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La campana a morto suona per l’Ucraina

La situazione militare dell’Ucraina va di male in peggio: non bastasse la graduale, ma inesorabile, ritirata delle sue forze militari dal Donbass, ora la pressione russa si sta esercitando anche sulla città di Kharkiv, la seconda dell’Ucraina per importanza industriale, demografica e culturale. Già civili stanno sfollando dall’abitato, mentre l’esercito ucraino sta dando fondo alle riserve oramai sempre più risicate, per tamponare le sempre più numerose falle apertesi ora nel fronte.

Gli stessi analisti ucraini non nascondono più la criticità estrema verificatesi ammettendo che “la situazione al fronte è difficile” e anche la NATO sta cominciando a preoccuparsi seriamente, al punto da ventilare la possibilità di inviare truppe in Ucraina, prima negata recisamente. Adesso invece “non si deve escludere nulla” e questa frase tradisce il forte nervosismo oramai palpabile impadronitosi degli Alti Comandi della NATO.

Come si è arrivati a questo punto?

I media occidentali fecero presto a passare dalla mesta rassegnazione alla perdita dell’Ucraina, all’inizio dell’invasione russa, all’entusiasmo delirante nel sapere che il colpo di stato tentato da Putin a Kiev era fallito (come tanti colpi di stato orchestrati dagli USA erano falliti nel passato senza che ciò turbasse più di tanto l’opinione pubblica occidentale) e più ancora dalla riconquista da parte delle truppe territoriali ucraine di alcune zone precedentemente prese dall’esercito russo e poi lasciate sostanzialmente sguarnite.

Sperando e anzi credendo che ad un fallimento ne seguisse un altro e che il fallimento russo fosse dovuto allo stato pessimo delle forze armate di Mosca, i media europei fecero a gara nel proclamare che la Russia fosse nella realtà un gigante dai piedi di argilla e che il nuovo, ma addestrato (dalla NATO) esercito ucraino fosse il grimaldello che gli Stati Uniti e l’Occidente da essi guidato avrebbero utilizzato per scardinare la struttura del potere di Putin e (perché no?) magari anche dello stesso Stato russo per potere eliminare dalla scena mondiale un pericoloso concorrente e un’insidia minacciosa alla supremazia occidentale. Nemmeno secondaria era poi la viva speranza di impadronirsi delle immense ricchezze naturali e minerarie russe che avrebbero rivitalizzato l’economia stagnante dei paesi dell’OCSE.

La Storia non insegna mai niente perché non ha scolari

Diceva Gramsci che la Storia è sì maestra di vita, ma non ha scolari. Questo è vero soprattutto per quanto riguarda la Storia della Russia. Innumerevoli volte la Russia è stata invasa da stati occidentali, ma dopo iniziali sconfitte ha saputo riprendersi e concludere la guerra con la sua vittoria.

La prima volta si verificò nel 1242, quando furono i Cavalieri Teutonici ad attaccare stati russi: dopo aver conquistato la città di Pskov, essi furono sconfitti da Alessandro Nevsky, principe di Novgorod, nella famosa battaglia sul lago ghiacciato di Peipus.

Furono poi i polacchi a sconfiggere dapprima i russi nella battaglia di Klusino nel 1610 per poi occupare addirittura il Cremlino di Mosca. Ma una reazione nazionalistica e patriottica portò alla cacciata dei polacchi da Mosca e alla scelta, da parte dell’aristocrazia e della Chiesa Ortodossa Russa di una nuova dinastia, quella dei Romanov.

Un secolo dopo furono gli svedesi con il loro giovane, ma talentuoso re Carlo XII a invadere la Russia infliggendo ai russi dapprima un’umiliante sconfitta a Narva. Ma lo Zar Pietro il Grande imparò la lezione, ristrutturò l’esercito secondo modelli europei e riuscì poi a sconfiggere gli svedesi a Poltava. Vinta la battaglia, lo zar invitò gli ufficiali svedesi prigionieri a un banchetto e proclamò: “Ai miei maestri”. Alla loro domanda su chi fossero, Pietro rispose: “Ma siete voi, svedesi, mi avete insegnato voi a creare e condurre un esercito moderno”.

Sempre un secolo più tardi, Napoleone, fino a quel momento invincibile, invase la Russia e inflisse ai russi una sonora sconfitta a Borodino che gli fruttò l’ingresso a Mosca. Ma i russi incendiarono la città e costrinsero Napoleone a fuggire tornando alle sue basi con meno di diecimila uomini (era partito con 600.000) nel corso di una drammatica e disastrosa ritirata che fu l’inizio della sua fine.

Hitler pensava di riuscire laddove i suoi predecessori avevano fallito grazie al suo esercito di tre milioni di uomini modernamente armato e nel primo anno di guerra le sconfitte russe si susseguirono e un milione di soldati russi furono catturati nei primi mesi dell’offensiva tedesca. Ma Stalin imparò abbastanza presto che per sopravvivere e vincere doveva lasciare l’iniziativa ai generali e smettere di interferire nelle loro decisioni.

Fu così che Zukov, Konev e Timoscensko, apprese tutte le lezioni del caso, adottarono efficaci contromisure, grazie pure allo spirito indomito del popolo russo e alla sua ferma disponibilità ai sacrifici,  a poco a poco e sia pure a prezzo di perdite immense ribaltarono le sorti del conflitto e arrivarono addirittura a Berlino dopo avere ricacciato i tedeschi.

Cosa ci si illude di fare adesso?

Contro un simile avversario che ha dato simili prove nella sua Storia adesso ci si illude che bastino le armi occidentali (peraltro non inviate in abbondanza) e una mobilitazione totale di un popolo oramai stremato dopo due anni di guerra che ha già perso le sue truppe migliori e più motivate nell’inutile difesa delle cittadine di Mariupol, Bakmuth, Avdivka e che adesso impiega già tutte le riserve disponibili non per fermare, ma per rallentare l’avanzata inesorabile dell’esercito russo, mentre all’interno dell’Ucraina ci si è ridotti a rapire uomini e ragazzi per le strade per inviarli, volenti o nolenti, al fronte.

Inoltre l’Ucraina ha chiesto ai paesi europei di far rimpatriare con qualsiasi mezzo, legale o no, i cittadini ucraini ivi rifugiati perché possano essere arruolati, sempre volenti o nolenti, ma finora pare che soltanto la Polonia e i Paesi Baltici siano disposti a compiere passi concreti in questa direzione per venire incontro ai “desiderata” del governo di Zelensky.

Si è fatto un uso dissennato delle forze armate ucraine, svenate ed usurate nell’inutile difesa di cittadine del Donbass e, peggio ancora, inviate al macello in una criminale offensiva che non ha portato a nessun risultato utile (paragonabile alle sanguinosissime ed inutili offensive sull’Isonzo disposte da Cadorna nel biennio 1915-1917), mentre sarebbe stato semmai opportuno, stante la loro inferiorità numerica, invece adottare una strategia difensiva e peraltro elastica e non rigida.

Anche l’uso dei missili americani Himars e ora Atacms è stato sia errato, sia criminale: invece di colpire le forze armate russe, i magazzini, i depositi e la logistica avversaria, si è spesso preferito colpire obiettivi civili, come se si volesse “punire”  la popolazione russa del Donbass per aver scelto la Russia invece dell’Ucraina (mentre invece l’Ucraina ha tutto il diritto di scegliere l’Occidente e non la Federazione Russa della quale ha fatto parte fino a poco tempo fa).

Insomma, tutta la direzione strategica della guerra da parte degli ucraini ha commesso ogni errore possibile e immaginabile. Anche la decisione di evitare la mobilitazione ai ventenni, sia pure umanamente lodevolissima, ha mostrato le sue corde adesso che ci sarebbe bisogno di rimpiazzare le truppe di prima linea, ormai esauste dopo due anni di guerra, ma che non possono essere di certo sostituite al fronte da giovani totalmente privi di addestramento militare.

Un inquietante parallelismo storico: Kiev 2024-Berlino 1945

Negli ultimi mesi di esistenza del Terzo Reich, Hitler si baloccava con l’idea delle armi segrete che avrebbero risollevato le sorti della guerra. C’erano i razzi V2 e i caccia a reazione, ma non poterono fare nulla per totale mancanza di benzina e di piloti. Le armi americane, descritte ripetutamente come risolutive non si sono mostrate determinanti per il semplice motivo che anche i russi le hanno o ne hanno di simili.

Inoltre a Berlino si andava a caccia di uomini per costringerli a combattere, esattamente come si fa in Ucraina ora, ma quegli uomini non erano né motivati né addestrati e si rivelarono inutili a qualsiasi impiego operativo. L’Ucraina sembra stia vivendo le sue ore finali.

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Massimo Magnatti

Laureato in Economia Aziendale all' Università Bocconi di Milano ed in Giurisprudenza all' Università degli studi di Parma, Master HKE in Gestione delle Risorse Umane e Master in Financial Planning. Cultore di Storia e di Economia, scrittore di saggi e partecipante a blog di discussione in merito a problematiche di politica economica ed internazionale.

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