto, seppur non deliberante su questioni relative alla sovranità delle isole e dei confini marittimi, sanciva la mancanza totale di basi legali da parte della Cina per accampare diritti storici.

La sentenza, tuttavia, non venne accettata da Pechino che oggi continua a reclamare diritti su quest’area, portandola allo scontro diplomatico con i vari attori regionali, dalle Filippine appunto al Giappone, fino a Taiwan.

Cosa vuole Pechino?

Il costante innalzamento della pressione che la Cina appone sui suoi vicini rivieraschi è figlia di una tattica ben precisa, definita della rana bollita, da John C. Aquilino, ex comandante dello Usidonpacom (acronimo di United States Indo-Pacific Command). L’ammiraglio americano ha paragonato le mosse di Pechino a quelle di una rana in una pentola di acqua calda, la cui temperatura sale lentamente ma costantemente. Così come la rana senza accorgersene viene progressivamente bollita, i Paesi che affrontano l’aggressività di Pechino vedono la stessa montare progressivamente e quasi impercettibilmente fino al punto di non ritorno.

Se le mire di Pechino sui Mari Cinesi Meridionale e Orientale hanno radici storiche è solo recentemente che il dragone ha innalzato la tensione sensibilmente. Complice una percezione di un progressivo deterioramento della leadership americana nel mondo, la Cina vuole saggiare questa erosione di egemonia spingendo l’asticella sempre più in alto.

Nel disastroso duello Biden-Trump, tra le varie menzogne che il Tycoon ha rifilato in diretta, un’affermazione è senz’altro vera, ossia che la debolezza mostrata dal Presidente oggi è percepita all’estero come un nulla osta per i nemici dell’America a mostrarsi più impavidi e spregiudicati in politica estera.

Tra questi Pechino che guarda sicuramente con interesse alle prossime presidenziali di novembre negli Stati Uniti, anche se la minaccia cinese è percepita in maniera bipartisan tra Democratici e Repubblicani e difficilmente l’eventuale vittoria di Trump può portare ad un appeasement con il Dragone.

Fino ad allora c’è da aspettarsi che gli atteggiamenti aggressivi come sopra descritti proseguano, seppur con la volontà da parte di Pechino di non provocare un’escalation incontrollabile, almeno non nel breve periodo.

credits: Immagine di frimufilms su Freepik

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Carlo Andrea Mercuri

Analista geopolitico, si occupa da anni di questioni internazionali. Autore del libro Verità a Stelle e Strisce (Gruppo Albatros il Filo - 2017), ha collaborato con diverse testate per le sezioni esteri e geopolitica. Appassionato di storia contemporanea americana ed estremorientale.

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