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La suprema stupidità:  unire contro di te due nemici giurati

Gli antichi romani, che di strategia e di politica si intendevano, avevano coniato un principio che si è sempre dimostrato valido: “Divide et impera”,  cioè “dividi e comanda”. Il motto significa che bisogna affrontare un nemico alla volta e che mentre ne affronti uno, ti devi mostrare amichevole o almeno non ostile ad un altro potenziale (e magari futuro) nemico. Attenendosi a tale principio i romani sono riusciti a creare un impero e a mantenerlo per secoli contro i più disparati avversari e le più ostiche potenze nemiche.

Oggi la classe dirigente occidentale sembra non conoscere la Storia e meno ancora dimostra di aver imparato alcunché da essa, visto che Putin e Xi Jin Ping hanno rinnovato la loro amicizia nel recente incontro a Pechino tra la Russia e la Cina, paesi che, nella Storia, si sono sempre detestati e hanno avuto sempre ragioni di conflitto.

Su tali ragioni le leadership occidentale e americana potevano certo fare leva per separare le due potenze scegliendo il nemico da affrontare immediatamente e nel contempo stipulare accordi e intraprendere rapporti di buon vicinato con l’altra potenza con la quale fare eventualmente i conti dopo. I romani così si comportavano e conseguentemente vincevano sempre.

L’Occidente a guida (si fa per dire) USA ha agito diversamente: mentre proclamava a viva voce che “Putin deve perdere e perderà” tagliando completamente i ponti ad un accordo con la Russia e persino ad un tentativo diplomatico di comporre il conflitto in Ucraina, ha intrapreso una guerra commerciale con la Cina e ha imposto dazi ai prodotti cinesi dando inoltre pieno sostegno all’indipendenza di Taiwan che la Cina considera alla stregua di una provincia ribelle.

Come risultato, Russia e Cina si stanno sempre più legando in un’alleanza che ha un carattere sia economico che geostrategico e militare. In Occidente i media non hanno saputo commentare l’avvenimento altro che con una sprezzante considerazione che la Russia “si è ridotta ad essere un vassallo della Cina”.

Le sempre inutili lezioni della Storia

All’inizio del Quattrocento l’impero bizantino, una volta potente e glorioso, si era ridotto alla capitale e poche isole. Su di esso gravava la minacciosa potenza dei turchi che erano musulmani. Lo stesso imperatore Giovanni V era diventato un pietoso vassallo del sultano turco. A questo punto, per salvare il salvabile aveva chiesto aiuto all’Occidente che in cambio però chiedeva la fine dello scisma e la sottomissione della Chiesa Ortodossa alla Chiesa Latina.

Per il mondo bizantino, ciò significava la rinuncia alla propria identità, il che era inaccettabile. Per bocca del suo esponente Bessarione proclamò: “Meglio il turbante turco della tiara papale”. I turchi infatti non chiedevano la conversione ai bizantini ortodossi: si accontentavano del dominio politico e le comunità cristiane potevano continuare a professare tranquillamente la loro religione.

Bisanzio tenne a battesimo la Russia e le trasmise la sua cultura, la sua lingua, la sua religione, il suo patrimonio culturale e persino i suoi atteggiamenti mentali. Quando, verso la metà del Duecento i principati russi vennero attaccati contemporaneamente sia dai mongoli da Est che dagli Svedesi e dai Cavalieri Teutonici da Ovest, il Principe di Novgorod, Alessandro Nevsky non ebbe dubbi su chi si dovesse affrontare: gli occidentali. Sia per gli Svedesi, sia per i Cavalieri Teutonici i russi erano degli scismatici da convertire con la forza alla fede cattolica o da massacrare se si mostravano irriducibili.

I mongoli, invece, si accontentavano di riscuotere i tributi lasciando i russi liberi di professare la loro fede cristiana. Fu così che nello stesso anno in cui Kiev venne distrutta dai mongoli, Nevsky sconfisse gli Svedesi sulla Neva (da ciò il suo soprannome) e due anni dopo sconfisse anche i Cavalieri Teutonici sul lago Peipus, salvando così la Russia e nel contempo la cultura, il patrimonio spirituale e l’identità valoriale russa.

La Storia si ripete e l’Occidente non se ne vuole accorgere

La Russia ha già sperimentato l’integrazione economica con l’Occidente ai tempi di Eltsin: ne è derivata una miseria generalizzata per le masse russe e la riduzione della Russia alla condizione di colonia economica dell’Occidente. La classe dirigente occidentale considerava la Russia una terra di conquista e lo stesso popolo russo un popolo di perdenti e di incapaci, inetti sia per la democrazia che per l’economia di mercato.

Come già aveva capito secoli prima il cardinale Bessarione, sia la nuova dirigenza di Putin, sia l’opinione pubblica russa nel complesso, conclusero che “dell’Occidente non ci si può fidare”, considerato il suo atteggiamento nei confronti della Russia e che era meglio ispirarsi al modello cinese dell’economia, se non pianificata, almeno controllata, visto che l’adozione pura e semplice dell’economia di mercato, aveva portato solo precarietà e miseria generalizzate.

Inoltre, con il modello cinese, la dirigenza e il popolo russo avevano già dimestichezza. L’abbraccio con la Cina non rischia di far perdere alla Russia la sua identità, come non è stata persa nei secoli passati di vassallaggio al Gran Khan dei Mongoli e come invece si è rischiato di perderla nel periodo, fortunatamente breve, di colonizzazione economica occidentale durante la Presidenza di Boris Eltsin.

Chi non impara nulla dalla Storia è destinato a ripeterla, ha detto qualcuno. L’Occidente sta appunto ripetendo e rivivendo ora una Storia mai imparata.

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Massimo Magnatti

Laureato in Economia Aziendale all' Università Bocconi di Milano ed in Giurisprudenza all' Università degli studi di Parma, Master HKE in Gestione delle Risorse Umane e Master in Financial Planning. Cultore di Storia e di Economia, scrittore di saggi e partecipante a blog di discussione in merito a problematiche di politica economica ed internazionale.

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