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PUTIN, BERLUSCONI E IL SOGNO IMPOSSIBILE DELLA RUSSIA NELLA NATO             

Carlo Andrea Mercuri

Ad un mese esatto dalla morte dell’ex-Premier Silvio Berlusconi, le notizie e le analisi sulla sua figura ancora affrescano, con corposa presenza, il panorama giornalistico italiano. Spesso concentrate su vicende prettamente personali, in luogo di ragionamenti sull’impatto che Berlusconi ha avuto sulla politica italiana, gli approfondimenti sciorinati dai media, spesso omettono (ad eccezione di alcuni specialisti di settore) il tentativo del cavaliere di avvicinare la Russia all’Occidente dopo la caduta dell’URSS. Eppure fuori dai nostri confini c’è chi questo sforzo non lo ha dimenticato.
Allo SPIEF 23, il forum economico tenutosi a San Pietroburgo tra il 14 ed il 17 giugno scorsi, un mesto Putin esortava i partecipanti della conferenza a osservare un minuto di silenzio in onore dell’amico Silvio Berlusconi. Durante il discorso che ha preceduto quei sessanta secondi di quiete commemorativa, il Presidente della Federazione russa ha elogiato l’ex Premier italiano sia per meriti personali che professionali. In particolare, Putin si è soffermato sul ruolo che Berlusconi ha giocato nei primi anni Duemila, nello sforzo profuso dal Cavaliere per la normalizzazione dei rapporti tra Russia e NATO.        
In quello che viene oggi ricordato come lo spirito di Pratica di Mare, infatti, l’allora Presidente del Consiglio Berlusconi riuscì nel far incontrare nell’omonima base dell’Aeronautica Militare sita a Sud di Roma, i rappresentanti dei paesi aderenti al patto Atlantico e la Russia all’omonimo Summit NATO. 
Convinto atlantista ma anche fiero promotore di un avvicinamento del mondo russo all’Europa – fu proprio il cavaliere a invitare la Russia di Eltsin al G7 di Napoli del 1994, durante il suo primo governo – Berlusconi impostò la sua politica estera in maniera binaria agendo su più fronti, a volte in maniera apparentemente confusionaria.
La personalizzazione della politica estera italiana di Berlusconi, condita dalle amicizie verticistiche con Putin e l’allora presidente degli Stati Uniti Bush jr, facilitarono la riuscita del Summit di Pratica di Mare del maggio 2002. Culmine di un processo di avvicinamento iniziato nel 1994, che sarebbe però stato offuscato già l’anno successivo con l’invasione americana dell’Iraq nel marzo del 2003.             
L’approccio progressivo della Russia al blocco occidentale fu reso possibile dalla sbornia unipolare americana conseguente al crollo dell’Unione Sovietica.           
La mancanza di reali avversari per l’egemone americano unita allo stato confusionale in cui versava la neonata Federazione russa negli anni Novanta furono gli elementi che contribuirono a un clima di generale distensione. Conflitti a bassa intensità avevano sostituito lo stato di tensione perenne generato dal confronto bipolare della guerra fredda.
In questo rinnovato contesto, nel 1994 nasce la Combined Join Task Force, strumento funzionale ad operare oltre l’applicazione dell’Articolo 5 della carta NATO (il quale prevede l’assistenza automatica da parte dei membri dell’alleanza a un paese membro oggetto di aggressione) e quindi fuori dall’area di difesa dell’Alleanza. Lo scopo era quello di creare forze di rapido dispiegamento per operazioni di Peacekeeping e soccorso umanitario.  Nello stesso anno prendeva piede quella che può essere definita come la pietra miliare dei rapporti tra NATO e Russia, il programma Partnership For Peace 
Il manifesto del Summit tenutosi Bruxelles nel gennaio del 1994 intendeva rafforzare i rapporti di collaborazione tra i paesi aderenti al Patto Atlantico e gli stati sopravvissuti al crollo dell’Unione Sovietica, Russia compresa. Proprio con Mosca si decise di instaurare un dialogo propedeutico a tenere aggiornato il Cremlino circa le decisioni della NATO, evitandone l’isolamento. Tre anni più tardi le relazioni tra l’Alleanza Atlantica e la Federazione russa subirono un ulteriore salto di qualità, con la firma del Nato-Russia Founding Act on Mutual Relations, Cooperation and Security che istituiva un Consiglio congiunto permanente, il quale aveva lo scopo di lanciare iniziative comuni su questioni di sicurezza.  Tuttavia, nella pratica dei fatti, il Consiglio congiunto mostrò le sue prime limitazioni solo due anni più tardi, quando la NATO diede avvio ai bombardamenti in Jugoslavia senza avvertire preventivamente la Russia.         
La Russia decise allora di uscire dal Consiglio congiunto per protesta alle azioni NATO, salvo poi rientrarvi l’anno seguente. Il Duemila vide anche l’ascesa di Vladimir Putin come Presidente della Federazione russa, che nei suoi primi anni di presidenza mostrò un serio interessamento ad avvicinare il proprio paese al mondo occidentale. Plastica manifestazione delle intenzioni putiniane fu l’atteggiamento della Russia a seguito degli attacchi dell’11 settembre 2001. Mosca allora offrì a Washington assistenza nella guerra al terrorismo portata avanti dalla superpotenza.  In particolare, la Russia, oltre a condividere con gli americani i numerosi dossier di intelligence in suo possesso – raccolti anche grazie alla pluriennale operazione bellica profusa nel paese centro asiatico ai tempi dell’Unione Sovietica – concesse a questi ultimi il sorvolo del proprio spazio aereo da parte dei velivoli dello USAF, durante le prime fasi della campagna d’Afghanistan. 
In questo inedito clima di collaborazione si inserì Silvio Berlusconi, che proprio in virtù dei suoi rapporti personali con Bush e Putin, riuscì nell’imbastire il vertice di Pratica di Mare nel maggio 2002. Durante lo storico Summit, venne istituito il principale organo di coordinamento tra la NATO e la Russia, il NATO-Russia Council.            
Veniva a crearsi un organo di consultazione e cooperazione su temi sensibili come sicurezza, lotta al terrorismo e cooperazione per la riduzione degli arsenali di armi di distruzione di massa. Il successo del vertice fu però intaccato dalle differenti visioni dei presidenti di Russia e Stati Uniti circa i rispettivi ruoli all’interno dell’Alleanza. Mentre la visione di Putin era quella per un partenariato alla pari, per Bush la posizione della Russia doveva essere subalterna a quella di Washington; gli Stati Uniti sarebbero dovuti rimanere al vertice della piramide NATO, con Mosca in posizione ausiliaria in caso di improbabile ingresso all’interno dell’alleanza. Pratica di Mare produsse tuttavia anche risultati concreti. Celebre fu la partecipazione della Russia all’Operazione Active Endeavour, missione navale della NATO di contrasto al terrorismo e al traffico di armi in mare.         
Tuttavia, le posizioni tra Stati Uniti e Russia cominciarono irrimediabilmente a divergere sempre più sensibilmente. Dapprima con l’invasione americana dell’Iraq. In tale contesto, a differenza di quanto avvenuto per l’Afghanistan, Mosca non solo non appoggiò Washington, ma criticò apertamente la scelta americana di invadere il paese mediorientale. Nel 2008 con la guerra d’agosto (dove la Russia condusse una rapida azione militare in Georgia, che come conseguenza ebbe la decurtazione territoriale delle regioni di Ossezia del Sud e Abcasia), i rapporti si deteriorano ulteriormente. La rottura definitiva avvenne poi con l’invasione della Crimea del 2014. Mosca e Washington tornarono a percepirsi reciprocamente come nemici strategici.
Il Vertice di Pratica di Mare in definitiva fu più un successo della politica estera personalistica di Silvio Berlusconi che una reale svolta geopolitica. È tuttavia innegabile che gli sforzi del Cavaliere per un’integrazione all’area atlantica della Russia furono genuini; la storica stretta di mano tra Bush e Putin a Pratica di Mare rimane a tutt’oggi lo Zenith dei rapporti tra Mosca e Washington.

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Carlo Andrea Mercuri

Carlo Andrea Mercuri

Analista geopolitico, si occupa da anni di questioni internazionali. Autore del libro Verità a Stelle e Strisce (Gruppo Albatros il Filo - 2017), ha collaborato con diverse testate per le sezioni esteri e geopolitica. Appassionato di storia contemporanea americana ed estremorientale.

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