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La Cina minaccia Taiwan dopo l’insediamento del Presidente Lai Ching-te

Pechino ha concluso domenica 26 maggio una serie di esercitazioni militari in risposta all’insediamento del nuovo Presidente taiwanese, bollato come un piantagrane e un’indipendentista.

Lo scorso 20 maggio presso il palazzo Presidenziale di Taipei, Lai Ching-te giurava come nuovo Presidente della Repubblica di Cina (nome ufficiale di Taiwan). La cerimonia, ad alta valenza simbolica, è avvenuta sotto lo sguardo benevolo del ritratto di Sun Yat-sen, storica figura della Cina repubblicana, fondatore del partito del Kuomintang e primo Presidente della Repubblica di Cina.        
       
Ufficialmente alternatosi all’ex Presidente Tsai Ing-wen, che, nei suoi otto anni di governo ha assistito a una generalizzata degenerazione dei rapporti con Pechino, Lai Ching-te, con il suo insediamento lancia un segnale di continuità politica per l’isola, garantendo un terzo mandato consecutivo al Democratic Progressive Party –Dpp.

Nel discorso inaugurale il Presidente Lai ha rimarcato l’importanza della democrazia e della sovranità di Taiwan. Un chiaro messaggio sia al popolo taiwanese, sempre più distaccato dal retaggio cinese in senso classico, che alla controparte comunista sita dall’altra parte dello Stretto. Non è certamente un mistero il fatto che Pechino veda negativamente l’elezione di Lai, giudicato dal Politburo cinese come un “piantagrane” e un “indipendentista”.

Il nuovo Presidente, durante il suo discorso inaugurale, ha speso parole anche sulla crescente aggressività mostrata dalla Cina, chiedendo da una parte di porre fine alle intimidazioni e dall’altra aprendo al dialogo con Pechino per il mantenimento della pace e della stabilità sullo Stretto di Taiwan.

Alla cerimonia di inaugurazione erano presenti i rappresentanti di 11 dei 12 paesi che intrattengono rapporti diplomatici ufficiali con Taiwan più delegazioni da Stati Uniti, Giappone, Unione Europea, Regno Unito, Australia e altri.

Sebbene questi ultimi Paesi, in ossequio alla politica di “Una Sola Cina”, non riconoscano diplomaticamente Taiwan come Paese indipendente, intrattengono comunque relazioni de facto con Taipei, riconoscendone il valore sia a livello economico che geopolitico.

Le radici della contesa con Pechino

Il progressivo inasprimento dei rapporti tra Pechino e Taipei nello Stretto di Taiwan ha radici profonde e si può far risalire alla fine degli anni Quaranta del secolo scorso. L’esito della guerra civile sinica avrebbe da una parte incoronato i comunisti di Mao come reggenti della Cina continentale con la creazione della Repubblica Popolare Cinese, proclamata ufficialmente il 1° ottobre 1949 in piazza Tienanmen.

Dall’altra parte gli esponenti della Cina nazionalista (i repubblicani del Kuomintang) di Chiang Kai-shek furono costretti alla fuga a Taiwan, ricreando sull’isola il governo in esilio della Repubblica di Cina. Mentre nella prima fase dello scontro intestino entrambe le sponde dello Stretto reclamavano la sovranità sull’intera Cina (Taipei veniva riconosciuta come governo legittimo cinese fino agli anni Settanta dalla maggior parte delle cancellerie occidentali e vedeva garantitosi il seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu), oggi l’establishment politico taiwanese ha de facto desistito da tale pretesa, concentrandosi piuttosto nel tentativo di sopravvivere politicamente e socialmente, vista la crescente assertività cinese nei suoi confronti.

Dagli anni Cinquanta ad oggi i rapporti tra i due lati dello Stretto hanno avuto natura altalenante. Solo nel primo decennio della contesa si sono sviluppate due Crisi dello Stretto, nel 1954 e nel 1958. L’intervento statunitense a supporto di Taiwan, tuttavia, depresse le velleità di riconquista sinica dell’isola ribelle, dimostrando almeno in questa fase la ferma volontà di Washington di difendere l’arcipelago repubblicano.

Al termine della Guerra Fredda Pechino e Taipei trovavano un momento di Appeasement nel 1992, dove gli esponenti delle due sponde dello Stretto elaborarono quello che passerà alla storia come il Consenso del 1992. Incontri tra le due delegazioni avevano luogo ad Hong Kong nell’ottobre di quell’anno, dove si concordò sul fatto che esistesse un’unica Cina, sebbene le due parti avessero una discordanza di vedute sul significato da attribuirsi a questo termine.

In particolare, il Kuomintang, affermava che la riunificazione con la terra ferma era un obiettivo da perseguire ma come, allo stato attuale, non vi fossero le precondizioni basilari per farlo. La riunificazione sarebbe stata posticipata a tempo indefinito fintanto che nella Cina continentale non si fossero sviluppate le condizioni minime necessarie per livellare i due lati dello stretto da un punto di vista economico, democratico e ideologico.

Gli Hong Kong Talks sembravano aprire una strada nuova al dialogo tra le due parti, ma la realtà avrebbe depresso queste speranze. Tre anni più tardi, infatti, si ebbe la terza crisi dello Stretto (1995-1996), anch’essa smorzata dall’intervento statunitense, che avrebbe inviato assetti navali nel canale come deterrente anticinese.

Dopo la terza crisi si assisteva a un periodo di sostanziale calma, almeno fino al 2016. In quell’anno veniva eletta la Presidente Tsa Ing-wen che nei suoi due mandati ha assistito ad un inasprimento dei rapporti con Pechino, con manifestazione plastica nell’estate 2022 con la visita della Speaker Nancy Pelosi a Taiwan, interpretata da Pechino come una dichiarazione ufficiosa di riconoscimento formale dell’indipendenza dell’isola da parte di Washington. La Cina rispondeva nuovamente con le armi, con un’ingente esercitazione militare nelle acque antistanti Taiwan.

La risposta cinese al discorso di Lai

Tornando all’attualità, le esternazioni del Presidente Lai circa la sovranità di Taiwan hanno scatenato la reazione funesta di Pechino che tre giorni dopo l’insediamento ha lanciato una maxi-esercitazione aeronavale, ribattezzata “Joint Sword-2024, che, per il tramite delle forze aeronavali dell’Epl, ha circondato l’isola principale di Taiwan e gli arcipelaghi di Kinmen e Matsu. L’operazione sinica è stata giustificata come punizione per coloro che “sono alla ricerca dell’indipendenza”.

Sul social cinese Weibo è stata pubblicata la mappa dell’esercitazione, la quale evidenzia i perimetri d’azione delle forze dell’Epl. Questa ha avuto lo scopo di circondare Taiwan a livello navale, sia per quanto concerne l’isola principale che i piccoli arcipelaghi di Kinmen e Matsu, distanti solo poche miglia dalla Cina continentale. L’obiettivo è duplice: da una parte spaventare la popolazione e l’establishment politico taiwanese; dall’altra inviare un chiaro segnale a Washington, dimostrando le capacità militari dell’Epl nel circondare rapidamente l’isola in caso di azione militare.

Parte della strategia cinese poggia, infatti, sulla necessità di sigillare l’isola prima che eventuali rinforzi possano giungere da Paesi allineati a Taiwan come Stati Uniti e Giappone. A tal proposito, recentemente la marina cinese aveva annunciato lo stazionamento permanente di vascelli sinici, dislocati ai quattro angoli di Taiwan con scopo deterrente.

Non a caso il simulato blocco nella parte orientale dell’Isola, che ha avuto come obiettivi le basi taiwanesi di Taitung e Haulien, ha lo scopo di interdire l’eventuale arrivo di aiuti militari da parte di Stati Uniti e Giappone per poter assistere Taiwan in un’eventuale difesa anti-sinica dell’isola.

L’esercitazione interforze cinese, che ha chiamato in causa l’esercito, l’aviazione, la marina e la Rocket Force di Pechino ha dispiegato un totale di 62 aerei e 27 vascelli dell’Epl nella sola giornata di venerdì 25 maggio.

E mentre gli Stati Uniti condannano l’operato di Pechino, bollato dal Dipartimento di Stato Usa come un chiaro tentativo di provocare un’escalation che porta all’erosione della pace e della stabilità dello Stretto, il Presidente Lai si appella ai leader sinici per agire responsabilmente e al contempo assicurare la stabilità della regione. Nel farlo il leader taiwanese ha nuovamente invitato Pechino a sedersi a un tavolo per cercare “reciproca comprensione e riconciliazione”.               

Sebbene sia improbabile che Pechino tenti nel breve periodo di conquistare l’isola manu militari è innegabile che il dragone si è posto l’obiettivo di “riabbracciare” Taiwan, completando il suo processo di unificazione entro la data del 2049, centenario della nascita della Repubblica Popolare Cinese.

È altrettanto vero che Pechino preferirebbe riannettere l’isola pacificamente, non foss’altro per la difficoltà di un’azione militare in un contesto tanto gravido di problemi come può essere quello di uno sbarco anfibio su un’isola orograficamente impervia, e tuttavia il Dragone non rinuncia a immaginare la conquista militare di Taiwan. Questo è anche dovuto al fatto che oggi la popolazione dell’isola è molto diversa da quella del 1992 e il sentimento nazionalistico taiwanese sta prevalendo, riscontrando dissonanze sempre più rimarcate rispetto alla controparte continentale.          

Credits: foto di Andrei Kotovikov da Pexels

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Carlo Andrea Mercuri

Analista geopolitico, si occupa da anni di questioni internazionali. Autore del libro Verità a Stelle e Strisce (Gruppo Albatros il Filo - 2017), ha collaborato con diverse testate per le sezioni esteri e geopolitica. Appassionato di storia contemporanea americana ed estremorientale.

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