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Perché i russi detestano il liberismo occidentale?

La guerra in Ucraina ha non solo risvegliato una potente russofobia latente in Occidente, ma anche le scontate e banali critiche verso la cultura e la società russa, non ultima delle quali l’avversione alla libertà individuale e soprattutto al sacrosanto diritto alla libera iniziativa privata. Oltre a ciò si disprezza il popolo russo per la sua acquiescenza al potere,  mostrandosi disposto a barattare la sua libertà in cambio della sicurezza. Ovviamente, pochi si soffermano invece a riflettere che le “libertà occidentali”  i russi le hanno  già sperimentate e non ne hanno affatto ricavato uno splendido ricordo. Tutt’altro. Ciò è avvenuto in quel periodo salutato da molti come l’alba di una nuova era: gli anni novanta. Cosa  avvenne in Russia in quel periodo?

Una macelleria sociale mai vista prima in Russia

Nel 1990, quando Gorbaciov era tuttora al potere ed esisteva  ancora l’URSS, all’Occidente venne chiesto, da parte della dirigenza sovietica, di sostenere con aiuti finanziari il passaggio graduale all’economia di mercato, ma l’Occidente, sentendosi vincitore e animato da uno spirito di rivalsa, condizionò gli aiuti finanziari all’effettuazione immediata e radicale di riforme neoliberiste le quali dovevano essere varate senza indugio. Si dovevano fare,  fu detto allo stesso Gorbaciov, riforme shock come nel Cile di Pinochet.

Caduto Gorbaciov e poi subentrato Eltsin che mise al bando il partito comunista, in Russia si mise in pratica subito il vangelo ultraliberista dei Chicago boys. A Eltsin si ribadisce che il cambiamento doveva essere talmente rapido da rendere impossibile ogni resistenza. Il patrimonio pubblico russo venne saccheggiato a beneficio di pochissimi oligarchi. La resistenza capeggiata da Kasbulatov  venne subito repressa e il Parlamento sciolto. Gli economisti liberali dettarono legge e furono loro a scrivere bozze di decreti.

Un economista occidentale disse che adesso che il Parlamento era  “fuori dai piedi”  era un gran bel momento per le riforme. Charles Blitz, Presidente della Banca per la Russia, confessò gioioso  al Washington Post che “non si era divertito così tanto in vita sua”. Ma mentre si divertiva lui, non si divertiva certo il popolo russo. Anzi, stava vivendo la tragedia della più nera precarietà: l’ottanta per cento delle aziende agricole russe chiuse per bancarotta e così tremila fabbriche scatenando un’epidemia di disoccupazione, mentre pochi oligarchi si arricchivano a dismisura con gli assets patrimoniali statali acquistati a prezzi irrisori.

Le cifre sono da brividi: mentre ai tempi dell’Unione Sovietica due milioni di russi erano sotto la soglia della povertà, dopo le “riforme” vi precipitarono ben 74 milioni di russi. Cioè la metà della popolazione della ex Unione Sovietica. Nel 2006 c’erano ben tre milioni e mezzo di bambini senza un tetto. Nella tanto deprecata Unione Sovietica non ce n’era nemmeno uno. Il tasso dei suicidi raddoppiò rispetto all’epoca sovietica. Le “liberalizzazioni” chieste, anzi imposte dall’Occidente crearono una miseria generalizzata per la popolazione, anziché la prosperità.

L’incomprensione dell’Occidente

Naturalmente all’Occidente questa macelleria sociale che stava accadendo in Russia non interessava. Quello che premeva, invece, alla classe dirigente sia europea che americana era la scomparsa del nemico mortale rappresentato dall’Unione Sovietica e la vittoria della “libertà” sulla dittatura comunista con l’affermazione del liberismo anche in Russia.

Naturalmente si confermava la supremazia occidentale sull’intero pianeta che veniva ribadita con l’invasione dell’Iraq e dell’Afghanistan e con l’attacco della NATO alla Serbia e alla Libia. Quanto alla miseria e alla disperazione della popolazione russa,  essa veniva derisa come la conseguenza inevitabile arrivata, come giusta nemesi, su di un popolo che non sapeva cosa fosse la libertà e adesso veniva giustamente punito per la sua incapacità di intraprendere e di agire in piena autonomia.

Un professore dell’Università Bocconi, commentando non solo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, ma anche il vastissimo depauperamento della società russa, ebbe a dire: “Nulla è più vendicativo e spietato dell’economia” e ciò con aria sadica, soddisfatta e compiaciuta di chi vede realizzare le proprie profezie. Il popolo russo non ha voluto rispettare le ferree leggi dell’economia liberale? Ecco giunta adesso la meritata ed inevitabile punizione di un popolo stolto che pensava ingenuamente di sfidare queste ineludibili e irresistibili leggi.

Un rapporto oramai irrimediabilmente compromesso

A guerra in Ucraina iniziata ed inoltrata, l’odio e il disprezzo di molti esponenti politici e commentatori occidentali nei confronti della Russia raggiunse livelli inusitati: alcuni esperti militari ed in economia dissero e scrissero senza alcun freno inibitorio che era arrivato il momento di disgregare la Russia.

Una rivista specializzata americana in un articolo così titolava: “ E’ giunto il momento di prepararsi al crollo della Russia” scambiando la realtà con un desiderio assai diffuso in Occidente. C’è ancora chi si stupisce dell’accanimento con cui ora il popolo russo appoggia pienamente la guerra di Putin? L’occidente deve solo incolpare se stesso se la Russia è diventata un avversario irriducibile . Se tu  ti comporti come un nemico, allora come nemico sarai conseguentemente considerato e trattato. Da chiunque.

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Massimo Magnatti

Laureato in Economia Aziendale all' Università Bocconi di Milano ed in Giurisprudenza all' Università degli studi di Parma, Master HKE in Gestione delle Risorse Umane e Master in Financial Planning. Cultore di Storia e di Economia, scrittore di saggi e partecipante a blog di discussione in merito a problematiche di politica economica ed internazionale.

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