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L’Ucraina non è l’Iraq – 1ª Parte

A oltre vent’anni dalla guerra che sconvolse l’Iraq è possibile fare un parallelismo tra il conflitto mediorientale e l’Operazione Militare speciale tutt’ora in svolgimento in Ucraina?
In questo speciale in due parti si analizzeranno analogie e differenze dei due eventi bellici, con la prima parte incentrata sulle similitudini tra i due conflitti.

In un’intervista rilasciata circa un anno fa all’emittente televisiva emiratina Al Arabiya, il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov sobillava ironicamente sia il suo interlocutore che il pubblico, citando un curioso messaggio trovato su Telegram. Nell’estratto dell’intervista, il diplomatico moscovita, citando le parole scovate sul social network, incitava quanti in Occidente avessero perso il sonno a causa del conflitto in corso, a immaginare come lo stesso non stesse avvenendo in Ucraina ma in altre regioni del mondo come Africa o Medio Oriente e che al posto della Russia vi fossero gli Stati Uniti. La provocazione di Lavrov, avente il chiaro scopo di evidenziare il complicato sistema di contrappesi mediatici in essere, rei di utilizzare una scala valoriale soggettiva in base alla macroarea dove determinati tragici eventi si svolgono, involontariamente crea i presupposti per paragonare il conflitto in Ucraina ancora in corso con la guerra in Iraq scoppiata nel 2003. Le due contese belliche, seppur svoltesi in contesti dissimili, in tempi diversi e per ragioni distinte, presentano alcune analogie plasticamente evidenziabili.         
Invero vi sono anche delle differenze sostanziali tra le due guerre che meritano un apposito approfondimento.           

ANALOGIE

Pretestuosità dell’intervento: per scatenare le rispettive macchine belliche nei due teatri in esame, sia Washington che Mosca si sono avvalse di motivazioni meramente pretestuose. 
Per l’amministrazione Bush, in carica nei primi anni Duemila alla Casa Bianca, il casus belli risiedeva nel presunto possesso da parte dell’Iraq di armi di distruzione di massa e nei fitti contatti che il Rais Saddam Hussein avrebbe intessuto con l’organizzazione terroristica di Al-Qaeda. Celebre fu l’intervento dell’allora Segretario di Stato Colin Powell alle Nazioni Unite, dove l’ex generale a stelle e strisce presentò “prove inoppugnabili”, sventolando una boccetta di antrace davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel febbraio del 2003.    
La messinscena non scosse le menti né dei delegati ONU né tantomeno quella dell’opinione pubblica mondiale come sperato da Powell e da Georg Tenet, l’allora direttore della CIA che sedeva proprio dietro al Segretario di Stato, durante quell’imbarazzante j’accuse. Le prove si rivelarono inconsistenti e, come ammise lo stesso Powell qualche anno più tardi ai microfoni dell’emittente qatariota Al Jazeera, le stesse si basavano sulle dichiarazioni di un carcerato iracheno in Germania, ritenuto inaffidabile anche dai servizi segreti tedeschi.
Analogamente anche i presunti rapporti tra Saddam e Al-Qaeda non furono mai dimostrati poiché inesistenti.
Le reali ragioni del conflitto americano in Medio Oriente risiedevano invece nella necessità di penetrare in un territorio strategicamente rilevante per la sua posizione e per le sue risorse. Incastonato tra l’inviso Iran e l’opulenta Arabia Saudita, l’Iraq di Saddam avrebbe funto da piattaforma geografica perfetta per apporre pressione su Teheran e al contempo salvaguardare una regione ritenuta all’epoca di primaria importanza per Washington, vista la quantità smisurata di idrocarburi racchiusi sotto le sabbie mediorientali e la presenza di alcuni tra gli Stretti più importanti al mondo, come quelli di Hormuz, di Bab el-Mandeb e il canale di Suez.   
Inoltre, proprio le ricche risorse petrolifere irachene dovevano essere “messe in sicurezza”, allontanandola da mire di paesi terzi. La produzione petrolifera dell’Iraq non sarebbe dovuta cadere in mani pericolose come quelle cinesi o peggio ancora (per l’epoca) iraniane.      
D’altronde l’embargo imposto all’Iraq come conseguenza all’aggressione al Kuwait nel 1991, avrebbe facilitato un avvicinamento di Pechino a Saddam in luogo dell’odiato antagonista statunitense. Anche per aggirare il suddetto embargo impostogli, a cavallo tra il 1999 e il 2000, Saddam optò per scambiare il petrolio iracheno in euro anziché in dollari. Tale mossa avrebbe potuto innescare un pericoloso effetto domino negli altri paesi produttori di greggio, portando paesi – come il Venezuela e l’Iran – a preferire la valuta europea anziché il biglietto verde. Il potenziale abbandono del dollaro come valuta di riserva per gli scambi internazionali legati al greggio avrebbe innescato un terremoto finanziario inconcepibile.       
Per Mosca invece la denazificazione dell’Ucraina e la protezione delle minoranze russofone è stata la causa che ufficialmente ha fatto propendere il Cremlino per l’intervento armato nel febbraio del 2022.   
L’esiguità dei movimenti neonazisti ucraini (alle ultime elezioni presidenziali del 2019 Svoboda ha collezionato un esiguo 1% del voto popolare, mentre alle parlamentari poco più del 2%) lascia da subito trasparire la pretestuosità delle giustificazioni putiniane all’Operazione Militare Speciale. Paradossalmente l’aggressione russa del febbraio 2022 ha avuto l’effetto collaterale di gonfiare le fila del gruppo paramilitare di estrema destra, il Reggimento Azov.            
In passato, durante la Seconda Guerra Mondiale, il partito nazista ucraino, L’OUN capitanato da Stepan Bandera creò una propria falange armata che combatté contro i sovietici per affrancare l’Ucraina dal giogo di Mosca.
Figure come quella di Bandera, a oggi, vengono riconosciute come fautori dell’indipendenza ucraina, ma la reale capacità di presa sulla popolazione ucraina verso tendenze neonaziste rimane residuale.
Le reali ragioni dell’avventura russa in terra ucraina hanno invero un’origine prettamente geopolitica. A cominciare dall’annessione della Crimea nel 2014 senza colpo ferire. La strategica penisola eusina consente a chi la amministra di dominare il Mar Nero, vista la sua posizione privilegiata. Ragion per cui la Russia fece di Sebastopoli la casa della sua flotta militare eusina sin dal 1783, mantenendone il possesso (con alcune tragiche interruzioni tra l’Ottocento e il Novecento) fino ad oggi. Ancora, vista l’impossibilità di fomentare i propri appetiti imperiali a Est, complice l’ingombrante presenza dell’amico cinese, la Russia ha deciso di guardare al Caucaso e all’Europa Orientale per saziare la sua fame neo-imperiale. La guerra d’Agosto del 2008 ai danni della Georgia, la succitata annessione della Crimea nel 2014 e l’Operazione Militare Speciale in Ucraina ne sono plastica rappresentazione. Il tutto senza contare i conflitti dove Mosca ha partecipato e continua a partecipare indirettamente tramite gruppi mercenari come il Wagner group.
In ultimo la fobia da accerchiamento che ha contribuito a guastare i rapporti tra l’Occidente e Mosca. La difesa del bassopiano sarmatico, che grazie alla sua scarsa rilevanza orografica ha favorito le invasioni negli ultimi duecento anni da parte di eserciti invasori, da quello napoleonico alla Wermacht del III Reich, unito al progressivo ingrossamento della coalizione NATO, ha creato una psicosi da invasione che nella mente di Putin e dei russi giustifica in parte la campagna d’Ucraina. Nella visione di Mosca l’ingresso di Kiev nell’Alleanza Atlantica andava fermato a ogni costo. Paradosso geopolitico della vicenda ed effetto collaterale indesiderato è stato l’ingresso nella NATO della Finlandia e della Svezia (in fieri) che hanno esteso di oltre mille chilometri la linea di contatto tra Mosca e l’Alleanza.

Utilizzo nel conflitto delle PMC: in entrambe le guerre si è registrato un utilizzo massivo delle PMC (Private Military Companies) in diversi ambiti tattici.
Durante la Guerra in Iraq, gli Stati Uniti fecero ricorso all’ausilio di compagnie di contractors privati, tra le quali spiccò la Blackwater company, oggi nota con il nome di Academi. Il gruppo militare privato, fondato dall’ex membro dei Navy Seal Erik Prince, assolse a diverse funzioni nell’occupazione dell’Iraq ad opera degli Stati Uniti.
Già impiegata con successo dal Pentagono nella campagna d’Afghanistan, durante la guerra in Iraq alla Blackwater furono affidati compiti di diversa natura: dalla protezione di alti funzionari e installazioni sensibili, fino all’addestramento delle forze di sicurezza irachene. Queste ultime bisognose di formazione militare poiché epurate dai rispettivi vertici militari, rei di essere iscritti al partito Ba’th (il partito socialista arabo di cui Saddam Hussein era il leader sin dagli anni Settanta). Lo smantellamento delle forze armate irachene fu opera dell’inviato presidenziale di Bush jr, Paul Bremer, il quale, una volta messo a capo dell’Autorità Provvisoria di Coalizione, di fatto governò il paese per semplice decreto. Il primo compito in Iraq affidato alla Blackwater fu proprio la protezione di Bremer. La miopica decisione di Bremer di cancellare di fatto le forze armate irachene, promulgando il fatidico Order Number 2 (il Number 1 metteva fuori legge il partito Ba’th), estromise di colpo circa 400.000 membri delle forze armate irachene, ritrovandosi questi ultimi improvvisamente disoccupati e senza benefici pensionistici.
La purga massiva decisa a tavolino esacerbò il sentimento antiamericano durante l’occupazione militare del paese, trovando in questo enorme bacino di personale addestrato – colpevole di essere iscritto all’unico partito legalmente riconosciuto in Iraq, la cui alternativa era l’estromissione dalla società –  un nucleo irredentista che avrebbe composto l’ossatura della futura Isis.
La Blackwater agì in Iraq ininterrottamente dal 2003 al 2007, fino a quando, a causa del massacro di Piazza Nisour (dove persero la vita diciassette civili iracheni, caduti sotto i colpi degli operatori della PMC) verrà temporaneamente messa al bando per poi rientrare ufficialmente in servizio nel 2008.
Il conflitto in corso in Ucraina ha messo sotto i riflettori dei media internazionali la compagnia militare privata Wagner, sia per le prestazioni belliche di quest’ultima, in teatri divenuti tristemente famosi come quello di Bakhmut, che per l’esuberanza del suo Comandante, Evgenij Prigožin. Il clamore mediatico acquisito dal Wagner Group durante il conflitto in terra ucraina tende a oscurare la reale portata del coinvolgimento da parte del Cremlino di queste compagnie, vero strumento di guerra “indiretto”. Sono circa venticinque le PMC che operano o hanno operato nel teatro operativo ucraino a oltre un anno dall’inizio delle ostilità. Il loro impiego apporta una serie di benefici indiscutibili per il Cremlino (se si esclude il terremoto politico generato dall’Affaire Prigožin). Hanno costi contenuti rispetto agli eserciti regolari, considerando anche il livello di preparazione dei miliziani che a parte “la carne da cannone” arruolata dalle carceri per rinsanguare i ranghi durante la battaglia di Bakhmut, ha un’estrazione di stampo militare finanche a livello di reparti speciali. Non sottostando direttamente agli ordini degli apparati statali hanno regole di ingaggio più snelle che consentono maggiore libertà di manovra in determinati ambiti. I nuclei operativi sono poi relativamente agili e ciò consente una capacità di impiego più rapida rispetto alle truppe regolari.
Ancora, le PMC consentono un abbassamento artificiale nel conteggio delle perdite per le statistiche ufficiali del conflitto. Non essendo gli appartenenti alle milizie inquadrati in forze regolari, le perdite non vengono conteggiate “ufficialmente” e lo Stato è sgravato dalla responsabilità delle loro sorti nei confronti delle famiglie dei miliziani e dalle pressioni dell’opinione pubblica. In ultimo le PMC sono un affare d’oro per l’oligarchia russa, che sembra aver investito pesantemente in questo business. La più famosa e ramificata rimane la compagnia Wagner, attiva dal 2014 in diversi teatri operativi, dall’Africa al Medio Oriente, ma le conseguenze del colpo di testa dello Chef di Putin potrebbero rimescolare le carte in favore dei suoi diretti competitor.

Crimini di guerra:sembra quasi anacronistico nel 2023 tornare a parlare di crimini di guerra, facendo un parallelo tra gli orrori compiuti dai due eserciti invasori. Ma l’essenza brutale della guerra, che ha scandito secoli di conflitti, è sempre (purtroppo) stata caratterizzata per l’efferatezza che, durante un conflitto in corso, le forze di occupazione hanno dimostrato perpetrando determinati crimini, spesso contro civili inermi.
Per associare l’occupazione americana dell’Iraq ai crimini di guerra è sufficiente nominare un luogo: Abu Ghraib.
Il carcere, situato a ovest della capitale irachena, fu teatro, durante l’occupazione militare del paese da parte degli statunitensi, di una serie di crimini contro i detenuti. Membri dell’esercito americano, così come agenti della CIA, commisero una serie di crimini di guerra e violazioni dei diritti umani nei confronti dei detenuti, che includevano torture psico-fisiche, tecniche d’interrogatorio potenziato e umiliazioni di vario genere. Le vicende di Abu Ghraib aprirono indagini dedicate che però non riuscirono a far altro che portare davanti alla corte marziale militari di basso rango, salvaguardando invece funzionari di grado più elevato. Tra questi vi era il forte sospetto circa il coinvolgimento dell’allora Segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, considerato il vero architetto dell’invasione irachena assieme al Vicepresidente Dick Cheney. Secondo varie associazioni umanitarie, autorevoli testate giornalistiche come il New York Magazine e lo stesso Senato degli Stati Uniti, Rumsfeld avrebbe avallato tecniche di interrogatorio potenziato nei confronti dei detenuti di Abu Ghraib. Molti di questi prigionieri furono incarcerati ingiustificatamente, rivelandosi nella maggior parte dei casi completamente innocenti. Molti altri crimini furono perpetrati in Iraq, come il succitato massacro di Piazza Nisour dove contractors della Blackwater freddarono 17 civili iracheni ferendone altri venti, ma elencarli tutti meriterebbe uno spazio apposito dedicato.
Benché il conflitto in Ucraina sia in fieri, anche qui vi è un luogo che è già divenuto sinonimo di crimini di guerra.
La cittadina di Buča situata nell’Oblast di Kiev, a Nord Ovest della capitale, fu oggetto di occupazione militare da parte delle truppe russe nelle prime fasi di guerra. Nel marzo del 2022, nell’ambito del fallito assedio della capitale, le truppe russe stazionarono nella cittadina, macchiandosi di crimini efferati nei confronti di cittadini inermi.
La riconquista da parte delle forze ucraine della cittadina avvenuta il 31 marzo 2022, fu susseguita dalla scoperta di fosse comuni e centinaia di cadaveri, per lo più civili, abbandonati per le strade. I corpi rinvenuti mostravano vari segni di torture e mutilazioni. Alcuni di questi vennero ritrovati con braccia e gambe legate, uccisi da colpi di armi da fuoco inferti alla testa, segno evidente di esecuzioni sommarie. Le violenze degli occupanti non si limitano alla sola cittadina sita nell’Oblast di Kiev. La Commissione internazionale indipendente per l’Ucraina delle Nazioni Unite ha registrato crimini di guerra di varia natura in oltre cinquanta centri urbani. Tra i crimini registrati sono stati segnalati stupri, uccisioni volontarie, torture, deportazioni di minori e reclusioni illegali.
Benché il conflitto sia ancora in corso e l’entità della tragedia sarà quantificabile in maniera definitiva probabilmente solo dopo anni di indagini meticolose, la guerra in Ucraina è accomunata alla sua controparte irachena dalla brutalità che gli eserciti occupanti hanno riservato ai civili, vittime innocenti di conflitti sanguinosi.


Credits: Graphics by AM_DIT

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Carlo Andrea Mercuri

Analista geopolitico, si occupa da anni di questioni internazionali. Autore del libro Verità a Stelle e Strisce (Gruppo Albatros il Filo - 2017), ha collaborato con diverse testate per le sezioni esteri e geopolitica. Appassionato di storia contemporanea americana ed estremorientale.

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Arthur
Arthur
9 mesi fa

Apprezzo davvero l’analisi approfondita che hai presentato nell’articolo. Hai reso in modo chiaro e dettagliato le analogie tra la guerra in Iraq e l’attuale operazione militare in Ucraina, evidenziando sia le motivazioni apparenti che le ragioni geopolitiche sottostanti. Trovo particolarmente interessante come tu abbia affrontato l’uso delle PMC e i crimini di guerra nei due contesti. Mi piacerebbe sapere ulteriori dettagli sul caso di Buča, e sono ansioso di leggere la seconda parte dell’analisi. Continua il tuo ottimo lavoro nell’esplorare queste complesse dinamiche dei conflitti.

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