La cronaca recente riapre un interrogativo profondo sul rapporto tra giovani, violenza e piattaforme digitali. Non si tratta più solo di tecnologia, ma di un cambiamento culturale che riguarda l’intera società.
La violenza che cerca il pubblico
Non sono i social a creare da soli la violenza. Ma sempre più spesso la accompagnano, la amplificano, la mettono in scena. E in alcuni casi la trasformano in spettacolo. Gli episodi italiani degli ultimi mesi lo mostrano con una crudezza che non può più essere archiviata come eccezione.
Il caso di Trescore: la diretta come parte del gesto
L’episodio più sconvolgente è avvenuto il 25 marzo 2026 a Trescore Balneario, nel Bergamasco: uno studente di 13 anni ha accoltellato la propria insegnante nei corridoi della scuola media, trasmettendo l’aggressione in diretta su Telegram con un telefono appeso al collo.
La docente è sopravvissuta, ma il fatto ha aperto una frattura simbolica profonda: non solo la violenza dentro la scuola, ma la violenza pensata anche per essere vista.
Non un caso isolato
Quel caso non può essere liquidato come un gesto isolato di follia individuale. Nello stesso periodo l’Italia ha registrato altri episodi in cui violenza e umiliazione pubblica si sono intrecciate con i social.
A Torino, il tiktoker noto come Don Alì è stato condannato per l’aggressione a un maestro delle elementari: l’agguato era stato ripreso e diffuso online, trasformando un atto intimidatorio in contenuto virale.
A Portici, nel Napoletano, un genitore ha aggredito un insegnante di sostegno e ha poi pubblicato il video sui social.
Il punto non è solo la violenza fisica, ma il bisogno di esibirla, legittimarla davanti a una platea, trasformarla in messaggio pubblico.
Radicalizzazione e comunità tossiche online
C’è poi un fronte ancora più inquietante: la radicalizzazione digitale. Un diciassettenne è stato arrestato per un progetto di strage ispirato a Columbine. Le indagini parlano di gruppi Telegram neonazisti, manuali e propaganda.
Non è lo stesso fenomeno delle aggressioni filmate, ma appartiene allo stesso ecosistema: piattaforme che non si limitano a ospitare contenuti, ma diventano luoghi di incubazione e normalizzazione dell’estremo.
Due errori da evitare
Per capire questi episodi bisogna evitare due errori opposti:
- considerare le piattaforme strumenti neutri
- attribuire loro tutta la responsabilità
Il digitale non è una periferia del problema: è il luogo in cui il conflitto si prolunga, si esaspera e si moltiplica.
Il vero nodo: chi decide cosa vediamo
La questione centrale è un’altra: che tipo di spazio pubblico abbiamo consegnato a pochi attori privati globali?
Gli algoritmi, spesso opachi, decidono cosa merita visibilità. E nasce un dubbio diffuso: perché contenuti controversi su temi politici o sanitari vengono limitati con efficacia, mentre violenza, umiliazione e brutalità continuano a circolare?
La risposta più realistica è semplice: gli algoritmi non educano, ottimizzano. Massimizzano attenzione, interazione e profitto. E ciò che scandalizza o polarizza funziona meglio.
Social come infrastrutture di potere
Le regole cambiano continuamente e il confine tra libertà, censura e sicurezza viene deciso da aziende private globali.
I social non sono più solo strumenti di comunicazione: sono infrastrutture di potere culturale, economico e politico.
La nuova cultura della violenza
La novità culturale è evidente: per molti giovani la violenza non cerca solo un bersaglio, ma anche un pubblico.
- Non basta colpire, bisogna mostrare
- Non basta intimidire, bisogna far circolare
Il telefono non documenta soltanto il gesto: ne diventa parte integrante. La diretta, il video, il repost sono elementi della scena.
Il limite delle soluzioni semplici
Il dibattito sulle soglie d’età è necessario, ma insufficiente. Vietare l’accesso non risolve il problema.
La domanda vera è: chi governa gli spazi digitali in cui crescono i nostri figli?
Una trasformazione sociale profonda
Se la formazione emotiva degli adolescenti è modellata da piattaforme progettate per catturare attenzione, il cambiamento è strutturale:
- meno relazioni reali
- meno mediazioni educative
- più dipendenza dall’esibizione e dalla reazione immediata
Una domanda per la democrazia
Il problema non è più se i social “facciano male”. La domanda è: cosa accade a una società quando anche il dolore e la violenza diventano contenuto?
E cosa accade a una democrazia quando l’attenzione collettiva è controllata da poteri privati più forti dei pubblici?
Un ritardo pericoloso
Finora le risposte sono deboli:
- qualche norma
- molte polemiche
- poca alfabetizzazione digitale
- quasi nessuna sovranità culturale
Il rischio è accorgersi troppo tardi di aver perso non solo il controllo della tecnologia, ma dei criteri con cui una generazione interpreta il mondo.
Una questione civile, non tecnica
Se non vogliamo che la risposta arrivi dal prossimo video virale, dobbiamo smettere di considerare i social solo tecnologia. Il problema è ormai: civile, educativo e politico.
«Una società non crolla solo quando perde la legge, ma quando perde i criteri con cui distingue il vero dal falso, il limite dall’eccesso, la persona dal contenuto.»
Credits: Foto generata con l’IA




