L’instabilità politica, i gruppi terroristici e la corruzione minacciano gli investimenti cinesi in un Paese fondamentale per il progetto della Belt And Road Initative.
Settimana di sangue quella trascorsa in Pakistan dove il Paese ha assistito ad un botta e risposta tra i ribelli del Baloch Liberation Army (Bla) e le forze armate di Islamabad. Lunedì 26 agosto il Bla ha lanciato una serie di attacchi coordinati alle stazioni di polizia, alle linee ferroviarie e ad altre infrastrutture nella provincia del Belucistan, uccidendo almeno 73 persone.
Agli attentati perpetrati nel Paese hanno risposto le forze armate pakistane che, con una serie di raid mirati, hanno portato all’uccisione e al ferimento di diversi sospetti terroristi nella provincia sudoccidentale. L’attentato delle forze del Bla è il più sanguinoso degli ultimi anni e segna il culmine di un’annosa lotta per la secessione da parte dei separatisti baluci nella ricca regione del sud-ovest gravida di risorse naturali come oro e rame.
Le forze armate pakistane hanno affermato che le operazioni contro i separatisti continueranno fintanto che tutti i responsabili non saranno portati davanti alla giustizia, in quella che ad oggi è una delle province più importanti del Paese per via della sua estensione e posizione strategica (oltre che per le sue risorse naturali).
Perché il Belucistan è fondamentale per Islamabad?
Sebbene scarsamente popolato (all’interno dei suoi confini vivono circa 10 milioni di abitanti, il 5% del totale del Paese) la provincia del Belucistan si estende per il 48% del territorio pakistano con uno strategico sbocco sul Mar Arabico.
Il territorio è abitato prevalentemente da genti di etnia Pashtun (50%), con i Beluci e i Brohi a formare le due minoranze più grandi (circa il 40%). Di questi gruppi etnici i beluci hanno organizzato un proprio gruppo armato insurrezionale, il Balochistan Liberation Army o Baloch Liberation Army, che dall’inizio degli anni Duemila ha perpetrato azioni terroristiche contro le etnie non beluci nella provincia (oltre che contro le forze armate pakistane).
Il Bla si muove agilmente tra i porosi confini di Pakistan e Afghanistan (dove gli insurrezionalisti trovano rifugio sicuro) e punta alla secessione della vasta provincia da Islamabad. In palio le ricche risorse del sottosuolo del Belucistan, dai giacimenti di gas naturale alle miniere di carbone, fino ai materiali nobili, dall’oro all’argento, dal rame al litio, elemento divenuto centrale in questi anni per la produzione di batterie sia delle auto elettriche che della totalità dei dispositivi elettronici portatili. Non meno importanti sono i giacimenti off-shore sia di idrocarburi che di minerali, siti nel sottosuolo marino del Paese.
Una ricchezza tale da aver attratto diversi investitori esteri, cinesi in primis, che del Pakistan hanno fatto uno dei Paesi cardine della Belt And Road Initiative.
Il Cpec
Lanciato nel 2013 il Cpec, acronimo di China-Pakistan Economic Corridor è stato uno dei progetti apripista della Belt And Road Initiative, con un investimento monstre da 62 miliardi di dollari. Il progetto che vede nel porto di Gwadar il terminale logistico che dovrebbe permettere alla Cina di collegarsi direttamente all’Oceano Indiano, accorciando le catene logistiche, oggi costrette a passare tramite il Mar Cinese Meridionale e lo Stretto di Malacca, è stato protagonista di diverse controversie.
Diviso in tre fasi, breve (2015-2022) medio (2021- 2025) e lungo periodo (2026- 2030) il progetto, che nella prima fase ha visto il maggior sforzo infrastrutturale, è stato piagato da diversi ostacoli: in primis la corruzione che la Repubblica Popolare Cinese si è trovata costretta ad affrontare in Pakistan che ha osteggiato il regolare procedere dei progetti. Altra tegola riscontrata è l’instabilità politica e la crisi finanziaria del Paese che hanno frenato lo sviluppo dei progetti.
In ultimo il terrorismo, che proprio per il tramite di gruppi quali il Bla, minaccia le infrastrutture siniche in terra pakistana. Questo ultimo aspetto ha visto una recrudescenza dal ritiro delle truppe Usa dall’Afghanistan, che contribuivano a tenere a bada i movimenti di matrice terroristica nella regione.
Paradossalmente sebbene il Belucistan sia una sezione geografica fondamentale del Cpec (con terminali importanti come il porto di Gwadar), la regione ha mal accolto l’iniziativa economico-infrastrutturale. I beluci hanno chiesto al governo federale una maggiore partecipazione nei progetti Cpec della provincia.
È capitato spesso però che Pechino e Islamabad abbiano firmato accordi per progetti che coinvolgono il Belucistan senza tenere in considerazione il governo provinciale. Di conseguenza, la popolazione del Belucistan si oppone al progetto, vedendolo come un’imposizione federale funzionale a portare via le loro libertà.
L’instabilità nella regione ha portato poi a una serie di attacchi che hanno visto come vittime eccellenti proprio le installazioni e le aziende cinesi, come quanto accaduto nel 2018 con l’attentato al consolato cinese a Karachi ad opera del Bla o l’attentato suicida del 2022 che ha coinvolto anche tre cittadini cinesi rimasti uccisi.
Perché il Pakistan è fondamentale per la Cina
Pechino ha puntato molto su Islamabad e sul Cpec. Le opere infrastrutturali che il Dragone sta portando avanti trascendono il mero valore economico. Il Pakistan dovrebbe fungere da corridoio alternativo funzionale ad aggirare i mari del Pacifico, pregni di colli di bottiglia (come lo Stretto di Malacca), presidiati dalla Us Navy e dai quali passa la maggior parte del commercio marino.
Queste strozzature marine sono controllate dagli Stati Uniti che possono occluderli agevolmente strozzando le capacità di import-export cinesi al bisogno, mettendo in difficoltà Pechino nel reperire materie prime e semilavorati funzionali ad alimentare la sua vorace macchina industriale (e non solo).
Gwadar (e più in generale il Pakistan) con la sua posizione permette di aggirare l’ostacolo, sfogando quasi direttamente sul Golfo Persico, tratto fondamentale per l’approvvigionamento di idrocarburi. Eppure, oggi il Cpec mostra il fianco a diversi problemi: la promessa era quella di creare oltre due milioni di posti di lavoro entro il 2030, ma fino ad oggi solo 236mila sono nati dall’iniziativa (di questi solo155mila coinvolgono lavoratori pakistani).
Dei grandi progetti portati avanti più della metà non sono ancora operativi o sono rimasti su carta, principalmente a causa dei problemi sopra riportati. Inoltre, mentre il Cpec ha portato benefici al Pakistan nel campo delle infrastrutture e nel settore energetico nel breve termine, le conseguenze a lungo termine dell’invasivo coinvolgimento cinese nel Paese potrebbero rivelarsi dannose per il Pakistan, con una probabile perdita di sovranità, che non farebbe che alimentare il malcontento.
Tra molte incognite l’unica certezza è che Pechino non abbandonerà il Pakistan, poiché il Paese ad oggi rimane la migliore alternativa esistente per aggirare il contenimento statunitense nell’area (Bla permettendo).
Credits: Foto di Matthis Volquardsen da Pexels



