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Quanto vale la partnership strategica tra Russia e Corea del Nord?

Mosca cerca la sponda dei Paesi asiatici come Corea del Nord e Vietnam per rompere l’isolamento e intestarsi una linea geopolitica da proporre come alternativa a quella del blocco occidentale. Sullo sfondo la Cina, che non vede di buon occhio l’attivismo russo a Pyongyang e dintorni.

Erano ventiquattro anni che Vladimir Putin non si recava in Corea del Nord. Era il 2000 e il Presidente della Federazione russa aveva da poco assunto l’incarico. La Russia stava ancora uscendo da una fase di transizione post traumatica derivante dal crollo dell’Unione Sovietica e la sua politica estera era ancora in fase di modellamento.

Divisa tra la volontà di virare verso Occidente e la sicurezza di rimanere ancorata ai vecchi schemi geopolitici di stampo sovietico, Mosca stava ancora cercando il suo posto nel mondo unipolare a trazione statunitense.

Oggi quella Russia è poco più di un blando ricordo. Il Cremlino dal conflitto in Ucraina ha impostato plasticamente la sua postura reazionaria, tornando a sedurre vecchi alleati come Pyongyang. Due incontri in nove mesi tra Putin e Kim Jong-un, il primo a settembre 2023 nell’Estremo Oriente russo e l’ultimo il 19 giugno scorso, in una Pyongyang debitamente addobbata per celebrare l’arrivo del Presidente russo.

I due leader hanno firmato un trattato che prevede un’assistenza reciproca in caso di aggressione di uno dei due Paesi. Mentre però Kim Jong-un ha dichiarato che le relazioni bilaterali tra i due Paesi sono state elevate ad una vera e propria alleanza, il leader del Cremlino si è mantenuto più tiepido sull’entità della rinnovata collaborazione, parlando solo di Partnership strategica.

La mancanza di chiarezza sull’entità del trattato permette allo stesso di essere interpretabile e garantisce una sorta di ambiguità strategica che appone dubbi nei nemici di Mosca e Pyongyang. Lo stesso non è propriamente elevabile a un Trattato di Mutua Difesa come in uso durante la Guerra Fredda e tuttavia la sua portata non può essere ignorata.

Da Stalin a Putin l’evoluzione dei rapporti bilaterali con Pyongyang

La nascita del regime comunista a Pyongyang è intimamente legata al supporto che l’Unione Sovietica di Stalin diede al Paese nelle prime fasi di gestazione della nuova realtà politico-istituzionale. Il culto della personalità della dinastia Kim pesca a piene mani dallo stalinismo, che fece del leader georgiano una vera e propria icona rappresentativa dello stato sovietico.

Mosca ha puntualmente sostenuto il regime nordcoreano durante i quasi cinquant’anni di relazioni bilaterali tra Unione Sovietica e Repubblica Popolare Democratica di Corea, a partire dalla Guerra di Corea, dove il leader nordcoreano chiese e ottenne il permesso di Mosca per procedere con l’invasione a sud del 38° Parallelo. Nel 1961 Mosca e Pyongyang siglarono un trattato di Mutua Difesa, decaduto negli anni Novanta e sostituito da un trattato di amicizia, cooperazione e buon vicinato, siglato nel 2000, escludendo qualsiasi assistenza di tipo militare.

L’atteggiamento russo nei primi anni Duemila è stato caratterizzato da una certa freddezza nei confronti della Corea Del Nord, con Mosca che ha più volte condannato gli esperimenti nucleari nord coreani, temendo per una sgradita escalation nella penisola coreana. Mosca votò a più riprese al consiglio di Sicurezza dell’Onu per l’applicazione di sanzioni a danno della Nord Corea per i suoi molteplici test atomici.

L’atteggiamento russo nei confronti di Pyongyang, tuttavia, sarebbe cambiato progressivamente a partire dal 2012. Nel settembre di quell’anno la Russia decise di cancellare circa il 90% del debito che Pyongyang aveva con Mosca, attestatosi a circa 11 miliardi di dollari. Nel 2014 poi al Cremlino avrebbero apprezzato l’atteggiamento nordcoreano di opposizione alla Risoluzione Onu 68/262 la quale chiedeva il rispetto dell’integrità territoriale dell’Ucraina, in relazione all’annessione della Penisola di Crimea da parte della Russia. Pyongyang, assieme ad altri dieci Paesi votò contro. La Corea del Nord avrebbe poi riconosciuto la legalità del referendum russo sull’annessione della Penisola eusina.

Tuttavia, il cambio di atteggiamento definitivo da parte di Mosca si sarebbe avuto dopo lo scoppio della guerra in Ucraina.

L’Operazione militare iniziata a febbraio 2022 ha comportato un ritorno ad una guerra tradizionale, con trincee, scontri in campo aperto e utilizzo massivo di artiglieria per martellare le posizioni nemiche. Si calcola che la Russia utilizzi una media di diecimila proiettili d’artiglieria al giorno per sostenere il suo sforzo bellico.

Data la richiesta ingente di munizionamento e la capacità solo parziale per l’industria russa di far fronte alle richieste di guerra, Putin ha trovato una sponda proprio nella Corea del Nord. Complice un equipaggiamento militare perfettamente compatibile, Pyongyang avrebbe fornito alla Russia circa 11mila container di munizioni per sostentare lo sforzo bellico in Ucraina. Il tutto a seguito della visita di Kim Jong-un avvenuta lo scorso settembre nell’est russo.

Una rinnovata collaborazione tra Mosca e Pyongyang

La rinnovata cooperazione tra Mosca e Pyongyang è quella che può definirsi un win-win agreement. La Russia trova nella Corea del Nord un fornitore di munizioni per sostentare il suo sforzo bellico, ma il ruolo di Pyongyang non si ferma certo qui: bersagliata da annose sanzioni la Corea del Nord ha sviluppato con successo una serie di metodi per aggirare almeno parzialmente l’impianto internazionale di ammende volto a reprimere le sue velleità nucleari.

L’aggressione all’Ucraina ha inferto a Mosca dure sanzioni che il Cremlino sta eludendo con la connivenza di Cina e altri partner. L’esperienza nordcoreana nel settore può sicuramente fungere da prezioso bagaglio d’esperienza da trasferire a Mosca.

Ancora, la Russia vede nella Corea del Nord un Paese con il quale controbilanciare l’influenza di Pechino in Oriente. La Cina sta progressivamente inserendosi nel tessuto politico-economico dei Paesi dell’Asia Centrale, storicamente vicini a Mosca. In tale contesto l’attivismo putiniano in Corea del Nord e in altri Paesi (recente visita in Vietnam del leader russo del 19 giugno) serve a Mosca a controbilanciare l’assertività cinese nell’aerea di influenza russa.

Parimenti per Pyongyang la sponda russa serve a ridurre l’isolamento quasi totale nella quale il Paese, soprannominato “il regno eremita”, è piombato. Il rapporto con la Cina, con la quale la Corea ha in essere un trattato di mutua difesa, è impari, relegando Pyongyang a ruolo di satellite cinese.

La Corea del Nord trae beneficio dal rapporto con la Russia da un punto di vista tecnologico e alimentare. Sul primo aspetto il do ut des tra Pyongyang e Mosca ha visto quest’ultima fornire assistenza tecnica alla Corea del Nord nella sua tecnologia satellitare e missilistica, per contraccambiare l’invio di munizioni.

Da un punto di vista alimentare la Corea del Nord fa fatica a reperire le derrate alimentari necessarie a sfamare la sua popolazione e l’export russo di grano e prodotti agricoli funge da importante palliativo in tal senso.

È in questo contesto che va letto il nuovo accordo siglato tra Mosca e Pyongyang. Mercoledì 19 giugno Vladimir Putin e Kim Jong-un hanno siglato presso il Palazzo del Sole Kumsusam un accordo di partenariato strategico comprensivo anche di una mutua assistenza in caso di attacco ad uno dei due Paesi. A differenza del trattato siglato nel 1961 quest’ultimo non dovrebbe ricomprendere un intervento militare automatico in caso di aggressione; tuttavia, la sua natura opaca garantisce un’ambiguità strategica che crea agitazione tra le cancellerie di molti Paesi.       

Kim ha parlato del trattato come di un qualcosa che «accelererà la creazione di un mondo policentrico» in aperta contestazione all’egemonia americana, sempre più in crisi. Proprio gli Stati Uniti sono oggi il principale fattore che lega le potenze revisioniste tra loro in una sorta di allineamento da nemico comune.

Russia e Cina nella loro amicizia senza limiti hanno comunque interessi disallineati e spesso confliggenti. Ad unirli è la necessità di sovvertire lo status quo a guida americana. D’altronde l’accordo siglato tra Mosca e Pyongyang dovrebbe almeno parzialmente bilanciare quelli in essere tra Washington e Paesi come Corea del Sud, Filippine e Giappone, che godono di un trattato di mutua difesa a tutti gli effetti.

Putin nel celebrare l’accordo appena siglato ha parlato del suo Paese che sta combattendo «contro decenni di politiche egemoniche e imperialiste degli Stati Uniti e dei suoi satelliti contro la Russia», richiedendo una revisione dell’impianto sanzionatorio di cui Mosca e Pyongyang sono oggetto oggi. L’accordo prevede poi altri campi di cooperazione, tra cui turismo e scambi giovanili a rafforzare l’interscambio anche culturale tra i due Paesi, sempre più vicini tra loro.

Lo stesso è mal visto a Pechino per i motivi suddetti. La Cina, in una sorta di velata rappresaglia diplomatica (nonostante le smentite ufficiali) ha inviato un segnale chiaro, incontrando l’altra parte della Penisola coreana il 19 giugno a sud del 38° Parallelo.

A Seoul, in un format 2+2 tra viceministri degli esteri e apparati della difesa le due delegazioni hanno avuto modo di affrontare diverse questioni. Sul tavolo molti temi, dal mantenimento della Pace nella penisola coreana all’accrescimento delle relazioni economiche tra i due giganti asiatici. Un incontro per rimarcare la volontà di Pechino di riaffermarsi come principale attore regionale, inviando un messaggio anche ai suoi alleati e amici, da Pyongyang a Mosca.

credits: foto di Victoria da Pixabay

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Carlo Andrea Mercuri

Analista geopolitico, si occupa da anni di questioni internazionali. Autore del libro Verità a Stelle e Strisce (Gruppo Albatros il Filo - 2017), ha collaborato con diverse testate per le sezioni esteri e geopolitica. Appassionato di storia contemporanea americana ed estremorientale.

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