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Mondo Pistola!

La mostra Jacovittissimevolmente al MaXXI di Roma

Tra gli amanti destrofili di Tolkien e quelli sinistrofili di Berlinguer, se capitate a Roma in questo periodo potete visitare anche una mostra più insolita e forse politicamente scorretta: quella dell’estremista di centro, ovvero il liberare Jacovitti.

Con questi termini infatti amava definirsi uno dei più famosi fumettisti italiani, al secolo Benito Franco Giuseppe Jacovitti, di cui ancora fino a metà febbraio 2024 (salvo proroghe) è visitabile una mostra al MAXXI (Museo Nazionale delle arti del XXI secolo) della Capitale. Jacovitti era nato a Termoli (CB) nel 1923 e però presto emigrato prima a Macerata, poi a Bologna, dove frequentò l’istituto d’arte, poi in Toscana, ecc.

Non ce ne vogliano gli amanti del celebre romanziere sudafricano e quelli dell’importante politico sardo per l’ardito accostamento: l’artista di origini molisane è però stato certamente presente, e quotidianamente, tra gli studenti sin dall’inizio degli anni Settanta delle contestazioni e fino alla fine degli anni Ottanta dell’edonismo reaganiano. Praticamente la generazione dell’attuale classe dirigente, o di stimati professionisti nei vari campi ai vertici nazionali.

Tre milioni di copie

L’ardita supposizione è acclarata dai dati: il “diario Vitt”, con le sue vignette e siparietti umoristici, è stato il diario scolastico più venduto in Italia per anni e anni. Si parla di tre milioni di copie. Il giovane lettore che non sa di cosa stiamo parlando o il lettore “impegnato” che già ha arricciato il naso dall’incipit del nostro scritto, sappia che di Jac  (questa la sua firma, oltre che “lisca di pesce”) si sono occupati celebri studiosi e personalità di alto rango: Goffredo Fofi, decano degli intellettuali italiani, nel 2006 commentò con i suoi scritti un intero libro: “Gli anni d’oro del diario Vitt”.

“Per oltre trent’anni Il Diario Vitt ha alleviato la pesantezza delle fatiche scolastiche, grazie al genio di colui che, salvo per un paio di edizioni, ne fu l’illustratore. La straripante verve creativa di Benito Jacovitti ha acquistato al suo interno uno spazio sempre maggiore, fino a diventarne protagonista assoluta. Testimoni di questo crescendo sono gli anni Sessanta e Settanta, gli “anni d’oro” del Diario Vitt. Li abbiamo ripercorsi attraverso una scelta delle vignette di Jacovitti e dei testi talvolta firmati da nomi del calibro di Indro Montanelli e Sergio Zavoli. Un’occasione per ripercorrere la storia del costume e della cultura del nostro Paese, della quale il Diario Vitt ci restituisce uno spaccato talvolta parziale, ma sempre significativo. (…) “Estremista di centro”, sognatore anarchico, Jacovitti è l’emblema della cultura italiana di massa del Novecento, poiché ha saputo rappresentare in ogni sua figurina qualcuno di noi, qualcosa di noi.”

Scherza coi fanti…

Per la cronaca, il successo di Diario Vitt fu in parte poi soppiantato dalla Smemoranda, iniziato nel 1978 e tutt’ora in voga tra gli studenti e le studentesse italiani/e, con prestigiosi e variegati contributi per i lettori. Forse non è un caso che il successo di Smemoranda inizia quando Jac interrompe la collaborazione con la casa editrice AVE (di ridondante matrice cattolica) probabilmente a causa della pubblicazione di uno “spudorato” esilarante Kamasultra (con il grande Marcello Marchesi) su una prestigiosa (ma vietata ai minori) rivista.

Allontanandoci da temi ingenuamente pruriginosi, se Fofi, Montanelli e Zavoli non vi hanno ancora convinto dello spessore del personaggio, sappiate che Umberto Eco era uno dei suoi sostenitori più accaniti. Il celebre filosofo-scrittore era stato un forte propugnatore dell’arte del fumetto già nel 1964: in “apocalittici e integrati” il suo saggio dedicato alla cultura di massa, difendeva a spada tratta i “comics”. Di fatto sdoganando il genere che fino ad allora era stato bollato come adatto solo ai bambini, quando non “plagiatore di menti giovanili” come capitò a “Diabolik”. Quando nel 1965 uscì il primo numero di “Linus”, Eco intervistò nientepopodimeno che Elio Vittorini (il controverso scrittore e attivista politico che scomparve pochi mesi dopo quell’intervista) sul tema dei famigerati fumetti. Una piccola grande rivoluzione verso l’affermazione e l’importanza di quella che poi sarebbe stata genericamente riconosciuta come “letteratura disegnata”, oggi genere universalmente riconosciuto e con un mercato di numerosi appassionati e straordinari autori. Addirittura il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro era membro dello “Jacovitti Club”, nato nel 1993. Altro che Mattarella a Sanremo!

Da Carosello al MaXXI

Ma torniamo al nostro Jac e alla mostra del MaXXI di Roma. Non è la prima volta che viene dedicata una mostra a Jacovitti (ricordiamo ad esempio quella del 2017 a Bra, in provincia di Cuneo, nel 2018 a Bologna e quella del 2019 ad Aosta,) ma è certamente la prima volta che un artista così popolare e nello stesso tempo controverso (e tra poco racconteremo anche perché) sia ospitato in uno spazio così prestigioso e solitamente dedicato ad altre tipologie di artisti. Chissà se sia veramente merito di Vittorio Sgarbi, altro sorprendente estimatore del fumettista (e che, in questa trasmissione TV dedicata a Jacovitti dice di aver suggerito al neo direttore Antonio Giuli l’idea della mostra al MaXXI) il fatto che Cocco Bill sia arrivato ad avere una ribalta così importante. Sua l’esclamazione tipica che abbiamo usato nel titolo dell’articolo.

Cocco Bill è uno dei personaggi di Jac (sicuramente il suo più famoso) forse grazie anche all’ampia diffusione di una nota marca di gelati che ne fece il suo “testimonial” con un enorme e duraturo successo, a partire dagli anni Settanta e sopravvissuto alla morte del suo creatore e continuato a essere disegnato (da Luca Salvagni e altri) fino ai giorni nostri.

Altro che selvaggio Far West!

 Eppure proprio questo pistolero scaltro e spiritoso, era nato per parodiare il successo di certi personaggi spacconi dei film western. Apparso anche come forma di cartone animato in un noto Carosello, proprio con quella marca di gelati il cui nome evocava un mitico e attraente Far West. Ma il nostro eroe pistolero, col suo amato cavallo Trottalemme, non era una figura dal fascino intrigante come il corrispettivo del belga Morris (ovvero l’altrettanto affascinante, sebbene molto diverso, Lucky Luke, il pistolero che sparava più veloce della propria ombra, nato negli anni Cinquanta in Belgio e con un successo e una storia straordinari… che magari racconteremo in un’altra occasione).

Cocco Bill era un pistolero innamorato di Susanna Ailoveiù e che non beveva whisky ma camomilla: e qui, agli over quaranta, viene subito in mente l’analogia di un altro celeberrimo personaggio (canoro, in questo caso) degli anni Sessanta, il torero Camomillo, che proprio nell’anno della rivoluzione studentesca per antonomasia, il Sessantotto, fu protagonista di una celeberrima edizione dello Zecchino d’Oro con brani altrettanto mitici (e tutt’ora noti e cantati!) come i “44 gatti” e “il Valzer del Moscerino”. A pensarci bene, quella stessa classe dirigente odierna, di cui abbiamo parlato all’inizio, era all’epoca l’ascoltatrice di tali rivoluzionari brani musicali: chissà se e quanto avrà influito sulla sua formazione… Lasciamo repentinamente questo pretestuoso e inopportuno pensiero, per riconcentrarci sulla figura di Benito Jacovitti.

Già il nome “Benito” non poteva essere benvoluto da una certa intellighenzia di una certa sinistra di quell’epoca.  E infatti per anni Jacovitti fu marchiato indelebilmente come fascista. D’altronde allora (mica adesso) se non ti schieravi apertamente con una certa parte politica, eri indubbiamente con quell’altra.

O Roma o Orte!

Diciamo subito che questo peccato originale nasceva già dagli anni Quaranta, quando addirittura Palmiro Togliatti si prese la briga di definire “nemico del popolo” il povero Benito per la rappresentazione che aveva dato di certi comunisti in alcune vignette. Effettivamente, secondo il Secolo d’Italia, Jacovitti aveva disegnato (dietro pagamento) per la Democrazia Cristiana e (gratis) per il Movimento Sociale. Ciononostante, Jacovitti era in maniera incontrovertibile lo stesso autore di “Battista, l’ingenuo fascista”, dove raccontava chiaramente il trasformismo di certi convinti sostenitori camerati improvvisamente diventati compagni. E aveva pure  illustrato la locandina del film “Marcia su Roma” del grande regista Dino Risi, dove certamente certa idea di fascismo non faceva gran bella figura, così come “Il poeta dannunziano” e  nemmeno Re  Vittorio Emanuele III (consigliamo, tra parentesi, di rivedere questo film dove ogni scena è un trattato di “antropologia politica”, ma con il garbo e l’intelligenza di certa inarrivabile ironia degli sceneggiatori e maestria degli interpreti diretti magistralmente da Risi, perfettamente in linea con il punto di vista, semmai “anarcoide”, del nostro Jac).

Assoluzione, riabilitazione e beatificazione di un clown

Niente da fare: Benito è fascista, dicono da qualche parte (evidentemente alta). Si deve aspettare il 1991 quando Fulvio Abbate (artista indubbiamente poliedrico, da scrittore di fama a concorrente del Grande Fratello Vip, Covid edition) decide di curare una mostra (a Roma) e il Corriere della Sera scrive “la Sinistra ha finalmente riabilitato Jacovitti”.

Ed ora, eccolo qua: al MaXXI: i suoi dadi e i suoi salami si insinuano a centinaia, a migliaia tra le tavole appese ai muri, sul pavimento, che fuoriescono dagli schermi e dai bozzetti di una produzione che definire prolifica è davvero riduttivo: un’infinità di lavori portati avanti in oltre cinquant’anni di attività professionale dalla prima collaborazione con “Il Vittorioso” del 1940 fino alle ultime tavole per “Tredici favole” (di Lucia Spezzani) agli sgoccioli del secolo (Jacovitti smise di disegnare per sempre il 3 dicembre del 1997, seguìto solo tre ore dopo dalla dipartita della sua amata Floriana che era sempre stata accanto a lui).

Col perenne sorriso sulle labbra

Tra i millanta personaggi di “lisca di pesce”, il visitatore della mostra si troverà gioiosamente a perdersi: non nel divertente percorso creato dai curatori della mostra Dino Aloi, Silvia Jacovitti (la figlia dell’autore) e Giulia Ferracci, ma negli infiniti livelli e particolari e sorprese dei suoi splendidi disegni. E non solo volti surreali e nello stesso tempo iperrealisti, ma anche scambi di battute fulminanti, slogan lapidari quanto efficaci, costruzioni grafiche da fare invidia all’Escher più ardito… Un dolce naufragare che porta visitatori e visitatrici a tenere per tutta la durata della mostra un sorriso che si rinnova di sala in sala, di bacheca in bacheca e che fa immediatamente perdere ogni tentativo di seguire una logica, di dare una connotazione politica o di concentrarsi sulle tecniche di disegno. Perché l’arte dell’umorismo è incontenibile, come dice il sottotitolo della mostra JACOVITTISSIMEVOLMENTE e quando finisci le nove sezioni della mostra ti viene voglia di ricominciare daccapo e rivederla sotto una degli innumerevoli aspetti in cui può essere visitata: come lettore, come storico, come antropologo, come artista, come politico, come glottologo, come salamologo…

Non sgarganate le mirmicchie

Si può fare una caccia al tesoro delle sotto-definizioni che Jac dà delle sue opere, in alcuni dei suoi lavori: dall’epicomica alla quattrinata, dal cineromanzo all’eroicomicoGiocando continuamente con le immagini e con il linguaggio: “Non sgarganate le mirmicchie in tolpe vessaniche” è certamente un degno antesignano del “Lonfo che non vaterca né gluisce e molto raramente barigatta”…

Il personaggio (muto) “Giorgio Giorgio detto Giorgio” ha drammaturgicamente delle attinenze con il  Bobby Watson de “La cantatrice calva” di Ionesco e delle trovate da “strip” americane incredibilmente moderne, per l’epoca e non solo. Rimangono indimenticabili le sue (plurime) versioni del Pinocchio di Collodi, ad esempio, o la narrazione del Don Chisciotte. E, a questo punto del nostro scritto, ci rendiamo conto che non basterebbe il doppio dello spazio a nostra disposizione per dire la metà dell’opera di Jacovitti. Lasciamo quindi alla vostra curiosità l’approfondimento delle opere del simpaticamente folle artista, lasciandovi con una sua riflessione.

Il Signor J

“Io non sto a destra né a sinistra, sono libero e liberale. Sono un clown, guardo semmai dall’alto, da un altro punto di vista, le cose della gente”. In una saletta della mostra, un vecchio monitor in 4:3 diffonde un’intervista realizzata da Vincenzo Mollica (suo fedele estimatore, che in tempi non sospetti scrisse: “I critici d’arte si vergognano di dire che Jacovitti era un genio, che ha operato una grande rivoluzione con il suo modo surreale di disegnare il vero, che questo maestro del fumetto va studiato esattamente come va studiato Picasso”) in cui, tra vari aneddoti, Jacovitti dice: “il popolo è pericoloso, la folla è un casino… Io parlo alla gente: che non è né folla né popolo, ma un insieme di singole persone. E in qualche modo racconto loro le loro riflessioni, i loro pensieri. Magari con un sorriso”.

Ogni tanto dall’alto della sala della mostra al MaXXI si ode uno sghignazzo, unico sottofondo sonoro che accompagna il percorso “mostruoso” tra salami, cartelli con indicazioni assurde, pesci, animali strani, vermoni, vasi da notte, arti mozzati, prorompenti e felliniane figure femminili e fanfaroneschi personaggi maschili: eia eia baccalà (cit.)! Grazie Jac!

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Pascal La Delfa

Pascal La Delfa

Autore, regista e formatore, si occupa di attività artistiche e teatrali, anche in contesti di disagio e fragilità e in progetti europei. È stato autore anche per la Rai e formatore e regista per aziende internazionali. Collaboratore esterno per alcune università italiane, è direttore artistico dell’associazione Oltre le Parole onlus di Roma. Fondatore del “premio Giulietta Masina per l’Arte e il Sociale”. Di recente uscita un suo saggio sul Teatro nel Sociale.

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