Ci dispiace deludere i lettori più golosi, ma non parleremo di zuccherosi manicaretti, bensì della storia di un misconosciuto (ai più) personaggio la cui storia parte, al contrario, da una tragica morte di fame di un bambino degli anni Cinquanta.
Stiamo infatti parlando di Danilo Dolci: “poeta e intellettuale-attivista” lo definisce l’enciclopedia Treccani, ma certamente la sua opera (scritta, ma soprattutto “concreta”) è decisamente più ampia. L’impegno educativo si alterna con l’impegno politico, l’attivismo reale con le creazioni artistiche. Una figura spesso più conosciuta e ri-conosciuta all’estero che non Italia, se è vero che in questo centenario dalla nascita non sembra siano stati molti a ricordarsi di lui, almeno nella nostra smemorata penisola.
Guerra e pace
Forse, in questo flusso mediatico dove le guerre sono da sottofondo di ogni nostra azione quotidiana, una figura di “pacifista ante-litteram” non è politicamente attraente…
Dolci nasce a Sesana (oggi slovena, ma allora facente parte della provincia triestina) appunto il 28 giugno del 1924, da mamma slovena e papà bresciano. Proprio a causa (o grazie) al papà ferroviere, Dolci è costretto a girare l’Italia per via dei trasferimenti lavorativi paterni. Ecco che dalla Lombardia passa al Piemonte e poi a Roma, per poi tornare di nuovo in Lombardia. In tutto ciò, diplomandosi a Brera e proseguendo poi gli studi in architettura a Roma e Milano. Questo brevissimo riassunto di parte dei suoi spostamenti, si incrocia con la sua prima vera azione pacifista: il rifiuto di indossare la divisa della Repubblica Sociale Italiana e la fuga negli Appennini, dopo essere sfuggito ai nazifascisti genovesi.
Nomadelfia
Il post guerra dura poco. Dopo aver iniziato a insegnare in una scuola, decide di mollare tutto e di trasferirsi in Toscana, a soli 26 anni: qui infatti si innamora del progetto di Nomadelfia, un luogo extra-ordinario, filo-cattolico, fondato da don Zeno Saltini. A Nomadelfia non si utilizza denaro e i residenti che ottengono guadagni fuori dalla comunità vanno in una cassa comune che provvede poi a dare a ognuno i beni di cui necessita. Il disabile o l’anziano non vengono assistiti solo dalla famiglia, ma da tutta la comunità. L’educazione obbligatoria ai bambini e ai ragazzi viene data da membri della comunità durante l’anno, salvo gli esami di Stato previsti ma da fare come privatisti. Qui Dolci si impegna alacremente, contribuendo a formare una seconda comunità, sempre in provincia di Grosseto.
Lì si era «come ripulito ed essenzializzato», poi però se ne distaccò, sentiva il bisogno di uscire da una comunità che era «come un’isola, un nido caldo», per entrare in contatto con «il resto del mondo» (Dolci, 1968, p. 15). Trappeto, «il paese più misero che avessi mai visto», gli parve pertanto la destinazione ideale, nel 1952.
La memoria del dopoguerra italiano, è nella nostra storia spesso non raccontata: si preferisce narrare di solito direttamente i “favolosi anni Sessanta” e parlare del boom economico; ma gli anni alla fine del conflitto, tra distruzione fisica e morale degli effetti della guerra e gli assestamenti politico-sociali, furono davvero duri e colpevolmente dimenticati da parte nostra.
Morti di fame
Dopo l’esperienza di Nomadelfia Dolci inizia a pubblicare anche liriche poetiche, ma poi avviene il trasferimento della sua vita a Trappeto.
“Nei primi anni Cinquanta la Sicilia era una sorta di metafora della condizione di indigenza, arretratezza e noncuranza che ampi strati di popolazione dell’ex Regno delle due Sicilie erano ancora costretti a sopportare senza che le classi dirigenti italiane – in sostanziale continuità tra il periodo liberale, quello fascista e quello repubblicano – fossero riuscite o si fossero preoccupate di affrontare in maniera risolutiva. Trappeto e Partinico erano luoghi al contempo concreti, caratterizzati da una miseria indicibile e da un bisogno improrogabile di intervento, ma anche simboli del malessere profondo che attraversava diffusamente l’intero Mezzogiorno. L’esistenza di gravissime condizioni di arretratezza e deprivazione – connesse al problema della squilibrata distribuzione fondiaria – non era ignota alla classe dirigente italiana.”
Così, sempre la Treccani, racconta la situazione del Sud di quegli anni. Dolci, proveniente dal Nord e dalla positiva esperienza toscana, rimane sconvolto dalla realtà siciliana. La scintilla che cambierà per sempre la sua vita e la sua opera, è avere appreso, pochi mesi dopo il suo arrivo a Trappeto della tragica scomparsa di un bambino, letteralmente morto di fame perché né la sua famiglia né le istituzioni locali avevano potuto provvedere a un minimo di alimentazione.
Sembrerà fantasioso per i lettori più giovani sapere che ancora una settantina di anni fa in Italia una parte della popolazione non aveva alcun sostegno, tale da poter perdere la vita per mancanza di cibo, nonostante una parte della Nazione si stesse invece dirigendo verso il boom economico. Eppure era così: rimanendo in Sicilia, la vicenda del terremoto del Belice del 1968 ce lo ricorda ogni tanto, non essendo ancora stata completata la ricostruzione dopo quasi sessant’anni dalla tragedia e dove solo una quindicina di anni fa sono stati trasferiti gli ultimi baraccati.
Il Ghandi italiano
In quegli anni non solo la Sicilia fu la via d’ingresso per lo sbarco degli alleati anglo-americani, ma anche testimone di avvenimenti socio-politici straordinari a livello nazionale: citeremo solo l’eccidio di Portella della ginestra, per non deprimere più di tanto i lettori. Le sinistre partivano proprio dall’idea dei latifondi (dai “gattopardi”) presenti al Sud per affermare le proprie lotte/idee politiche.
In questo contesto, ingiustamente riassunto solo per motivi di spazio, alla notizia della morte per denutrizione del piccolo Benedetto Barretta, Dolci decide di iniziare uno sciopero della fame, per porre all’attenzione della politica e della stampa la terribile e miserabile condizione di alcune famiglie locali. Una reazione non ponderata o razionalizzata, ma “naturale”, per urlare al mondo cosa stesse accadendo:
«Allora cominciai a digiunare. Non c’era un ragionamento preciso, non avevo letto Gandhi, sapevo solo che non potevo accettare che esistesse un paese senza fognature, senza strade. Anzi le fognature erano le strade stesse. Volevo manifestare istintivamente la mia solidarietà. Avevo la vaga intuizione […] che nella zona le cose potessero cambiare» (Intervista, Tarozzi, 1995).
L’azione funziona. Le autorità si impegnano a intervenire e Dolci diviene celebre in Italia e all’estero, dove arrivano le voci della sua protesta. In quella occasione conosce anche Aldo Capitini, con cui si contenderà negli anni a venire la “qualifica” di Ghandi italiano. E se non avete mai sentito parlare di Capitini, forse è perché non si schierò col fascismo né con la Resistenza e criticò il Vaticano, pur essendo il creatore (tra le altre cose!) della celebre “Marcia per la pace” che dal 1961 collega annualmente Perugia e Assisi.
Lo sciopero al contrario
Da quella prima azione, non costruita e non ponderata, Dolci diventa un punto di riferimento per azioni, gruppi e movimenti, di cui non si identifica però mai né come leader politico né come fautore diretto delle azioni da loro attuate. Ecco che nel 1956 a S. Cataldo (Caltanissetta) la polizia è costretta a interrompere uno sciopero della fame di 1000 pescatori (che protestavano contro la pesca di frodo) con la risibile motivazione di una presunta illegalità del digiuno in pubblico. Evidentemente l’influsso con la non lontana terra di Pirandello, ne subiva l’influsso grottesco.
E nello stesso periodo, Dolci propone invece uno “sciopero al contrario” in un territorio tra Palermo e Trapani: l’idea di partenza era che se un operaio, per protestare, si astiene dal lavoro, un disoccupato può scioperare, al contrario, lavorando. E così centinaia di disoccupati si organizzarono in maniera pacifica per risistemare una vecchia strada comunale. Anche stavolta, intervenne la polizia interrompendo i lavori. Anzi, Dolci, con alcuni suoi collaboratori, venne arrestato con la motivazione di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, istigazione a disobbedire alle leggi e invasione di terreni.
Testimoni d’eccellenza
Lo scandalo della notizia arriva presto alla ribalta nazionale. Tra gli avvocati che decidono di difendere “l’imputato Dolci”, si schiera persino Piero Calamandrei, che prende con veemenza le sue parti: «Anche oggi l’Italia vive uno di questi periodi di trapasso, nei quali la funzione dei giudici, meglio che quella di difendere una legalità decrepita, è quella di creare gradualmente la nuova legalità promessa dalla Costituzione(…) Vorrei, signori Giudici, che voi sentiste con quale ansia migliaia di persone in tutta Italia attendono che voi decidiate con giustizia, che vuol dire anche con indipendenza e con coraggio questa causa eccezionale: e che la vostra sia una sentenza che apra il cuore della speranza, non una sentenza che ribadisca la disperazione».
E poi si presentarono come testimoni personaggi come Carlo Levi ed Elio Vittorini, mentre una intera comunità culturale, sociale e politica prende apertamente le parti di Dolci, travalicando ampiamente i confini nazionali: Giorgio La Pira, Guido Piovene, Renato Guttuso, Bruno Zevi, Bertrand Russell, Alberto Moravia, Norberto Bobbio, Cesare Zavattini, Ignazio Silone, Enzo Sellerio… A ancora Eric Fromm, Jean-Paul Sartre, Aldous Huxley, Jean Piaget…
Dolci fu condannato comunque a 50 giorni di carcere, ma la “rivoluzione non violenta” si era ormai innescata e divenuta famosa in tutta Europa.
La prima radio libera italiana
In questo anno ricco di molteplici celebrazioni sulla radio, ad esempio non si racconta che la prima radio che ruppe il monopolio radiofonico italiano fu fondata proprio da Dolci: per ben 27 ore (tanto durò, prima che ancora una volta la Polizia intervenisse a interrompere il “terribile delitto”) , il 25 marzo del 1970 Danilo Dolci da “Radio Partinico Libera” si mise a denunciare via etere i problemi che stavano affrontando (“già da due anni”…) l’abbandono dei terremotati del Belice di cui abbiamo accennato prima: l’assenza dello Stato, l’ingerenza delle mafie. “Radio Aut “di Peppino Impastato, solo per fare un altro esempio coraggioso (in quel caso violentemente spento dalla mafia e non dalla polizia) sarebbe nata solo 7 anni dopo, nel 1977.
Ovviamente non era un’idea goliardica dell’ultima ora. Se avrete tempo e voglia di approfondire le azioni di Dolci (e se mai le avessero i rappresentati delle nostre istituzioni colpevolmente smemorati di fronte alla sua figura e alla sua storia), scoprireste con stupore la varietà e la quantità di azioni di impegno civile, nonché gli scritti di denuncia e la pedagogia maieutica. Attività che gli fruttarono numerosi e importanti riconoscimenti a livello internazionale.
Nel 1957 gli viene attribuito in Unione Sovietica il Premio Lenin per la pace : lui accetta (pur dichiarando di non essere comunista) e con i soldi del premio fonda a Partinico il “Centro studi e iniziative per la piena occupazione”. Nello stesso anno riceve il Premio Viareggio per il saggio “Inchiesta a Palermo”. Nel 1968 l’Università di Berna gli conferisce la laurea honoris causa in Pedagogia, mentre nel 1969 è l’Accademia dei Lincei che lo riconosce con la Medaglia d’oro per la sua opera di diffusione dei valori umanitari e culturali.
Nel 1970 a Stoccolma gli viene assegnato il Premio Socrate per «l’attività svolta in favore della pace, per i contributi di portata mondiale dati nel settore dell’educazione, mentre nello stesso anno l’ Università di Copenaghen gli assegna il Premio Sonning «per il contributo offerto alla civilizzazione europea».
Continueranno, negli anni, premi e riconoscimenti in Italia e all’estero, di cui ricorderemo solo: il Premio Internazionale Gandhi per l’approfondimento dei valori rivoluzionari nonviolenti (nel 1989 a Bangalore, in India) e la laurea honoris causa in Scienze dell’educazione che l’Università di Bologna gli conferisce nel 1996, un anno prima della sua scomparsa.
Di fatto, si riconosce intorno al lavoro di Dolci, uno snodo cruciale per la formazione politica di un certo ambiente intellettuale su scala nazionale. Naturalmente soprattutto in favore dei più deboli e quindi sposato da una sinistra che in quegli anni guardava all’emancipazione del “popolo”, prima di presunti “compromessi storici” e la fagocitazione del consumismo capitalista. Chissà se qualche leader politico odierno avesse il coraggio, conoscesse il potere (la necessità, a volte) di attuare un’azione simbolica e forte come uno sciopero della fame?
Decidiamo rassegnarci al suicidio?
Questo è il titolo del “manifesto” pubblicato sul sito web del Centro Sviluppo Creativo, che tiene viva la memoria e soprattutto cerca di trasmettere l’attività e l’eredità di Dolci in maniera attiva e propositiva. Guardando il sito web, non solo potrete approfondirne la figura e le opere, ma scoprirete (personalmente con un certo – e non meravigliato – imbarazzo) di quante realtà extra italiane si nutrano tutt’oggi del lavoro di Danilo Dolci.
Riportiamo infine un passaggio di questo “manifesto” affinché ci auguriamo possa essere di stimolo e curiosità per approfondire quanto non si possa approfondire in un semplice articolo. Siamo circondati da comunicazione che violentemente ci racconta di violenze. Deve, può essere solo così?
“Combattere per la gente” non basta; non riesce l’avanguardia, pur se generosa, “dei condottieri di massa” a liberare il mondo. Falso mito è divenire “bandiera che insegni le masse a seguire e odiare”, come Gramsci aveva preannunziato.
Non ”la violenza è la levatrice”, anche se “meglio di scappare è sparare” come Gandhi ha affermato, aggiungendo: “ma meglio di sparare è promuovere conflitti che siano più perfetti, più efficaci dello sparare”. Per disfare i sistemi clientelari-mafiosi pur a livelli continentali, non bastano fucili, bombe, spie. (…) Spettacoli elettronici, pilotati da esperti in confezioni di immagini vincenti, più è più sostituiscono l’effettivo approfondimento del radicato dibattito politico, e avvezzano a dipendere dal dominante. Chi gradisce rumori e fetori, e cerca evadere disperato, ferisce attorno nel suicidarsi: mentre il respiro vivo non vuole corrompersi, ferirsi, non si lascia disfare e comperare, non vuole padroni, cerca il cooperare di chi vuole vivere compiutamente.



