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L’impatto del golpe tunisino nella crisi migratoria e la posizione italiana

Dai dati del ministero dell’interno emerge come tra il 1 gennaio e l’8 giugno di quest’anno siano già sbarcati sulle nostre coste più di 53 mila migranti partiti dal Nord Africa. Un numero decisamente superiore ai 21 mila dell’intero 2022 e ai 15 mila dell’intero 2021. Di questo passo si potrebbero raggiungere nuovamente i picchi di 150/200 mila arrivi annuali come nel momento di maggiore crisi migratoria tra il 2014 e il 2018. La novità è che le coste Tunisine hanno superato la Libia per numero di partenze questo a causa della sempre più precaria situazione socio-politica del paese che ha messo in ginocchio la popolazione .

Il colpo di stato “morbido”

La  nuova crisi politica in Tunisia è stata innescata il 25 luglio 2021 quando, in seguito a diffuse proteste causate da crisi economica e malagestione della pandemia di COVID-19, il presidente Kais Saied ha deposto governo e parlamento compiendo di fatto un golpe morbido. La situazione è stata peggiorata anche da una siccità che ha compromesso la produzione cerealicola annuale e aumentato la dipendenza dall’import estero. In questo contesto si è conseguentemente indebolito il controllo delle frontiere sia terrestri che marittime del paese, da cui il grande aumento di partenze registrate quest’anno.

Il golpe in Tunisia sembra segnare il definitivo tramonto degli spazi democratici nell’unico paese, tra quelli attraversati dalle primavere arabe del 2011, che era stato in grado di intraprendere un cammino più deciso verso la democrazia. Infatti le sommosse scoppiate nel 2011 hanno portato sì al cambio di regime in alcuni paese come Libia, Egitto, Libia e Yemen ma in seguito all’iniziale spinta alla democratizzazione delle istituzioni si è avuto talvolta una involuzione, come in Egitto dove in seguito alla breve parentesi del presidente Morsi ha preso il potere Al Sisi un altro militare.

Il golpe è stato scatenato da dinamiche interne al paese nordafricano ma non può essere scartata la possibilità dell’ingerenza da parte di paesi esteri come Turchia o Francia. In questo contesto il nostro paese ha ben poca voce in capitolo poiché ad oggi è stato per praticamente una decina di anni, dalla caduta di Gheddafi unico vero “partner” stabile dell’area, assente dal Nordafrica. Dall’insediamento di Giorgia Meloni l’attivismo diplomatico italiano sembra essere decisamente aumentato, non che ci volesse molto in particolare se guardiamo al periodo dei governi Conte II e Draghi con Di Maio agli esteri. Nelle ultime settimane infatti proprio la premier si è recata due volte in Tunisia, la seconda volta accompagnata da Von der Leyen (presidente Commissione Europea) e Rutte (premier olandese), per tentare di supportare la gestione dei flussi migratori da parte del paese Nordafricano anche con l’aiuto di fondi europei, vedremo se nelle prossime settimane i colloqui avranno avuto successo.

Serve una strategia di gestione

In caso negativo o se anche le misure messe in atto dalla Tunisia non dovessero risultare efficaci, il nostro paese si potrebbe trovare esposto di nuovo a un grosso flusso di immigrati, per i quali non si hanno abbastanza risorse da stanziare e piani ben chiari da attuare, specialmente per quanto riguarda l’inserimento nella società civile e all’interno del mondo del lavoro, questo andrebbe a peggiorare la già precaria situazione.

Il problema va affrontato con pragmatismo, non facendo finta che non esista come ha fatto una certa parte politica ma neanche additandolo come l’origine di tutti i mali dell’Italia come ha fatto l’altra. Aprire una nuova epoca di collaborazione con i paesi del continente africano, da considerare come partner alla pari e non come stati in cui semplicemente proiettare la propria influenza, per favorire flussi regolari, per salvare vite ma anche per rimpatriare, è la via da intraprendere con decisione per evitare una nuova crisi.  

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Daniele Atzori

Daniele Atzori

Studente di storia contemporanea all’Università di Bologna. Appassionato di storia dell’Africa, sta conseguendo un doppio master in African Studies, in Svezia, alla Dalarna University.

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