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Scacco alla diplomazia in due mosse

Due eventi recenti hanno incrinato la percezione di inviolabilità delle rappresentanze diplomatiche in giro per il mondo. Israele ed Ecuador contro la Convenzione di Vienna del 1961.

Nei rapporti tra Stati, considerati unanimemente soggetti paritari tra loro, vi sono delle regole codificate che ordinano le relazioni diplomatiche tra gli stessi. La fluidità e gli automatismi dei rapporti diplomatici sono finalizzati a permettere al personale ospitato nel Paese accreditatario di svolgere in completa autonomia il proprio lavoro, senza ingerenze da parte dello Stato ospitante.

A regolare le norme del diritto internazionale che disciplinano i rapporti tra soggetti statali in ambito diplomatico vi è la Convenzione di Vienna del 1961.

La Convenzione, oltre a tutelare il personale diplomatico operante all’estero e le loro relative immunità, garantisce l’inviolabilità delle sedi diplomatiche (ambasciate, consolati) che godono di extraterritorialità e che non possono essere soggette a perquisizioni, sequestri o irruzioni.

Eppure, nonostante queste regole siano accettate dalla (quasi) totalità dei Paesi nel mondo, ultimamente si è assistito ad alcuni episodi che hanno messo in discussione l’inviolabilità delle sedi diplomatiche, assestando un duro colpo (l’ennesimo) al rispetto del diritto internazionale.

Due in particolare sono state le circostanze che hanno inficiato l’inviolabilità territoriale delle ambasciate: il 1° aprile Israele lanciava un attacco missilistico contro il consolato iraniano a Damasco, capitale della Siria, uccidendo 13 funzionari; il 5 aprile poi la polizia ecuadoriana ha fatto irruzione nell’ambasciata messicana di Quito al fine di arrestare l’ex vicepresidente Jorge Glas.

Israele agisce in violazione della Convenzione di Vienna del 1961

Lunedì 1° aprile un raid missilistico israeliano ha demolito parzialmente la sede diplomatica iraniana a Damasco in Siria. L’attacco ha provocato 13 vittime compreso uno dei generali delle Guardie della Rivoluzione, Mohammed Reza Zahedi.

Israele negli ultimi anni ha colpito più volte (tra gli altri) il territorio siriano in funzione anti-proxy iraniani ma l’ultimo attacco alza l’asticella a un livello successivo. Il raid che, come detto sopra, ha causato alcune vittime tra il personale diplomatico iraniano, assume una gravità finanche maggiore rispetto alla presa degli ostaggi dell’ambasciata americana a Teheran del 1979, dove 52 americani furono detenuti per oltre quattrocento giorni prima di essere liberati.

La Hybris israeliana, intensificatasi nella regione dopo l’attacco subito il 7 ottobre scorso, comporta una pesante violazione della Convenzione di Vienna del 1961 che agli art. 22 e 29 recita rispettivamente:

Le stanze della missione sono inviolabili. […] Lo Stato accreditatario è particolarmente tenuto a prendere tutte le misure appropriate per impedire che le stanze della missione siano invase o danneggiate, la pace della missione sia turbata, e la dignità della stessa diminuita.

La persona dell’agente diplomatico è inviolabile. Egli non può essere sottoposto ad alcuna forma di arresto o di detenzione. Lo Stato accreditatario lo tratta con il rispetto dovutogli e provvede adeguatamente a impedire ogni offesa alla persona, libertà e dignità dello stesso.

Ora anche se nel caso specifico Israele non era il Paese accreditatario (il consolato si trova a Damasco), lo stato ebraico è anch’egli firmatario della Convenzione suddetta e il suo attacco assume una gravità ulteriore derivante dal fatto di aver condotto un raid missilistico su suolo straniero, perpetrato ai danni di un Paese terzo nella sua sede diplomatica.

Le azioni del governo Netanyahu convergono pericolosamente verso l’allargamento regionale del conflitto.

In crescente difficoltà sul piano internazionale (l’Onu, per la prima volta, ha votato il cessate il fuoco a Gaza a fine marzo), vista la condotta che lo stato ebraico ha assunto in quella fucina di morti che è divenuta Gaza, l’esecutivo Netanyahu tenta forse di sparigliare le carte per coinvolgere l’Iran in un conflitto regionale, prima che Teheran ottenga definitivamente l’arma atomica. Per quanto non auspicabile non è un’ipotesi escludibile aprioristicamente.

Un eventuale conflitto contro l’Iran potrebbe coinvolgere (loro malgrado) gli Stati Uniti nella regione, trascinando di nuovo Washington nelle sabbie mediorientali, dopo il ventennio di guerre al terrore di marca bushiana. L’allargamento del conflitto all’Iran potrebbe inoltre prolungare la vita dell’esecutivo Netanyahu, legato indissolubilmente allo stato di guerra nel quale si trova oggi Israele.

Sabato 13 aprile le forze iraniane hanno prima sequestrato una portacontainer dell’israeliana Zodiac Maritime per poi lanciare nella notte un massiccio attacco composito di droni e missili in un chiaro atto di ritorsione. Se finora la strage di Gaza veniva a fatica contenuta all’interno dei confini israelo-palestinesi, l’attacco all’ambasciata iraniana (e la risposta persiana) pone l’intera regione a concreto rischio escalation.

La polizia ecuadoregna irrompe nell’ambasciata messicana di Quito

Certamente meno grave rispetto al bombardamento israeliano, ma comunque preoccupante, è l’azione perpetrata dalla polizia ecuadoregna nella notte del 5 aprile, quando è stato dato il via a un’irruzione nell’ambasciata messicana della capitale Quito al fine di arrestare l’ex vicepresidente Jorge Glas.

Glas aveva chiesto e ottenuto asilo politico al Messico, dopo un mandato di arresto per corruzione. In risposta alle azioni delle forze dell’ordine ecuadoregne, il Messico ha ritirato il proprio personale diplomatico dal Paese e rotto le relazioni con l’Ecuador.

Una violazione quella ecuadoregna che assume toni quasi paradossali se si pensa che Proprio l’Ecuador dal 2012 al 2018 aveva ospitato nella sua sede diplomatica di Londra Julian Assange, vedendosi garantiti i diritti della Convenzione di Vienna circa l’inviolabilità dell’ambasciata da parte delle autorità britanniche, rimaste in attesa di poter arrestare il fondatore di Wikileaks per quasi un decennio. Solo quando nel 2019 le autorità ecuadoregne hanno permesso alla polizia londinese di entrare all’interno della propria sede diplomatica, Assange è stato arrestato.

Il Messico ha annunciato il ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia per la violazione perpetrata dalle autorità ecuadoregne e qualora l’azione di condanna non si esprimerà in una grave reprimenda per il Paese sudamericano, si creerebbe un precedente estremamente pericoloso che inficerebbe irrimediabilmente l’inviolabilità delle sedi diplomatiche.

Le azioni di Israele ed Ecuador, sebbene di gravità distinta, dimidiano entrambe il valore della Convenzione di Vienna. In un mondo sempre più preda di disordini e violenze, dove l’assunto ottocentesco di Von Clausewitz secondo cui “La guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi” sembra essere tornato in auge, l’inviolabilità e l’incolumità del personale diplomatico devono essere garantiti a livello internazionale ora più che mai.

Derubricare questi episodi vorrebbe dire prestare il fianco e incentivare ulteriori azioni similari, assestando un colpo (quasi) mortale a un sistema che da decenni ha regolato le relazioni tra gli Stati garantendo l’immunità diplomatica dei dignitari in missione.

Credits: Foto di 995645 da Pixabay

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Carlo Andrea Mercuri

Analista geopolitico, si occupa da anni di questioni internazionali. Autore del libro Verità a Stelle e Strisce (Gruppo Albatros il Filo - 2017), ha collaborato con diverse testate per le sezioni esteri e geopolitica. Appassionato di storia contemporanea americana ed estremorientale.

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