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Il vaccino della discordia: il caso Ue-Pfizer arriva in tribunale. Sul giudizio l’ombra di Pilato

Il caso von der LeyenBourla sugli accordi tra Ue e Pfizer per l’acquisto di 1,8 miliardi di dosi di vaccini anti-Covid approderà nelle aule giudiziarie. Il New York Times, infatti, porterà la Commissione europea in tribunale per la mancata pubblicazione degli sms privati tra la presidente dell’esecutivo comunitario e il Ceo dell’azienda farmaceutica statunitense. Alla notizia, diffusa dal quotidiano americano Politico, è stato dato ampio risalto da (quasi) tutti i media mainstream. La qual cosa dovrebbe essere già un successo per chi anela ad approfondire la contraddittoria narrazione pandemica, anche se il condizionale è d’obbligo in casi come questi.

La causa intentata dal NYT è stata depositata il 25 gennaio scorso e pubblicata lunedì 13 febbraio sul registro pubblico della Corte di giustizia europea, dove però non vi è traccia dei dettagli. In precedenza anche il quotidiano tedesco Bild aveva tentato, invano, una serie di azioni legali contro la Commissione chiedendo la divulgazione dei documenti relativi alle trattative per l’acquisto dei vaccini contro il Covid-19. Finanche gli stessi organi di vigilanza europei – l’Ufficio della mediatrice Emily O’Reilly e la Corte dei Conti Ue – si sono dovuti accontentare del sarcasmo della Commissaria per i valori e la trasparenza dell’Ue, Věra Jourová, secondo la quale gli sms potrebbero essere stati cancellati vista la loro “natura effimera e di breve durata”.

Ora, la denuncia del NYT sembra aver aperto una breccia nel muro di omertà che circonda la vicenda. Con quali esiti non è dato ovviamente sapere. Ma se il buon tempo si vede dal mattino, il fatto che la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, abbia deciso per un’audizione ristretta (conferenza dei capigruppo) e a porte chiuse di Ursula von der Leyen, lascia qualche dubbio sulla reale volontà di far luce sul caso.

Un caso – è bene ricordarlo – che non solo lede la reputazione della massima istituzione comunitaria, accusata di “cattiva amministrazione” dalla stessa mediatrice O’Reilly, ma soprattutto vìola il diritto dei cittadini-contribuenti di sapere come sono stati spesi i loro soldi per far fronte all’emergenza sanitaria, vieppiù considerando la sconcertante dichiarazione resa al Parlamento europeo dalla responsabile commerciale di Pfizer, Janine Small (Bourla benché convocato non si è mai presentato), la quale ha ammesso candidamente che i test per verificare l’efficacia del siero nell’impedire la trasmissione del virus non sono stati effettuati.

Ciò che ha costituito il presupposto giuridico per stabilire pesanti limiti a diritti e libertà individuali.

Eppure, nonostante i tanti punti oscuri che segnano la vicenda, chi si ostina a pretendere chiarezza sulla gestione della pandemia è tuttora considerato un “no-vax” (termine assolutamente incongruo visto che le perplessità, quasi sempre, sono solo per questo siero), piuttosto che un mestatore il cui obiettivo è di utilizzare pretestuosamente l’assenza di trasparenza dei vari decisori tecnici e politici.

In Italia, dove alcuni argomenti (tipo le reazioni avverse) sono tuttora un tabù e il dibattito è dominato dal fondamentalismo sanitario, la maggioranza di governo ha deciso di istituire una Commissione di inchiesta per chiarire i tanti aspetti oscuri della vicenda pandemica, ma stando alle prime indicazioni non parrebbero comprese nel campo d’indagine le questioni relative ai diritti sospesi e agli effetti collaterali dei farmaci somministrati sotto la scure del famigerato green pass.

Anche la ventilata nomina del renziano Davide Faraone, gran fautore della carta verde, a presidente della Commissione lascia qualche dubbio circa una ricostruzione obiettiva del “triennio virale”. Del resto, le commissioni di inchiesta nel nostro Paese (e non solo) servono a lavare le mani non certo ad appurare verità. Per rimandare decisioni e scaricare responsabilità. Una prassi che ricorda l’operato di qualcuno vissuto 2000 anni fa.

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