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La guerra a Gaza: fatto inedito oppure “deja vu”?

Sono di dominio pubblico le drammatiche e tragiche notizie e immagini che in questi giorni arrivano e stanno arrivando da Gaza, oggetto di un’offensiva israeliana che sta causando morti e feriti anche in mezzo alla popolazione civile. Fatto questo inevitabile anche a motivo della strategia delle formazioni di Hamas di rintanarsi in tunnel scavati sotto le case e persino sotto ospedali. Esse vedono, infatti, nelle perdite di vite umane palestinesi non una tragedia da evitare, bensì un risultato politicamente spendibile e persino utile per la causa.

Del resto lo stesso capo politico di Hamas ha affermato da Doha (al sicuro proprio in quella località lontana e circondato dalle proprie guardie del corpo) che l’organizzazione della quale lui è a capo “ha bisogno del sangue dei bimbi, di donne e del popolo palestinese che deve votarsi al martirio”. Tutto ciò però è passato totalmente in secondo piano rispetto alle immagini che mostrano distruzioni e civili in fuga e morti e feriti. Il commento che si sente ovunque in Occidente è che “la misura è colma” e che “Israele adesso è andato oltre il diritto alla legittima difesa e deve essere fermato”.

Qualche considerazione storica si impone

In ogni guerra i civili muoiono. Questo avviene, paradossalmente, proprio nelle guerre moderne. Nel Medioevo e nel Rinascimento la guerra non coinvolgeva i civili se non marginalmente perché soltanto la classe della nobiltà militare, addestrata alla guerra fin dall’adolescenza e i mercenari che avevano scelto la professione militare subiva le conseguenze della guerra, a parte naturalmente i civili delle città aggredite o i contadini delle terre dove transitavano gli eserciti. Anche quando, dopo la Rivoluzione Francese, venne imposta nell’Ottocento la coscrizione obbligatoria in Europa, la guerra ebbe prevalentemente come vittime i militari e, solo in via accessoria, i civili.

Con la Prima Guerra Mondiale e con l’utilizzo di nuove armi (cannoni  a lunga gittata, aerei, dirigibili, sommergibili) anche i civili cominciarono a essere coinvolti in misura significativa, ma sempre minoritaria (militari per l’80%; civili per il 20%). Con la Seconda Guerra Mondiale la quale, contrariamente alla Prima, fu pure una guerra tra ideologie contrapposte (nazifascismo contro comunismo e liberismo alleati), mentre nella Prima Guerra Mondiale l’ideologia nazionalista era comune a tutte le nazioni implicate, i civili vennero considerati parte in causa dello scontro considerato “epocale”. “In una guerra come questa non esistono civili” ebbe a dire Hitler chiuso nel suo bunker e si arrivò pertanto a un 50% di vittime militari e un 50% di vittime civili.

Nelle guerre successive i civili uccisi continuarono a crescere in proporzione rispetto ai militari uccisi al punto che i soldati ebbero, paradossalmente, possibilità di sopravvivenza ben più elevate dei civili residenti in zone di guerra, potendo contare, al contrario di questi ultimi su una migliore protezione personale e una pronta assistenza.

Durante l’ultima guerra mondiale, intere città, prima inglesi, poi tedesche e giapponesi vennero letteralmente devastate dai bombardamenti aerei e su due città giapponesi, come è noto, si gettò la bomba atomica. Dresda venne bombardata nella stessa notte ben tre volte di seguito con il dichiarato intento di “abbattere il morale del popolo tedesco”.

Non risulta che nessun generale o politico americano o inglese sia stato processato o incriminato per questi fatti, nemmeno il generale inglese Harris, messo a capo del “Bomber Command”, unità dell’esercito alleato creata ad hoc con il compito precipuo di coordinare i bombardamenti a tappeto da effettuare sulle città della Germania. Molti, anzi, oggi considerano queste azioni come “dolorose necessità” in vista di un ben più importante obiettivo, quello di far trionfare la “democrazia” sulle dittature.

Venendo a fatti più recenti, si è giustificato il bombardamento su Belgrado nel 1999 come “necessario e umanitario” per far cessare la guerra in Bosnia e le atrocità commesse dall’esercito e dalle milizie serbe. Così come, in tempi nei quali conveniva averlo quale alleato, Putin venne giustificato per aver disposto il bombardamento a tappeto della città di Grozny, in quanto era necessario per eliminare una volta per tutte il terrorismo islamico ceceno.

Due pesi, due misure?

Date queste premesse, perché considerare così “inedita” l’azione dell’esercito israeliano su Gaza? Essa risponde in pieno al diritto di difesa e  rappresaglia che il diritto internazionale garantisce. La medesima Convenzione di Ginevra stabilisce che un ospedale è un obiettivo militare legittimo, se viene utilizzato da una parte in conflitto come copertura di un’azione militare contro l’altra parte. E questo è esattamente quello che hanno fatto i militanti di Hamas, che hanno addirittura collocato sotto gli ospedali di Gaza strutture di comando operativo e depositi di munizioni. Facendone oggetto di atti di ostilità Israele agisce in senso stretto nel rispetto quindi del diritto e delle convenzioni internazionali. La domanda che ci si pone allora di fronte alla reazione di tutto il mondo è: perché solo adesso ci si indigna e solo contro Israele? Forse perché Israele non ha il diritto di fare quello che hanno fatto e continuano a fare tutti gli altri, americani, inglesi, russi e le varie  “coalizioni internazionali”? A tale domanda non si vuole dare risposta. Forse perché la risposta la conosciamo già. Tutti. 

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Massimo Magnatti

Laureato in Economia Aziendale all' Università Bocconi di Milano ed in Giurisprudenza all' Università degli studi di Parma, Master HKE in Gestione delle Risorse Umane e Master in Financial Planning. Cultore di Storia e di Economia, scrittore di saggi e partecipante a blog di discussione in merito a problematiche di politica economica ed internazionale.

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