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Prove tecniche di manomissione

Travolta” in un insolito destino nel grigio mare di febbraio

Ci perdoni la grande Lina Wertmuller per avere parafrasato il titolo di un suo capolavoro per queste umili righe che -lo diciamo subito- non parlano di Cinema né di balli del qua-qua, ma di una emblematica storia tutta italiana legata alla nascita della televisione a colori. Il tentativo di rallentare o addirittura fermare le nuove tecnologie, lo sviluppo industriale è un fallimento annunciato. Almeno nel mondo occidentale figliastro del consumismo. Almeno in Italia, dove uno sponsor(soldi) può permettersi di far fare qualsiasi cosa a chiunque (John Travolta) nella trasmissione tv più seguita degli ultimi settant’anni (Festival di Sanremo).

Visto con gli occhiali della storia italiana, il tentativo di fermare l’intelligenza artificiale o l’auto elettrica ispirano un sentimento quasi di tenerezza, come il finale di un film Disney: è solo una questione di tempo e poi scorreranno velocemente e inafferrabili, i titoli di coda. Laddove ci siano interessi economici dietro, vinceranno gli interessi economici, a discapito di qualsiasi tentativo di tutela dei consumatori, che qualcuno chiama ancora cittadini. Anzi cittadine e cittadini, giusto per far finta che si badi al rispetto delle persone spostando l’attenzione sulla forma anziché sul contenuto. Lo sviluppo non equivale al progresso, spiegava bene Pasolini.

Scusate: questa è un’altra storia. Quella che vogliamo raccontarvi oggi è una storia che parla di uno dei primi grandi dimenticati “scandali” della politica italiana: l’introduzione della tv a colori nelle case degli italiani.

Il regolare servizio

Proprio quest’anno, come ormai stranoto, si celebrano i settant’anni della nascita della Tv in Italia: era il 3 gennaio 1954 quando la prima annunciatrice Tv, Fulvia Colombo, dava l’annuncio delle trasmissioni. Chissà se fu scelta anche per quel suo cognome di buon auspicio in vista di un viaggio fatto di rivoluzionarie scoperte. Fatto sta che la Colombo, tra varie vicissitudini artistiche, fu anche la valletta (vorremmo dire “co-conduttrice” per non offendere nessuno, ma davvero saremmo troppo ipocriti) dell’edizione 1958: l’anno in cui vinse “Nel blu dipinto di blu”, sicuramente la canzone di Sanremo più nota di sempre.  Per la cronaca, il primo telegiornale nella nascita della TV era diretto dal celebre Vittorio Veltroni, papà dell’odierno Walter. Ma anche queste sono altre storie, scusate le divagazioni.

Oggi vogliamo raccontare come mai invece l’Italia fu uno degli ultimi paesi in Europa a introdurre la Tv a colori, solo nel 1977. E non per un ritardo tecnologico. Tecnicamente infatti la Tv italiana era pronta a trasmettere a colori dal 1961 (nascita del secondo canale). Tutti ci ricordiamo, per averle vissute o averle viste riproposte migliaia di volte in questi anni, le immagini dello sbarco dell’uomo sulla luna, nel 1969. Allunaggio che la maggior parte del mondo vide a colori, mentre noi italiani conserveremo per sempre il romantico e struggente ricordo in bianco e nero. Tranne quei pochi italiani del nord che captavano il segnale video dalla tv svizzera o austriaca o tedesca…

Insomma, perché nonostante la possibilità di avere le trasmissioni a colori da oltre 15 anni, le famiglie italiane continuarono a vedere lo schermo in bianco e nero sino alla fine degli anni Settanta? Beh, potete leggerla come una storia che appunto ispiri tenerezza come un film della Disney, o nella versione più vicina ai mondi spietati e paralleli di Matrix (Warner Bros, comunque sempre made in U.S.A.).

Parlando superficialmente di politica. Quindi di ognuno di noi.

Bighellonando in rete su questa storia della tv a colori si passa dal rosa delle cronache, al giallo delle responsabilità, con un imponente macchia di bianco democristiano, un filo di rosso social-comunista e un bel verde repubblicano: il parlamentare Ugo La Malfa fu uno strenuo oppositore della tv a colori (ma aspettate a sentire le motivazioni) mentre il coriaceo Amintore Fanfani si trovò in mezzo a interessi economici di Germania e Francia rispetto al mercato italiano. Sembra una storia di oggi, eh? Ma prima di andare a fondo su una questione dove, avrete già intuito non solo se ne vedono di tutti i colori ma soprattutto viene fuori il grigio, bisogna dire di un parlamentare che nelle varie ricostruzioni dell’avvincente trama non viene citato probabilmente abbastanza: Luigi Anderlini, in parlamento dal 1958 al 1987, prima come deputato e poi come senatore della Repubblica italiana.  Ma facciamo un passo indietro per rimanere sul tema introduttivo.

La Corea italiana

I rivoluzionari anni Sessanta correvano verso i favolosi anni Settanta. Nel 1966 ci fu il primo chiaro e universale esempio di marketing nel calcio: ai mondiali di calcio disputati in Inghilterra (ancora la competizione i chiamava “coppa Rimet”) faceva il debutto per la prima volta una “mascotte” (il leone Willie) e la vendita dei relativi gadget. Di quella competizione per i tifosi italiani brucia ancora il ricordo della clamorosa eliminazione della squadra italiana ad opera di una modesta Corea del nord. E mentre già gli italiani, che avevano letteralmente tirato i pomodori al rientro della squadra italiana dalla Gran Bretagna, immaginavano una rivincita per Mexico ’70, le ditte italiane erano già partite nella produzione di tv a colori. La Geloso, la Voxson, la Radiomarelli erano già da anni pronte alla commercializzazione dei nuovi apparecchi televisivi: davvero le occasioni per il lancio non mancavano, come appunto l’allunaggio del 1969 o i già menzionati mondiali di calcio in Messico. E infatti già dal 1967 Germania, Francia, Gran Bretagna iniziarono le trasmissioni a colori per la gioia dei loro abitanti. Invece, il 2 febbraio 1967, un emendamento dell’on. Luigi Anderlini fu approvato alle Camere e divenne legge: gli italiani non avrebbero avuto la tv a colori almeno fino al 1971 (come sappiamo già, diventò poi effettivamente il 1977, come fosse un cantiere stradale in costruzione).

Prima le strade o il ponte sullo Stretto?

Quali furono le motivazioni che decretarono quella sconvolgente notizia? Citiamo direttamente Anderlini: “In un Paese che deve ancora risolvere fondamentali problemi strutturali, in un Paese che ha ancora da affrontare squilibri territoriali e settoriali (…) sarebbe errore imperdonabile distrarre, in questa fase, una quota significativa delle risorse disponibili verso un consumo non necessario.(…) L’introduzione della TV a colori in un Paese come il nostro, dove è notevole la propensione al consumo ostinato, distorcerebbe in maniera grave la già distorta scala dei consumi”. Prima di proseguire nel nostro racconto, vogliamo però tentare di incuriosirvi sulla storia di Anderlini. Il politico infatti pare sia stato un po’ dimenticato o almeno messo da parte dalla storia politica di questo Paese. E non crediamo possa essere per questa faccenda della TV (nonostante che, come vedremo, tutto questo provocò una bella crisi politica e industriale), anche perché della stessa convinta idea di Anderlini lo furono subito dopo anche altri. Abbiate pazienza: ci arriviamo subito.

La strategia dell’attenzione

Quando Anderlini scompare, nel 2001, le cronache non perdono l’occasione di menzionare i presunti scritti “erotici” del Senatore (il romanzo “Caro Luca” presentato anche al Premio Viareggio, che di erotico aveva meno di un film di Pierino). Si parlò invece poco della sua lotta contro l’eversione politica, nonché del presunto tentativo di colpo di Stato del 1964 e delle omissioni dei carabinieri nel processo del 1969, nonché della “naturale evaporazione” di quella vicenda (di cui praticamente non si seppe più niente). Del politico (indipendente di sinistra), non si parlò della sua legge sull’obiezione di coscienza (praticamente fu il padre dell’idea che gli italiani non violenti potevano servire la propria nazione in maniera non violenta utile), né della direzione della rivista “Astrolabio”, punto di riferimento per l’area dell’opinione pubblica riformista erede della cultura azionista e avversatrice, tra l’altro, della “strategia della tensione”- O del fatto che fu fondatore dell’ancora attivo e pluripremiato “Istituto di Ricerche Internazionale Archivio Disarmo”, che dal 1982 si dedica all’educazione alla pace e alla gestione nonviolenta dei conflitti. Altro che telecomandi e versi pruriginosi.

Questa Tv a colori non s’ha da fare

Tornando al nostro racconto, passarono i mondiali di calcio del 1970 con gli italiani costretti a vedere ancora in grigiolino la maglia azzurra nella “partita del secolo”contro la Germania. E stavano per arrivare le olimpiadi del 1972, quelle dell’ancora tristemente attuale “settembre nero”. Neanche quella volta gli italiani godettero dei colori, tranne un ristretto gruppo di politici, per un episodio emblematico e risolutivo che racconteremo più avanti.

il PCI di Berlinguer, la CGIL di Lama e il PRI di La Malfa si schierarono apertamente contro “l’imbroglio della tv a colori”. Siamo nell’estate del 1972 e i repubblicani, giunsero addirittura a minacciare il ritiro dell’appoggio esterno al governo Andreotti se si fosse consentita la commercializzazione dei televisori a colori.  Per Berlinguer, fautore dell’”etica dell’essenziale”, la diffusione della tv a colori era una “eresia”. Mentre La Malfa sosteneva che con la televisione a colori gli italiani si sarebbero indebitati per comprare i nuovi apparecchi. La tv a colori costava mediamente 400.000 lire: un’utilitaria come la Fiat 127 poco più del doppio. Per inciso, “ovviamente” anche l’industria automobilistica italiana si schierò dalla parte degli “incolori”, evidentemente per paura che, investendo sulle tv, gli italiani avrebbero investito meno sulle auto. Che tempi ingenui.  Era il periodo di una Italia caratterizzata dall’austerità, la prima paurosa crisi dopo gli anni del dopoguerra, che sarebbe culminata nella stagnazione economica del 1973 e, probabilmente non casualmente, negli “anni di piombo”. Dunque c’era sicuramente un motivo “sociale” che portava alcuni nostri governanti di allora a preoccuparsi dell’indebitamento delle famiglie italiane e dei loro risparmi.

Copertina del periodico “Epoca” del 29-06-1969- Arnoldo Mondadori Editore

Cambiamo canale

Ma, forse, non solo. Un’altra narrazione, o meglio una narrazione parallela parla di accordi governativi, in cui l’Italia, come troppo spesso accade, si trova a essere sopraffatta per motivi discutibili in simposi socio-economici accademici o in rinomati consessi del lunedì al bar, con risultati tangibili spesso piuttosto equivalenti.

Come dicevamo infatti, Francia e Germania avevano già avviato le trasmissioni a colori dal 1967, ma con due sistemi di trasmissione televisivi diversi: il tedesco P.A.L. e il francese S.E.C.A.M, mentre negli U.S.A. si era affermato il sistema N.T.S.C. Senza scendere in inutili tecnicismi, basti sapere che mondo di esperti italiani era orientato per il sistema tedesco (per i più giovani o smemorati ricorderemo che stiamo parlando della sola DDR, ovvero la Germania Ovest, quella filo occidentale con capitale Bonn e non quella di Berlino Est filosovietica). Però pare che Amintore Fanfani (storico statista della Democrazia Cristiana e tra i più volte eletti Presidenti del Consiglio dei Ministri nella storia della Repubblica) stesse lavorando a degli scambi commerciali con la Francia: adozione del sistema francese S.E.C.A.M. barattata con degli scambi commerciali con la nostra nazione. Non ci sarebbe stato in fondo niente di male se non fosse che il S.E.C.A.M era nettamente inferiore al P.A.L. e che la italiana INDESIT aveva creato un nuovo sistema ancora migliore dei due già in circolo. Era invece certo che la scelta cadesse sul P.A.L. anche il direttore RAI Ettore Bernabei, grande padre della TV italiana e che nel contempo era in ottimi rapporti con Fanfani. Come rinunciare dunque alla qualità tedesca senza scontentare il senatore Fanfani?

Croci (e delizia)

Facile: pilatescamente. Bernabei proprio in occasioni di quelle famose, maledette olimpiadi di Monaco del 1972, fece allestire negli studi della RAI la visione delle gare olimpiche con due schermi televisivi: uno trasmetteva in PAL, l’altro in SECAM. I fortunati spettatori erano i parlamentari della repubblica italiana. Che non poterono che giudicare migliore il sistema tedesco, con buona pace di Fanfani e degli accordi francesi. Tutto risolto? No. Manca ancora qualche annetto. Gli italiani, in attesa di comprare la nuova tv a colori quando sarebbe stata disponibile, non acquistavano gli “obsoleti” apparecchi in bianco e nero. L’industria elettronica italiana, in attesa di scegliere tra un sistema televisivo e l’altro, aveva bloccato la produzione, nonostante già dal 1968 si era partiti con il creare apparecchi televisivi con il sistema PAL e le aziende avessero la tecnologia adatta. Ma le indecisioni politiche e la crisi economica portarono al collasso delle industrie italiane del settore. Si dovette aspettare la riforma dell’ente RAI e il 1975 per una definitiva decisione, insieme al riordino delle trasmissioni televisive private che nel frattempo erano in rapida espansione in tutta la penisola, come ad esempio la TeleMilano che fu presto di un certo Silvio Berlusconi. L’Italia stava rapidamente cambiando e nel 1976 (prime elezioni anche per i 18enni) per un pugno di voti il PCI non fu il primo partito di maggioranza. Il PSI sconfitto alle urne diede il timone del partito a Bettino Craxi. Le cronache riportano uno scambio di battute in cui, per dichiarare il presunto anacronismo di Berlinguer, Craxi disse che il segretario del PCI “evidentemente non ha la tv a colori

Senza rete

Il primo febbraio del 1977 iniziano finalmente le trasmissioni tv a colori. Gli italiani hanno già acquistato un milione di televisori a colori mentre la nazione è sull’orlo della bancarotta e scoppia il caso di corruzione mondiale “Lockheed”. Nicoletta Orsomando alle 19.20 sulla Rete Uno e Rosanna Vaudetti alle 19.10 sulla Rete Due inaugurano l’inizio della regolare programmazione televisiva a colori. Poche ore prima, a poche centinaia di metri dalla sede della Rai di Roma, all’università La Sapienza sparatoria tra frange estremiste di destra e compagni universitari. Ma insieme alla tv a colori, viene diffusa anche una rivoluzionaria invenzione: il telecomando. Ora l’italiano può cambiare rapidamente canale se c’è qualcosa che non gli piace, e non solo tra i canali nazionali ma anche perdendosi nelle nuove tv private. Apparentemente gratis. Mike Bongiorno lascia la Rai per condurre su TeleMilano “i sogni nel cassetto”. Evidentemente il cassetto era quello del registratore di cassa e i sogni (non certamente i nostri) li avremmo visti realizzati solo pochi anni dopo. Nel 1980 Berlusconi trasforma TeleMilano in Canale 5 e inizia a trasmettere in tutta Italia. Il 20 ottobre 1984, quel Bettino Craxi che aveva apostrofato Berlinguer (morto improvvisamente nel giugno di quello stesso anno), firma il “decreto Berlusconi”, che dà il via allo sdoganamento e legalizzazione della “tv commerciale”. E non solo.  Ma anche questa è un’altra storia.

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Pascal La Delfa

Pascal La Delfa

Autore, regista e formatore, si occupa di attività artistiche e teatrali, anche in contesti di disagio e fragilità e in progetti europei. È stato autore anche per la Rai e formatore e regista per aziende internazionali. Collaboratore esterno per alcune università italiane, è direttore artistico dell’associazione Oltre le Parole onlus di Roma. Fondatore del “premio Giulietta Masina per l’Arte e il Sociale”. Di recente uscita un suo saggio sul Teatro nel Sociale.

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Luana Strozzi
Luana Strozzi
1 mese fa

Descrivere con ironia queste situazioni, che appaiono obsolete (mi piacerebbe sognare che lo siano) ma che purtroppo sono sempre più attuali, può riuscire solo a chi ha una visione chiara di tutto l’insieme.
Mi è arrivata l’amarezza che le parole dell’articolo, hanno simpaticamente racchiuso. È sorprendente come il potere e le apparenti buone maniere, rendano le scelte dei singoli cittadini, delle illusioni .
È sconcertante far parte di un grande disegno, delineato e colorato da poche mani “che possono usare”’matite, colori e pennelli a loro piacimento.
Non c’è più scelta, c’è adeguamento mascherato da libertà.
Sono positiva per il futuro? Forse, o forse mi illudo di esserlo

Palermo Salvatore
Palermo Salvatore
1 mese fa

Articolo ben strutturato. La storia del televisore dal bianco e nero al colore. Bravo Pascal

Enzo Sidoti
Enzo Sidoti
1 mese fa

Bravo Pascal …la storia narrata è indubbiamente interessante da ricordare, leggendo tra i vari ricordi di un tempo di certo non si realizza la differenza tra i politici di oggi e quelli di ieri ( ironia 😁 ),
Tutt’avia ripercorrendo poi le varie fasi dell’ evoluzione avuta, con ricordi calcistici memorabili (1970), TV a colori 77 ,si può senz’altro dire e ribadire come più volte rimarcato da molti vecchi come noi, che quegli anni rimangono per sempre come bagaglio culturale per tutti, e che i Giovani d’oggi ne prendano spunto per il loro futuro che oggi sembra veramente difficile e a volte pure imbarazzante.
Un saluto 🖐️

Luigina Rossi
Luigina Rossi
1 mese fa

Un Carosello amaro e sempiterno specchio dell’ Italietta. Grazie Pascal per le “storie ” che non conoscevo e per la tua modalità di scrittura e di narrazione che alleggerisce ciò che leggero non è. I retroscena si intuiscono ormai in tutto, la mente non riesce ad essere esente dal fare dietrologia. Scattano in automatico le domande su ” a chi conviene, chi ci guadagna “. Ma leggerselo con dovizia di dettagli storici, come fai tu, è più ” godibile” e meno faticoso che arrovellarsi sul cosa c’è dietro.
Concordo in pieno che il progresso è utile ed inevitabile, ridicolo opporsi, inutile gridare allo scandalo. Nefasto il solito e crescente circo degli interessi economici e politici ed esecrabile l’utilizzo deviato degli strumenti tecnologici. Ma questo è. Implicito nelle tentazioni umane.
E se questo è, meglio renderlo noto.

Antonella
Antonella
1 mese fa

Grazie caro Pascal hai dato colore ad un passato bianco e nero. Tanta amarezza, tanti
errori commessi nel passato,ma purtroppo che continuiamo a commettere.

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