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L’insolita Storia

Una candela nel buio

Chiunque visiti Roma, non può fare a meno di notare un monumento ingabbiato in una grande teca di vetro e marmi, al centro della città, sul lungotevere tra Piazza del Popolo e il cosiddetto “Palazzaccio” (oggi Corte Suprema di Cassazione). È l’Ara Pacis, un monumento che ha oltre 2000 anni. Lo scorso 18 maggio in occasione della “notte dei musei”, all’interno dell’auditorium del suddetto monumento, il celebre artista Moni Ovadia ha portato in anteprima in scena un nuovo spettacolo: “Una candela nel buio”. Ovadia si conferma ancora una volta artista eclettico e illuminante, scevro da condizionamenti politici e tantomeno da quelli religiosi. Lo dimostra il coraggio nello scegliere di declamare alcuni versi del più grande poeta palestinese di sempre: Mahmoud Darwish, scomparso nel 2008, tradotto in oltre venti lingue e con solo una piccola parte delle sue opere pubblicate in Italia.

A spasso nel tempo

L’anteprima del recital di Moni Ovadia (accompagnato per l’occasione dalla sand artist Gabriella Compagnone e con l’egida di “Oltre le Parole”) è uno studio per uno spettacolo più complesso che sarà pronto prossimamente. E a noi dà lo spunto per parlare di poesia, storia, pace e curiosità. Allacciate le cinture e slacciate la fantasia.

Potere e volere

L’Ara Pacis ha oltre 2000 anni. Fu fatta costruire nel 9 a.C., a suggello di quella pax romana che fu la caratteristica del regno di Ottaviano Augusto. Originariamente si trovava in una zona del Campo Marzio consacrata alla celebrazione delle vittorie: un luogo emblematico, esattamente a un miglio romano dal pomerium, il limite della città dove i consoli, di ritorno dalle spedizioni militari, riconsegnavano virtualmente i poteri delegati dall’impero e rientravano in possesso dei propri poteri civili. Gli antichi romani non avevano una vera e propria dea della Pace. C’erano Dei con varie “specialità”, ma non uno o una dedicato esclusivamente alla pace. Pax, da Augusto in poi, fu rappresentata in qualche blando modo, in parte ispirandosi alla dea greca Eirene: ma il culto non prese mai veramente piede e non troverete mai rappresentata una vera dea della Pace, certamente non come Minerva (dea della saggezza ma anche della “guerra giusta”) o Marte, dio dei duelli e “titolare” dio della guerra.

Sommersioni, emersioni e divisioni

All’inizio del I secolo d.C., i monumenti del Campo Marzio erano appunto l’Ara Pacis, il Pantheon, l’Horologium (di cui rimane l’obelisco che oggi si trova in piazza Montecitorio) e il Mausoleo di Augusto. Con il passare dei secoli e le esondazioni del Tevere (all’epoca non esistevano i muraglioni di contenimento) tutta l’area venne sommersa e/o sepolta. E anche dell’Ara Pacis si perse il ricordo per diversi secoli. Solo nel 1500 iniziarono a venire fuori i primi resti del monumento marmoreo, ma dovettero passare quasi quattro secoli prima che il giovane archeologo tedesco Friedrich von Duhn identificò ufficialmente l’Ara Pacis nel monumento situato sotto il palazzo Peretti-Fiano-Almagià. Era il 1879 e l’Ara Pacis stava riemergendo da secoli di buio, letteralmente sotterrata. Roma era diventata “italiana” da soli 9 anni, dopo la breccia di Porta Pia e la nuova Italia era finalmente (più o meno) quella che conosciamo attualmente, dopo secoli di divisioni territoriali e non solo.

Sotto sotto…

Nel 1903, si tentò di riportare alla luce il monumento, ma si scoprì che parte dello stesso erano diventate le fondamenta dell’odierno palazzo. Perciò la cosa tornò un po’ nel dimenticatoio. Ma con l’avvicinarsi del bimillenario augusteo (1937-1938) rinvigorì l’idea imperiale di ricostruire l’Ara Pacis. E così, per il recupero del monumento, fu scelto un procedimento all’avanguardia, già sperimentato per la costruzione delle metropolitane di Mosca e Parigi (mentre a Roma nel 2024 ci si eccita per una nuova fermata a Piazza Venezia): il metodo si basava nientepopodimeno che sul congelamento del terreno tramite anidride carbonica liquida. Fu solidificato il terreno intorno alla falda acquifera che circondava il monumento e quando le pareti dello scavo furono congelate fu possibile effettuare lo scavo.
Nel frattempo, nel 1932 si era sgombrata da alcuni edifici l’area davanti al Mausoleo di Augusto (a tutt’oggi non ancora riaperto, per la cronaca…) ed ecco che si ritenne naturale ricostruire l’Ara Pacis davanti all’Augusteo, dov’è attualmente collocata.

Il primo e l’ultimo Duce

La ricostruzione non fu semplice, anche perché i pezzi del monumento erano un po’ sparsi non solo per Roma ma in tutto il mondo: ancora oggi, pezzi originari dell’Ara Pacis si trovano ai Musei Vaticani, agli Uffizi e al Louvre, tanto per dare l’idea della disgregazione. Inoltre, non c’erano molti elementi che davano l’idea del disegno originale della costruzione, se non qualche moneta. Ma il 23 settembre del 1938, ultimo giorno del bimillenario augusteo, sul filo di lana delle celebrazioni, il neo-duce Benito Mussolini aveva finalmente riportato alla luce il monumento legato al primo vero duce romano: il condottiero imperatore Ottaviano Augusto. E’ qui doveroso ricordare che solo pochi giorni prima, il 18 settembre, il Duce a Trieste aveva promulgato le cosiddette “leggi razziali”, prevalentemente rivolte (ma non solo) alle persone ebree.

Il bello contro il bellico

Ecco che qui dobbiamo tornare improvvisamente al presente e sottolineare l’importanza dello spettacolo di Ovadia: un artista che, al di là del suo credo religioso, decide di declamare i versi universali di un poeta arabo. Il bello contro il bellico. Dice Ovadia: “Per cosa si definisce un popolo? Per molteplici aspetti come le tradizioni, la memoria, una cultura nazionale, per molti altri moti emozionali difficili da tradurre con precisione in parole. Ma non vi è dubbio alcuno che l’identità di un popolo ha uno dei suoi pilastri portanti nella poesia. In questo senso il grandissimo poeta palestinese Mahmoud Darwish è il poeta nazionale del popolo palestinese ed esprime nei suoi versi l’interiorità della sua gente e i suoi più profondi sentimenti ma nei suoi versi è presente un potente afflato universale e ciò fa di lui uno dei più grandi poeti del Novecento. Ma come poeta arabo respira in lui anche l’ineffabile alito del deserto, spazio/tempo dell’esilio, dello sconfinare, dell’anelito alla libertà e alla dignità alle quali Darwish in quanto palestinese aspira con irrinunciabile forza.” Ecco che gli stessi termini possono essere usati per giustificare “altrocità”.

Techetechetè

La teca che circonda attualmente l’Ara Pacis, è stata oggetto di critiche e diatribe di varia natura in questi anni. Ma lo fu già dall’inaugurazione del 1938 e fra un po’ si festeggerà il centenario della ricostruzione… Potremmo dire che l’altare della pace è un monumento che non trova pace! Non solo per la ricollocazione geografica, l’elemento architettonico di contorno, la discussa pedonalizzazione del luogo… Emblematico l’esempio delle lastre di vetro: anche nella sua prima ricollocazione del ’38 era stata circondata da ampie vetrate, più o meno come adesso: ma allo scoppio della Seconda Guerra mondiale, si pensò di preservarle, smontandole e portandole in un deposito nel quartiere romano di San Lorenzo. Beh, quel quartiere fu praticamente l’unico rione romano pesantemente bombardato dagli “alleati” e quindi… addio vetri!
Poi, il 16 ottobre del 1943, ci fu il rastrellamento del ghetto ebraico di Roma. Le famiglie ebree furono concentrate nei pressi del Portico d’Ottavia. Quel portico fu fatto costruire dall’Augusto di cui sopra, a seguito della morte della sorella: Ottavia Minore, nell’ 11 a.C. I romani non avevano una dea della pace, ma pare che Ottavia andò molto vicina a rappresentare quel nuovo ideale di Pax romana che aveva dato la connotazione del regno di Augusto. Una donna (peraltro bellissima, a quanto si narra) che aveva trascorso la sua vita a ricucire rapporti di pace (tra Cesare, Pompeo, Augusto, Antonio…) fino ad adottare i figli che il suo ex marito Marco Antonio aveva avuto con Cleopatra. Probabilmente l’Ara Pacis costruita da Augusto, fu anche un riconoscimento alla personalità e alle modalità della povera sorella maggiore.

Vacanze romane

E così il cerchio si chiude, consigliandovi un percorso per una futura passeggiata romana, tutta gratuita: in meno di mezz’ora, potrete partire dal Portico d’Ottavia e arrivare all’Ara Pacis, sfiorando piazza Navona e il Pantheon, affacciandovi nelle meraviglie di S. Luigi dei Francesi e magari leggendo per strada qualche verso di Mahmoud Darwish. E riflettendo sul fatto che nella nostra quotidianità siamo circondati di storie di ostilità e non di storie di armonia, arrivare all’Ara Pacis e riscoprire la storia di Ottavia, “dea mancata” della pace.

Le foto sono di Matteo Nardone©

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Pascal La Delfa

Autore, regista e formatore, si occupa di attività artistiche e teatrali, anche in contesti di disagio e fragilità e in progetti europei. È stato autore anche per la Rai e formatore e regista per aziende internazionali. Collaboratore esterno per alcune università italiane, è direttore artistico dell’associazione Oltre le Parole onlus di Roma. Fondatore del “premio Giulietta Masina per l’Arte e il Sociale”. Di recente uscita un suo saggio sul Teatro nel Sociale.

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