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L’algoritmo, Ulisse e le Sirene

“Algoritmo” è un termine che è ormai parte del nostro linguaggio quotidiano, anche se non siamo esperti di intelligenza artificiale e lo sentiamo citare quando si parla di social, follower e influencer. Presi dalla velocità e pienezza delle nostre giornate, a volte non abbiamo tempo né voglia di fermarci a riflettere sulle cose della vita, delle nostre vite. Le parole si svuotano di significati, le immagini apparentemente ne riempiono il senso. Ma così non è: semmai, ne riempiono il tempo. Quel tempo libero che avevamo intelligentemente conquistato grazie all’uso della tecnologia (che ci ha alleviato dei lavori più faticosi o noiosi) e che adesso riempiamo guardando uno schermo, spesso in un palmo di mano, a testa bassa.

Ma torniamo alla nostra parola di moda, ovvero “Algoritmo”. Al di là del significato con cui si usa, da dove verrà mai questo termine? No, no… Non provate a improvvisare: non c’entra niente col “ritmo” e quindi con una ipotetica successione regolare di sequenze, come potrebbe apparentemente avere a che fare (e che effettivamente ha a che fare con la parola ritmo, ma senza limacciose alghe). Beh, riflettendoci un minimo e sapendo che i numeri che usiamo nel mondo occidentale vengono dai numeri arabi, è facile dedurre che anche in questo caso la matematica di quel mondo di diversi secoli fa ha attinto per i termini relativi all’argomento.

Quando l’Iran era la Persia

Già: “algoritmo” è infatti una variante del nome arabo al-Khwārizmī, ovvero il nome di uno scienziato del IX secolo (scusate l’uso sovranista dei numeri romani). Luminare che, una volta noto, potrebbe diventare uno dei personaggi più odiosi della storia per molti studenti, poiché a lui si deve anche un primo trattato completo dell’algebra (il cui nome, lo diciamo subito per non finire nell’elenco degli odiosi, prende spunto da una delle sue opere che faceva una summa delle algebre fino ad allora note).

Insomma pare che il povero misconosciuto al-Khwārizmī fosse uno scienziato di primordine in quel di Baghdad, nella nazione che ancora si chiamava Persia e non Iran, e che era al centro della civiltà scientifica e non al centro di lotte per il petrolio. Tra le qualità di questo studioso, che ai giorni nostri avrebbe meritato più di un premio Nobel in diverse discipline, ci fu anche quella di affinare gli studi sulla cartografia. Studi che dopo alcuni secoli permisero a Cristoforo Colombo e altri navigatori di mettersi in viaggio intorno al mondo, non per dimostrare ai terrapiattisti la vacuità delle loro tesi, ma per scoprire nuovi mondi, nuove terre e nuovi averi.

Colombo non scoprì l’America

Il nostro celebre conterraneo ligure, scrisse un diario di bordo del suo viaggio verso le Indie occidentali (Colombo non seppe mai che in realtà aveva scoperto l’America): in effetti l’originale è andato perduto, ma pare che la trascrizione dell’epoca sia abbastanza fedele. E tra le tante meraviglie e racconti narrati dall’ammiraglio genovese, a un certo punto si parla anche di sirene. Si, proprio quelle di cui anni prima aveva già narrato Omero nell’Odissea.

Insomma, il buon Cristoforo scrive sul suo diario di bordo di aver visto tre sirene, anzi di averne già viste pure in un’altra occasione sulle coste africane, e che effettivamente non fossero questo esempio di travolgente bellezza da poster pubblicitario. Anzi, secondo quanto scrive, pare fossero proprio bruttine, con buona pace del body shaming. Voci eroto-etologiche suppongono che in realtà avesse avvistato dei sinuosi lamantini, ancora però non catalogati in categorie feticiste. Dobbiamo comunque ricordare che Colombo non scriveva con velleità da romanziere, ma che il suo diario doveva servire come resoconto e giustificazione del suo viaggio ai suoi finanziatori. Per cui non aveva apparenti motivi per inventare informazioni superflue. Poi… Certo: i cannocchiali erano quelli che erano, dato che Galileo li avrebbe messi a punto solo oltre un secolo dopo.

In fondo al mar

Prima di proseguire, dobbiamo però forse precisare che la sirena, nella storia, non è certamente quella di Andersen (o della Disney, per chi non ha avuto la fortuna di farsi raccontare le favole classiche da bambino): non è mezza ragazza e mezza cernia. La sirena è una figura mitologica già presente da secoli nelle storie e leggende del Mediterraneo, con buona pace dello scrittore danese che pubblicò la sua fiaba solo parecchi secoli dopo, nel 1837.

Nella mitologia narrata dai popoli del Mediterraneo (non solo attraverso scritti ma anche decorazioni di oggetti arrivati fino ai nostri tempi), la metà superiore, o meglio il viso, è certamente femminile, ma la parte inferiore non c’entra nulla con l’ittica. Le sirene antiche, infatti, hanno un corpo più vicino a quello delle altrettanto rinomate arpie: uccelli rapaci e dunque “rapitrici”.  E se ogni tanto sentiamo usare il termine “rapito” quando siamo davanti a un’opera d’arte o a una musica, non andiamo troppo lontano dall’abbinamento del significato: secondo molti autori classici, infatti, le sirene sono figlie delle muse delle arti.

Cera una volta

Eppure, queste figure mitologiche che vivevano in una determinata area del Mediterraneo (forse vicino l’isola di Capri) avevano la fama di far naufragare i marinai che cadevano nelle loro malefiche grinfie, o meglio che non sapevano resistere al loro canto, tanto da buttarsi in mare o far infrangere le proprie imbarcazioni sugli scogli. Anche chi abbia un ricordo estremamente sbiadito degli studi epici, certamente ricorderà il celeberrimo episodio dell’Odissea dove l’astuto eponimo, per ascoltare il proverbiale canto delle sirene, trova l’escamotage di farsi legare all’albero maestro della nave dopo aver otturato le orecchie di tutti i marinai con della cera.

D’altronde, anche oggi, oltre che nel significato dato finora in questo scritto, la “sirena” è anche quel suono che hanno i mezzi di soccorso o di polizie per “intonare” un senso di pericolo, di attenzione estrema o di emergenza.

E dunque, parlando di suoni: quali melodiosi canti intonavano le sirene ai poveri marinai, per indurli addirittura a buttarsi in mare, a seguirle verso gli scogli palesemente pieni di resti di cadaveri (come narrato da Omero, Ovidio, Apuleio…)?

Certamente non abbiamo una registrazione sonora di quelle performance, né sono stati mai ritrovati degli spartiti musicali dell’epoca (anche perché avremmo dovuto aspettare il X secolo per avere qualcosa di simile alle odierne trascrizioni musicali).

Da Canicattì a Voghera passando dalla Brexit

E qui torna l’algoritmo e una banale, profonda riflessione. Fino a pochi anni fa, a prescindere dalla cultura di ciascuno, si potevano attingere informazioni da fonti uguali per tutti: il signor Salvatore a Canicattì andava in edicola a comprare il giornale sportivo o in biblioteca a leggere la Critica della Ragion Pura di Kant, e lo stesso testo praticamente lo poteva leggere anche la signora Adelina che viveva a Voghera, a 1500 km di distanza. Con l’avvento dei social, invece, nonostante si possa comunicare in tempo reale con qualcuno che vive a 150.000 km di distanza, se Salvatore apre il suo social non è come aprire un libro o un giornale: l’algoritmo non gli mostra le stesse cose che mostra ad Adelina, non gli dà le stesse informazioni. E non solo a chi vive a 150.000 km di distanza, ma anche a chi vive a 15 cm!

Cioè l’algoritmo ha il potere di decidere, per conto mio, cosa pensa che io sia interessato a guardare, a leggere, a sapere. E, poiché l’algoritmo è bravo a registrare le mie abitudini, i miei “like” e il tempo in cui mi soffermo a guardare una notizia o un post, sarà in grado di propormi i contenuti ritenuti più adatti alle mie abitudini. E fin qui non ci sarebbe niente di male, soprattutto per i più pigri. Ma la parte oscura è il fatto che con lo stesso meccanismo, l’algoritmo può evitare di mostrarmi delle informazioni, o di propormi dei contenuti che potrebbero mettere in discussione le mie opinioni (perché contrarie alle mie abitudini, al mio sapere, alle mie convinzioni, dedotte dai dati raccolti più o meno dichiaratamente). Questo significa che non potrò avere un approccio critico all’informazione, che non potrò confrontare fonti e notizie diverse da quelle in cui “credo”, che sono abituato a vedere.

Vi pare poco? Per non parlare del fatto che, una volta “registrati” i dati delle nostre preferenze (in termini alimentari, politici, sessuali, culturali, sportivi…) quei dati sono messi a disposizione di chi… voglia usarli a suo vantaggio, ad esempio per indirizzare scelte politiche (come avvenne nella sorprendente decisione della Brexit di qualche anno fa, praticamente pilotata da Cambridge Analitycs, e ben raccontata dalla giornalista Carole Cadwalladr)

Sirene spiegate

Ma torniamo alle nostre sirene: insomma, cosa cantavano ad Ulisse? Non ricordate che qualche prof vi abbia mai raccontato la soluzione di questo mistero, eh? Eppure dovrebbe essere intrigante sentire la risposta! Ebbene, Omero dice che l’astuto Ulisse, con la sua trovata, riuscì a sentire il canto delle sirene (libro XII dell’Odissea, per i più curiosi). Pare che il pezzo forte della band punk non fosse la melodia, bensì le parole, ovvero il contenuto di ciò che le sirene nel loro “mellifluo canto” raccontavano. Dalla traduzione del Romagnoli, ecco i versi incriminati delle affascinanti sirene: “…Poi che sappiamo tutto, sappiam ciò che Achivi e Troiani fecer nell’ampia Troia, pel sommo volere dei Numi: tutto che avvien su la terra di popoli altrice sappiamo.”

In poche parole, il canto ammaliante delle sirene era l’illusione di raccontare un po’ di tutto ciò che succedeva nel mondo, ma anche nella lontana casa di Ulisse: di sua moglie, di suo padre, di suo figlio, delle sue terre. E forse anche di cosa sarebbe successo in futuro. E chi non vorrebbe conoscere cosa succederà in futuro? Ecco quale era il canto ammaliante delle sirene: la cara, vecchia storia della conoscenza. L’illusione, il desiderio di poter avere tutta la conoscenza a portata di mano. Come in uno smartphone. Deludente? Chissà.

Delusione o illusione dell’algoritmo

Un’ultima riflessione. Quello che cantavano le sirene, ce lo dice Ulisse. È lui la fonte, l’unico ad aver sentito le sirene, secondo Omero (e sempre che Omero sia esistito). E di Ulisse, sappiamo almeno due cose. La prima, che era astuto, un ingannatore, un mistificatore. Ricordate il cavallo di Troia, no? Ancora oggi i cosiddetti trojan si infilano nei nostri device con quel trucchetto vecchio di secoli. Quindi… Ci possiamo fidare di lui oppure magari possiamo sospettare che ci abbia “detto” qualcosa per occultarci la vera verità?

La seconda cosa che sappiamo è che Ulisse per antonomasia è il simbolo della ricerca smodata della conoscenza, del sapere, dell’andare oltre le colonne d’Ercole (come fece poi Colombo, peraltro).  Forse, in fondo, le sirene a ogni uomo raccontavano ciò che avrebbe voluto sentire. Forse, ad altri marinai, di come diventare ricchi; di come diventare famosi, di quanto avrebbero vissuto, di come tornare subito dai propri cari… E a Ulisse, che aveva sete di sapere (“fatti non foste a viver come bruti, ma per seguire virtute e canoscenza“, diceva l’Alighieri incontrando Ulisse all’Inferno), forse le sirene promisero di svelargli tutta la conoscenza che avrebbe voluto, il rivelare tutto ciò che poteva sapere

Come un algoritmo ci propone di svelarci mondi infiniti e sconosciuti. A ciascuno la propria storia, ogni social è diverso dagli altri: comanda l’algoritmo, che ci dice quello che vogliamo sentirci dire, illudendoci di avere la conoscenza a portata di mano. E invece, non sappiamo neanche da dove viene la parola “algoritmo”…

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Pascal La Delfa

Pascal La Delfa

Autore, regista e formatore, si occupa di attività artistiche e teatrali, anche in contesti di disagio e fragilità e in progetti europei. È stato autore anche per la Rai e formatore e regista per aziende internazionali. Collaboratore esterno per alcune università italiane, è direttore artistico dell’associazione Oltre le Parole onlus di Roma. Fondatore del “premio Giulietta Masina per l’Arte e il Sociale”. Di recente uscita un suo saggio sul Teatro nel Sociale.

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Luigi Vietri
Amministratore
1 mese fa

Bellissimo articolo, caro Pascal, che fa sorridere e riflettere. Un po’ come leggere una fiaba, con la differenza che qui c’è una parte che, purtroppo, di fiabesco ha ben poco.

Ad ogni modo, le coscienze vanno smosse anche con qualche schiaffetto.

PS: se penso a un’alga che balla, mi sento sicuramente meglio 😁

ultimo pubblicato 1 mese fa da Luigi Vietri
Pascal
Pascal
1 mese fa
Rispondi  Luigi Vietri

Grazie Luigi. Smuoveremo le coscienze con il solletico delle meningi! 😉

Luigina Rossi
Luigina Rossi
1 mese fa

Caro Pascal, disseti la sete di conoscenza attraverso percorsi colti, inusitati ed ammalianti. Algoritmo, ora ti conosco meglio nel tuo significato. E quindi meno scrivo e più mi illudo di evitare le tue subdole azioni. Però se mi congratulo con Pascal, che male me ne vorra’ venire?

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