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Civil War, analisi geopolitica del film

La pellicola (nelle sale italiane in questi giorni) è un film controverso, che lascia molti punti interrogativi e ci regala l’immagine di un futuro a tinte fosche di un’America dilaniata da una cruda guerra civile. Un’analisi sugli aspetti geopolitici del film

“Siamo americani, ok?”

“Sì ma che genere di americani siete?”

Forse è questa la battuta più rappresentativa del lungometraggio del cineasta britannico Alex Garland, che traspone sul grande schermo le spaccature socioculturali americane di oggi estremizzandole fino ad una futura guerra civile.

Chi scrive non è certamente un critico cinematografico, pertanto quanto state per leggere non è una recensione del film della casa di produzione indipendente A24. Tuttavia, l’opera del regista d’oltremanica pesca a piene mani nell’humus culturale della società americana odierna, affrescando su pellicola un futuro distopico in cui gli Stati Uniti si ritrovano dilaniati da una brutale guerra civile.

La lotta intestina è tra le forze occidentali di Texas e California (con il contributo dell’alleanza della Florida) contro il governo federale di Washington, sul cui scranno più alto siede un Presidente despota al suo terzo mandato.

Garland, che firma anche la sceneggiatura del film, opta per non spiegare come si sia arrivati a una resa dei conti fratricida negli Stati Uniti di Civil War. Il rimando memoriale nella realtà va comunque a quel 6 gennaio 2021, quando Capitol Hill veniva letteralmente assaltata dai trumpiani, fomentati dalla convinzione di brogli nella vittoria di Biden alle presidenziali del novembre precedente.

Civil War non spiega le ragioni relative all’origine della contesa, dipingendo comunque un’America violenta, in preda agli estremismi derivanti dal caos esogeno di una guerra civile. Alcuni ipotizzano che la causa scatenante risieda nel Presidente stesso, un dittatore che viola la Costituzione intestandosi un terzo mandato.

La Costituzione degli Stati Uniti limita infatti a due i mandati entro i quali un Presidente può rimanere in carica. Tuttavia, nella storia americana un precedente in tal senso si è già verificato: Franklin D. Roosevelt, Presidente in guerra durante il secondo conflitto mondiale rimase in carica per ben quattro mandati (1933 – 1945), fino alla sua morte, per guidare il Paese alla vittoria finale (la stessa sarebbe stata raggiunta dal suo vicepresidente Harry Truman).

L’ipotesi del terzo mandato forzato, in assenza di una spiegazione esaustiva a riguardo, pertanto perde forza. Il Presidente, per quanto siamo tenuti a sapere, potrebbe anche aver prolungato la sua permanenza alla Casa Bianca già a conflitto in corso. Non sono infrequenti situazioni similari nella storia recente e anche nello scenario geopolitico odierno, dove in caso di guerra le tornate elettorali vengono soppresse per svariate ragioni.

Esempio in tal senso lo fornisce la guerra in Ucraina dove il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, nella decisione di prolungare la legge marziale in vigore nel Paese (attualmente fino al 13 maggio 2024), ha rinviato di fatto le elezioni che si sarebbero dovute tenere nel marzo scorso.

Tornando al film la scelta dei due Stati secessionisti non è certamente casuale: Garland seleziona Texas e California, due Stati per molti versi antitetici, baluardi rispettivamente dell’elettorato repubblicano e democratico. Lo fa per superare qualsivoglia tipo di intestazione ideologica da parte dello spettatore, mettendo insieme due entità agli antipodi per modo di concepire l’idea di Stato e di società. California e Texas sono nella realtà i primi due Stati federati per Prodotto Interno Lordo, con la prima che da sola vale il 15% del Pil statunitense.

Un ipotetico scenario di secessione con protagonisti questi due attori creerebbe delle spaccature a livello federale difficilmente sanabili, facendo venire a mancare l’apporto fondamentale a livello socioeconomico a Washington D.C da parte di questi due pesi massimi della federazione.

Spaccature che si sono manifestate realmente nel gennaio 2024 quando il governatore del Texas Greg Abbott ha deciso di procedere in autonomia nella difesa del confine sud del suo Stato, facendo installare circa 30 miglia di filo spinato presidiato dalla Guardia Nazionale del Lone Star State. La gestione dei confini e dei flussi migratori è materia di competenza federale, ma Abbott con le sue gesta si è messo in aperta sfida a una Washington ritenuta incapace di gestire la crisi migratoria, esautorando il governo federale dai suoi compiti e creando non poche frizioni all’interno di uno stato dove le spinte secessioniste ardono sempre sotto le ceneri.

Sempre riguardo la pellicola, lo sceneggiatore e regista opta poi per raccontare la guerra civile in corso attraverso gli occhi di reporter di guerra, neutri spettatori di una lotta intestina che osservano, documentano e vivono senza giudicare (per quanto possibile). In viaggio da New York a Washington per tentare di strappare un’ultima intervista al Presidente prima che sia troppo tardi.

Le scelte di sceneggiatura di Garland possono essere discutibili e a volte mancano di alcuni elementi che in uno scenario del genere sarebbero senza dubbio presenti.

L’approccio del cineasta è “molto cauto”: non si schiera e non permette allo spettatore di farlo perché non racconta il perché e il come si sia creata questa frattura. Nella pellicola non trovano spazio nemmeno le reazioni del mondo fuori da questi Stati (dis)Uniti. In uno scenario similare risulterebbe improbabile che attori invisi a Washington, come Russia e Cina, rimarrebbero completamente fuori dalla scena.

Invero, se da una parte Mosca e Pechino si godrebbero lo spettacolo della decomposizione del loro rivale numero uno, rimanendo in attesa di spolpare le ossa di quanto rimarrebbe al termine della contesa, è verosimile credere che almeno indirettamente attori statali del loro calibro interverrebbero per spingere la guerra nella direzione a loro più congeniale.

Per fare un esempio calzante basti vedere l’appoggio che gli Stati Uniti e l’Occidente oggi danno all’Ucraina, nel tentativo di far capitolare la Russia alle porte di casa sua. Inoltre, uno scenario del genere porrebbe tutta una serie di questioni impossibili da ignorare, come la gestione dell’arsenale atomico americano, che, se dovesse cadere in mani sbagliate potrebbe dare il là alla Terza guerra mondiale.

Infine, il ruolo dei giornalisti, estremizzato al limite, quasi oltre ogni istinto di conservazione dei protagonisti. I protagonisti del film partecipano direttamente alle azioni di guerra in prima linea, incuranti del pericolo, al seguito dei reparti dell’esercito secessionista nell’assalto finale, con i militari che accettano (loro malgrado) questa presenza anche nelle fasi più concitate della battaglia.

Nonostante i punti interrogativi che il film lascia aperti, questo lungometraggio centra il problema della società americana odierna. Una collettività realmente spaccata, divisa tra cancel culture, wokismo, oicofobia, trumpiani, anti-trumpiani e chi più ne ha più ne metta.

L’America oggi vive una fase di declino culturale, dove il primato della Nazione dal Destino Manifesto è incrinato da una lenta implosione sociale che dilania i gangli di una società ferita. Un’America che ha smesso di parlarsi e confrontarsi, dove si comunica solo con chi è affine poiché il giudizio degli altri è ininfluente e fastidioso da ascoltare.

Un’America che sente il peso della Fatica Imperiale, prodotta da quasi trent’anni di unipolarismo, che scuote le fondamenta di un Paese stanco e arrabbiato (con sé stesso). Un Paese che quando è stanco della sua immagine riverberata nel mondo tende all’isolazionismo, ma che, complice la sua stazza, viene forzatamente rigettato nella mischia, volente o nolente.

In nuce, quale che sia il giudizio su Civil War, va dato atto a Garland di aver trasposto su pellicola un futuro non impossibile, per quanto indesiderabile, ma a differenza di quanto è dato vedere nel film, uno scenario del genere trasposto nel mondo reale avrebbe conseguenze inimmaginabili per l’intera umanità, non solo per gli Stati Uniti.

Credits: Immagine di vecstock su Freepik

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Carlo Andrea Mercuri

Analista geopolitico, si occupa da anni di questioni internazionali. Autore del libro Verità a Stelle e Strisce (Gruppo Albatros il Filo - 2017), ha collaborato con diverse testate per le sezioni esteri e geopolitica. Appassionato di storia contemporanea americana ed estremorientale.

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