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Pirandello, Matteotti e altri delitti

Nel settembre del 1924, Luigi Pirandello scrisse una lettera formale a Benito Mussolini, dichiarando la sua adesione al partito Fascista.  Il quotidiano “L’impero” ne pubblicò il testo: «Eccellenza, sento che per me questo è il momento più propizio di dichiarare una fede nutrita e servita sempre in silenzio. Se l’E.V. mi stima degno di entrare nel Partito Nazionale Fascista, pregierò come massimo onore tenervi il posto del più umile e devoto gregario»

L’episodio appare ancora oggi, a cent’anni di distanza, scandaloso. Scandaloso il fatto che uno scrittore noto come Pirandello si schierasse apertamente con il regime fascista. Pochi mesi dopo il rapimento di Matteotti e poche settimane dopo il ritrovamento del corpo dell’intellettuale socialista, “colpevole” di aver denunciato i brogli elettorali e le intimidazioni del regime fascista e vigliaccamente rapito e assassinato.

Certo, forse è semplice guardare le cose da lontano e vedere l’apparente chiara adesione di Pirandello al regime. Ma forse non è proprio così, e la verità può essere mutevole, a seconda di come la si guarda. E come ci ha sempre insegnato Pirandello, peraltro…

Da Garibaldi a Mussolini in tre mosse

Per esempio, non molti sanno che il padre di Pirandello, Stefano, era stato un garibaldino, tra il 1860 e il 1862. E neanche che il figlio (Stefano, come il nonno, “ovviamente”) partecipò alla Grande Guerra, fu ferito e imprigionato dagli austriaci.

Per esempio ancora oggi, nel citare l’orrendo delitto Matteotti, la maggior parte dei media estrapolano l’avvenimento dal contesto storico: non citando ad esempio l’omicidio del giornalista Nicola Bonservizi ad opera di un anarchico, che precedette quello di Matteotti in un clima di violenza che travalicò i confini nazionali. Né tantomeno l’assassinio del parlamentare Armando Casalini, che fu trucidato da un antifascista al grido di “vendetta per Matteotti”.

Ma torniamo a Pirandello. Molti tacciarono lo scrittore siciliano di essersi schierato apertamente con il regime fascista per ottenere un qualche tornaconto personale: ad esempio, essere eletto senatore. Un noto giornale satirico dell’epoca, Il becco giallo, lo soprannominò “P.Randello” e lo canzonò insieme ad altri richiedenti fama di prestigio come Giacomo Puccini e Ruggero Leoncavallo. Ma davvero Pirandello poteva essere quell’uomo questuante e volgare con cui lo definì il politico/giornalista Giovanni Amendola (che tra l’altro, prima di schierarsi apertamente contro il regime fascista era già stato “Ministro delle Colonie” nel 1922)?

Fascisticamente

Probabilmente così non è. Nonostante Pirandello abbia pubblicamente manifestato la necessità di un governo forte. “Io sono un uomo in piedi che morirà in piedi. Quanti si credono ancora vivi e non lo sono, e bisognerebbe spazzarli, bisognerebbe sgombrare”, dice Pirandello in una intervista nel 1927, durante le prove di un suo testo al Teatro Argentina di Roma. “Le camarille, le piccole congiure personali, non arrivano a spianare nessuna strada, ingombrano, inceppano, è necessario liberarsene, assolutamente, fascisticamente”. Parole forti e chiare, senza dubbio. Ma già anni prima, l’8 maggio del 1924 (dunque pochi mesi prima dell’adesione al regime) aveva dichiarato in un articolo al Giornale d’Italia: «Sono apolitico: mi sento soltanto uomo sulla terra. E, come tale, molto semplice e parco; se vuole potrei aggiungere casto». Dunque, le sue affermazioni sono adesioni alla metodologia fascista o un desiderio alla necessità di mettere ordine (e dare meriti e futuro al teatro) in una nazione dall’incerto procedere, in un clima di violenza continuo? Certamente, il pessimismo cosmico di Pirandello era l’esatto opposto del pensiero del regime. E per questo però bisogna leggere le sue opere, non le sue tessere.

La violenza politica in Italia era cominciata già alla fine della prima guerra mondiale. Aggressioni ai reduci, ufficiali e soldati semplici decorati. Gaetano Salvemini (noto scrittore antifascista) scrisse: «Bollarono come criminali gli eroi della guerra, e lodarono come eroi i disertori. In certe zone, chi aveva fatto con onore il proprio dovere durante la guerra, o era tornato a casa invalido, veniva considerato come una vergogna da tenersi nascosta. Questo atteggiamento fece più danno ai partiti rivoluzionari di qualsiasi altra cosa». Le aggressioni per fortuna non furono mai mortali, ma certamente provocarono reazioni da parte di nazionalisti e degli “Arditi”, ovvero gli ex appartenenti alle truppe d’assalto che in qualche modo partecipavano alla vita politica del paese ed erano in contrasto coi gruppi di sinistra. Gli Arditi non furono un gruppo compatto e simpatizzarono per i futuristi che si erano dati un programma politico piuttosto singolare: anticlericale, socialista e nazionalista al contempo, dannunziani quando il Vate diede vita all’impresa di Fiume. Poi, una parte simpatizzò per il fascismo mentre un’altra parte vide nascere “gli Arditi del Popolo”, un gruppo addirittura di estrema sinistra.

Degli anni del dopoguerra della prima guerra mondiale, raramente ne sentiamo parlare. Ma non furono anni facili: per quanto vincitori, gli italiani si trovavano con varie difficoltà nella ricostruzione e redditi inferiori a quelli di prima del conflitto. In questo clima, che poi preparò l’avvento del fascismo, ci furono varie e repentine vicissitudini, con una confusione di ruoli e ideali politici davvero difficile da riassumere in uno schematico sinistra/destra/centro tanto caro ai media e ai tempi veloci attuali.

Tripoli bel suol d’amore

Sarebbero da approfondire ad esempio i risvolti del cosiddetto “Biennio rosso” (1919-1920) con lotte, occupazioni, contrapposizioni tra mondo dei lavoratori, borghesia, politica, rossi e bianchi (i neri ancora erano sbiaditi). Ma forse, per comprendere ancora meglio il clima politico, si dovrebbe partire quantomeno dalla guerra di Libia e scoprire ad esempio che i giovani Pietro Nenni (repubblicano) e Benito Mussolini (socialista) nel 1911 si erano schierati contro la guerra in Libia e per questo furono arrestati e convissero in una cella comune parlando di presente e futuro (e che futuro!). Cliccando qui potrete leggere il racconto completo della vicenda ricostruita dal giornale socialista “l’Avanti”

Rivolte e rivoltelle

Nicola Bonservizi aveva partecipato alla Grande Guerra come tenente di artiglieria nel Regio Esercito. Come giornalista, era corrispondente da Parigi per il “Popolo d’Italia” (giornale fondato da Mussolini), e fondatore di un giornale scritto in italiano e in francese (L’Italie Nouvelle) centro di attrazione, d’informazione e di propaganda e strumento della politica estera italiana. La sera del 20 febbraio 1924 (sarebbe importante ricordare le date, per capire il contesto in cui si succedono gli eventi) l’anarchico italiano Ernesto Bonomini, sparò con una rivoltella a Nicola Bonservizi, seduto a un bar. Bonservizi morì dopo qualche giorno di agonia. Bonomini, nonostante il palese omicidio premeditato, fu condannato dalla giustizia francese a soli 8 anni di carcere. Sarebbe un tema giuridico curioso da approfondire, ma non è il nostro campo né il nostro obiettivo narrativo.

Nell’agosto del 1924 viene ritrovato nei pressi di Roma il cadavere di Matteotti. E la storia è nota e ancora viva grazie alle ampie celebrazioni di questo ignobile delitto, nella sua centenaria ricorrenza. Ma il 12 settembre, il senatore Armando Casalini mentre si trovava sul tram con la figlia Lidia, fu avvicinato dal carpentiere Giovanni Corvi, che lo uccise con 3 colpi di pistola, urlando “Vendetta per Matteotti”. Era chiaro che Casalini non era mandante né colpevole della vicenda Matteotti. Ma il clima di odio era quello, fomentato anche da dichiarazioni politiche “importanti” da ambo le parti. Togliatti aveva affermato pubblicamente che Mussolini, Giolitti e Sturzo erano tutti e tre rappresentanti della borghesia e nemici da abbattere.

Fascisti e comunisti complici

Matteotti, in una lettera a Filippo Turati poche settimane prima del suo rapimento, scriveva: “Il nemico è attualmente uno solo: il fascismo. Complice involontario del fascismo è il comunismo. La violenza e la dittatura predicata dall’uno, diviene il pretesto e la giustificazione della violenza e della dittatura in atto dell’altro”. Insomma, nella lettura contemporanea in chiave nostalgica, nella migliore delle ipotesi si fa invece di tutta l’erba un fascio. Le violenze di tutte le parti politiche e anarchiche, furono una naturale conseguenza per l’emanazione delle cosiddette leggi fascistissime nel 1925-26, ma ci fu ancora più di un decennio di storia prima di arrivare alla follia delle leggi razziali del 1937. E dopo la marcia su Roma, Mussolini aveva dichiarato pubblicamente, a un evento milanese: “Dichiaro che è lungi da me l’idea di incoraggiare qualche cosa che possa assomigliare all’arte di stato. L’arte rientra nella sfera dell’individuo. Lo stato ha un solo dovere: quello di non sabotarla, di far condizioni umane agli artisti, di incoraggiarli dal punto di vista artistico e nazionale. Ci tengo a dichiarare che il governo che io ho l’onore di presiedere è un amico sincero dell’arte e degli artisti” (Opera Omnia, XIX, 1951, p.188). E in effetti, paradossalmente, agli iscritti al fascismo si garantiva una certa libertà di critica. L’adesione facilitava la possibilità per gli intellettuali di mantenere un atteggiamento critico, in particolar modo in quanto si potevano utilizzare rivendicazioni di autonomia creativa. Esisteva anche il senso di una “crisi fermentante dentro il fascismo, spesso senza sfociare nel dissenso e nell’opposizione” (Umberto Carpi, ‘Gli indifferenti rimossi‘, Belfagor, anno 36, n. 6, 1981). Esemplare il caso degli intellettuali futuristi. Filippo Tommaso Marinetti attaccava il passatismo degli “strapaesani” e disprezzava la disciplina fascista, perché “disciplina e gerarchia politica sono disciplina e gerarchia anche letteraria” (Antonella Nuzzaci, Il teatro futurista: genesi, linguaggi e tecniche). Insomma una forma ampia di libertà in un fascismo che aveva ancora uno spirito diverso da quello che poi divenne. Ed è in questi anni, con questo clima che Pirandello ne sposò gli intenti e “l’aria nuova”. Sul fascismo e la teatralità, rimandiamo a questo interessante approfondimento di Elena Santucci del 2007.

Tornaconti

Pirandello fondamentalmente non solo non ebbe grandi vantaggi reali dall’adesione al regime, ma nelle sue opere non ne favorì certamente mai l’esaltazione, come ad esempio altri colleghi (uno su tutti, ovviamente, D’Annunzio). Era dunque una adesione “casta”: se è vero che non fu mai ritrattata neanche in tempi più bui, bisogna anche ricordare che Pirandello vinse il Nobel nel 1934 e si spense nel 1936. In quel decennio del “ventennio”, l’unica onorificenza che aveva ottenuto dal regime era stata quella di essere inserito tra i primi accademici d’Italia, nel 1929. Ma insieme a lui c’erano nomi come Enrico Fermi, Pietro Mascagni o Salvatore Di Giacomo, oltre ad altri nomi: oggi meno noti ma davvero meritevoli di riconoscimenti.  Il suo “teatro d’arte” ottenne pochi e alternanti finanziamenti (e infatti fu costretto alla chiusura dopo poco tempo: non era propriamente quel “teatro di massa” che si auspicava la propaganda di regime, che aveva scoperto nel cinema “l’arma più forte”). Addirittura a Pirandello, in odore di Nobel, nel 1934 venne “imposta” la regia de “La figlia di Iorio” del non-amico D’annunzio. Una enorme macchina mediatica che metteva insieme il futuro premio Nobel con l’interventista D’Annunzio e le scenografie di un De Chirico, già artista di fama internazionale, nella messa in scena dell’italianamente verace (anche se probabilmente ormai datato) successo internazionale dannunziano.

Il giuoco delle parti

Ma nello stesso anno, a pochi mesi di distanza, “La favola del figlio cambiato” di Pirandello, fu tolta dal cartellone del Teatro dell’Opera improvvisamente. Pare che nel testo si fosse riscontrata una avversione contro le autorità, quindi invisa al regime; ma nel contempo fu strumentalizzata la presenza di Mussolini alla prima teatrale per contestare il duce, con la scusa di contestare l’opera. E Pirandello (e la sua arte) in mezzo. Chissà se fu questo il motivo per cui Pirandello non pronunziò nessun discorso ufficiale alla consegna del premio Nobel e anzi, alla notizia della assegnazione del prestigioso premio, ai giornalisti che invasero la sua casa di via Nomentana per immortalare lo scrittore, fece trovare in bella vista un foglio nella macchina da scrivere con una semplice parola, ripetuta più volte: “Pagliacciate!”. Fattostà, che, poco tempo dopo, la medaglia del Nobel fu comunque consegnata alla Patria, per la raccolta dell’oro per la campagna d’Etiopia e sciolta insieme ad altri preziosi di milioni di italiani. Per la cronaca, il “collega” D’annunzio, stra-amato dal regime, lo stesso anno aveva definito Hitler un “pagliaccio feroce”, e aveva dichiarato apertamente come fosse una pessima idea l’avvicinarsi del fascismo al nazismo. Ma raramente si sentirà parlare di D’Annunzio avverso a certe idee del regime fascista.

Idee e ideali

Elio Providenti, autore di un saggio del 2000 «Pirandello impolitico» sostiene la tesi secondo cui lo scrittore era estraneo alla politica da schieramenti e piuttosto legato a degli ideali anacronistici in cui forse si illudeva di trovare nel fascismo il compimento del Risorgimento. Ricordate il padre garibaldino di Pirandello, che aveva lottato per una Italia unita? L’altro Stefano Pirandello, il figlio, fu invece imprigionato dagli austriaci e trascorse la prigionia prima nel lager di Mauthausen poi, dopo la rotta di Caporetto, in quello di Plan in Boemia, dove rimase fino alla firma dell’armistizio con l’Austria l’11 novembre 1918. La morte della madre, la malattia mentale della moglie aggravatesi in quegli anni, il richiamo alle armi dell’altro figlio e altre problematiche varie contribuirono certamente alla psiche e alle creazioni letterarie dell’artista. E anche alle sue idee politiche, probabilmente. Alle dichiarazioni di interesse per il fascismo degli anni Venti, seguì poi una fase più cauta, nonostante l’incalzare dell’orgoglio italico di cui veniva investito e strumentalizzato.

Ritorno al Caos

Per tentare di mettere una buona volta una pietra sopra sull’argomento, bisognerebbe forse ricordare l’episodio del 1927 (quindi ben oltre l’adesione formale al regime), in cui Pirandello convocato dal Segretario Generale del Partito per rendere conto di certe affermazioni “non pertinenti” nelle sue frequentazioni estere, lo scrittore strappò letteralmente la tessera davanti all’importante gerarca. Un conto è aderire a un progetto, un altro sottostare a dei ricatti. Pirandello fu comunque “tenuto sotto osservazione” fino alla sua morte dall’OVRA (Opera Vigilanza Repressione Antifascismo). E non ci risultano sue immagini col braccio teso. Il suo funerale, fu -per suo desiderio- l’evento più umile che si possa pensare, rispetto a un personaggio di tale portata. Nessuna cerimonia sfarzesca, tantomeno di Stato. “Ridotto in cenere e disperso” nel suo “Caos”, la frazione di Girgenti in cui era nato. Il duce diede così ordine ai giornali, di far passare la notizia della morte del Maestro, praticamente sotto silenzio. Altro che Vittoriale.

Così è, se vi pare.

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Pascal La Delfa

Autore, regista e formatore, si occupa di attività artistiche e teatrali, anche in contesti di disagio e fragilità e in progetti europei. È stato autore anche per la Rai e formatore e regista per aziende internazionali. Collaboratore esterno per alcune università italiane, è direttore artistico dell’associazione Oltre le Parole onlus di Roma. Fondatore del “premio Giulietta Masina per l’Arte e il Sociale”. Di recente uscita un suo saggio sul Teatro nel Sociale.

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