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La Corsa Ai Tesori Ucraini: Conflitti Globali E La Lotta Per Le Risorse Del Futuro – parte 2 di 3

È difficile immaginare che gli Stati Uniti, almeno quando presenti sul posto con il proprio apparato militare, non abbiano sfruttato le vaste risorse minerarie del paese, e, ciò nonostante, vi siano state anche altre ragioni alla base della guerra tra gli Stati Uniti e l’Afghanistan (2001–2021), avviata il 7 ottobre. Tra queste, si annovera il progetto del gasdotto Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India (TAPI), volto al trasporto del gas naturale dalle ricche riserve del Turkmenistan attraverso l’Afghanistan verso i mercati del Pakistan e dell’India. l’incremento nella produzione e nel commercio di oppio ed eroina, un settore che ha storicamente visto coinvolgimenti a vari livelli, inclusi quelli istituzionali e paraistituzionali nonchè la monarchia inglese. Tanto è vero che durante il conflitto si è osservato un aumento di quattro volte la produzione prebellica. I Talebani, infatti, avevano precedentemente proibito la coltivazione dell’oppio e hanno successivamente utilizzato i proventi di questa attività per finanziare la loro campagna militare. Con il ritiro delle truppe statunitensi, la produzione di oppio ha subito un drastico calo, come evidenziato da un rapporto delle Nazioni Unite nel novembre 2023, che ha mostrato una riduzione della coltivazione del papavero da oppio di oltre il 95%. Tutti questi eventi insoliti… potrebbero non essere casuali dopo tutto.

Anche la Cina, in modo più pacifico pare abbia messo le mani sui giacimenti minerari di litio dell’Afghanistan.

Secondo Guillaume Pitron, autore del libro “La guerra dei metalli rari”, pubblicato nel 2018, i talebani ora controllano una delle maggiori riserve al mondo e la Cina, che secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia produce già il 40% del rame mondiale, quasi il 60% del litio e oltre l’80% delle terre rare, ha “sostenuto alcune fazioni talebane per dare loro accesso a depositi particolarmente promettenti”, anche prima della vittoria dei talebani in Afghanistan.

La produzione globale di litio ha superato per la prima volta le 100.000 tonnellate nel 2021, quadruplicandosi rispetto al 2010. Circa il 90% di questa produzione proviene solo da tre paesi: Australia, Cile ed USA. La Cina sta mirando ad ampliare il suo potere nel “Triangolo del Litio”, che fa parte di un piano più vasto per creare un monopolio nel mercato globale di questo metallo. Questo triangolo, costituito da Argentina, Bolivia e Cile, rappresenta il 56% della produzione mondiale di litio, con l’Argentina che ospita il 21% delle riserve globali. Grazie all’acquisizione di numerose attività minerarie di litio in questi paesi, la Cina ha la capacità di controllare la produzione regionale di litio.

Dal 2018 al 2020, la Cina ha investito circa 16 miliardi di dollari in progetti minerari nel triangolo e probabilmente continuerà a farlo. Ad esempio, nel febbraio 2022, il gruppo minerario cinese Zijin ha finanziato la costruzione di un impianto di raffinazione del valore di 380 milioni di dollari nel progetto Tres Quebradas. Nel luglio 2022, la società cinese Ganfeng Lithium ha ottenuto 964 milioni di dollari per l’acquisizione della società mineraria argentina Lithea.

In Cile, la Cina ha anche acquisito quote di azioni e contratti minerari della società mineraria cilena SQM, consolidando così il suo potere economico nell’industria mineraria del litio. Il Cile detiene il 20% della produzione mineraria globale di litio, e la Cina ha importato il 39% del litio dal Cile nel 2021.

In Bolivia, la cooperazione economica cinese sta espandendo la presenza cinese in questo paese, che possiede le più grandi riserve non sfruttate di litio al mondo. Nel settembre 2016, la Bolivia ha concordato di esportare 10.000 tonnellate di litio trasformato in Cina entro il 2021. La joint venture tra la società statale boliviana Yacimientos de Litio e il gruppo cinese Xinjiang TBEA garantisce lo sviluppo di diversi impianti di estrazione e lavorazione del litio in Bolivia. La produzione combinata dei progetti cinese-boliviani potrebbe raggiungere 146.000 tonnellate di litio all’anno.

Tuttavia, questo predominio economico cinese minaccia potenzialmente la base industriale di difesa degli Stati Uniti, che dipende da una costante fornitura di litio per l’hardware militare. La Cina, che già controlla il 76% della produzione mondiale di batterie agli ioni di litio, potrebbe manipolare la produzione di litio a scapito degli Stati Uniti e rafforzare ulteriormente la propria posizione in questo mercato cruciale.

Nel 2019, il gruppo statale russo Rosatom ha firmato un accordo preliminare per acquistare il 51% della canadese Wealth Minerals, dandogli il diritto di sfruttare una parte del progetto di estrazione del litio nei 46.200 ettari del deserto di Atacama in Cile. Questo accordo ha permesso a Rosatom di accedere ai principali giacimenti di litio nel deserto di Atacama, che è il secondo maggior produttore di litio al mondo con le più grandi riserve. Tuttavia, il Cile era stato lento nello sviluppo di nuovi giacimenti di litio nonostante la crescente domanda del minerale per le batterie delle auto elettriche e dei telefoni cellulari. Wealth Minerals stava cercando di estrarre il litio utilizzando un metodo diverso dall’evaporazione solare, che richiedeva circa 18 mesi e impiegava grandi stagni nel deserto di Atacama. Questo è dove entrava in gioco la sussidiaria mineraria di Rosatom, Uranium One, che avrebbe aiutato Wealth ad accelerare lo sviluppo del progetto litio con una tecnologia più avanzata.

fine seconda parte

la prima parte è uscita lunedì 22/04, la terza e ultima uscirà lunedì 6/05

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Carmen Tortora

Laureata in matematica con indirizzo applicativo in ambito tecnologico, ha conseguito una specializzazione in analisi tecnica dei mercati finanziari.
Ha approfondito i suoi interessi per la natura e la scienza studiando biologia, viticoltura e enologia.
Attualmente lavora come insegnante nella scuola pubblica e come redattrice per la webradio Radio28TV e per il giornale online CambiaMenti. È co-autrice del libro NEXT con Franco Fracassi, per cui cura una rubrica di economia, finanza e tecnologia.

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