Iran, Ucraina, Venezuela: i due pesi e le due misure dell’Occidente

Le tensioni internazionali riportano al centro una domanda scomoda: il diritto internazionale vale davvero per tutti? Dall’Ucraina al Venezuela fino all’Iran, l’Occidente viene accusato di applicare criteri diversi a seconda degli interessi in gioco. Un’analisi critica sul ruolo delle grandi potenze e sull’irrilevanza strategica dell’Europa.


Se l’intervento armato di Putin è aggressione e quello degli Stati Uniti diventa difesa della democrazia, allora il problema non è il diritto internazionale, ma il modo in cui viene usato. La crisi iraniana riporta al centro una verità che l’Europa continua a ignorare: le regole valgono solo quando conviene ai più forti, e noi continuiamo a pagarne il prezzo.

Il linguaggio della guerra e la politica delle parole

Ci sono momenti nei quali, più dei fatti, colpisce il modo in cui vengono raccontati.

Accade con l’Ucraina, è accaduto con il Venezuela, accade oggi con l’Iran. E ogni volta il copione sembra lo stesso: quando a usare la forza sono i nostri avversari, si parla di aggressione, imperialismo, violazione del diritto internazionale; quando invece a muoversi sono gli Stati Uniti o i loro alleati, il lessico cambia improvvisamente. Si parla di sicurezza, stabilizzazione, difesa degli equilibri, talvolta perfino di libertà e democrazia.

È su questo slittamento semantico e politico che bisognerebbe fermarsi a riflettere.

Ucraina: sicurezza strategica o aggressione?

In Ucraina la Russia di Putin ha scelto la via della guerra dopo aver denunciato per anni l’espansione della NATO verso est e il rischio di ritrovarsi infrastrutture militari ostili a ridosso dei propri confini. Si può, e si deve, condannare l’intervento militare. Ma non si può fingere che il contesto strategico non esistesse. Mosca sosteneva di agire per difendere una propria area vitale di sicurezza; l’Occidente ha respinto questa impostazione e ha definito quell’azione per ciò che era: una violazione della sovranità di uno Stato.

Fin qui, nulla da eccepire, se il criterio fosse davvero universale.

Ma è proprio qui che nasce la domanda decisiva. Perché quando a difendere i propri interessi strategici è Washington, il giudizio cambia? Perché ciò che per Putin è imperialismo, per Trump diventa realismo? Perché un intervento armato russo è una minaccia intollerabile all’ordine mondiale, mentre un intervento americano in America Latina o in Medio Oriente viene rapidamente assorbito nella normalità della politica internazionale?

Venezuela e il tema del cambio di regime

Il Venezuela lo ha mostrato con evidenza. Anche lì il cambio di regime è stato evocato, perseguito, sostenuto come opzione politica pienamente legittima. Anche lì il potere di Maduro è stato indicato come autoritario, corrotto, insostenibile. E anche lì, sullo sfondo, pesano risorse decisive, a partire dal petrolio.

Ora la stessa logica riemerge in Iran.

Iran tra diritti, geopolitica e interessi energetici

Sia chiaro: nessuno può nutrire indulgenza verso il regime iraniano. È un regime che reprime il dissenso, limita i diritti, umilia la libertà delle donne, punisce l’opposizione, comprime ogni spazio autenticamente democratico. Ma proprio per questo la questione va affrontata con maggiore onestà, non con minore.

Quando le donne iraniane scendevano in piazza, quando i giovani sfidavano apertamente il potere, quando una parte della società civile chiedeva aiuto al mondo, l’Occidente si è limitato a esprimere solidarietà e indignazione. Nessuno è intervenuto allora in nome della libertà. Oggi invece la liberazione dell’Iran sembra improvvisamente diventata una priorità geopolitica.

È lecito chiedersi perché.

Davvero siamo di fronte a un intervento mosso dal desiderio di restituire libertà a un popolo oppresso? Oppure, più realisticamente, siamo davanti all’ennesima operazione nella quale i principi vengono evocati per coprire interessi strategici, energetici, militari e regionali? L’Iran non è un paese qualsiasi. È un attore chiave dell’area mediorientale, è un nodo decisivo degli equilibri regionali, è un paese cruciale nel sistema energetico globale. Pensare che tutto questo non conti sarebbe ingenuo.

I due pesi e le due misure dell’ordine internazionale

Ed è qui che emerge il tema che più dovrebbe inquietare chiunque abbia ancora a cuore il diritto e non soltanto la forza: i due pesi e le due misure.

Perché se davvero il principio è che nessuno Stato può usare la forza unilateralmente per difendere i propri interessi, allora questa regola deve valere per la Russia come per gli Stati Uniti, per Israele come per chiunque altro. Se invece il principio reale è che alcuni possono farlo e altri no, allora smettiamo di parlare di ordine internazionale fondato sulle regole. Parliamo, più semplicemente, di un ordine gerarchico nel quale la legittimità coincide con la posizione di potenza.

Questo non significa mettere sullo stesso piano ogni situazione. La storia non si copia mai in modo perfetto e i contesti non sono identici. Ma i criteri di giudizio devono esserlo. Altrimenti non siamo davanti a un sistema giusto, ma a una morale selettiva, utile a colpire i nemici e ad assolvere gli amici.

L’Europa spettatrice delle decisioni altrui

L’Occidente, su questo terreno, ha perso da tempo credibilità.

E l’Europa, ancora una volta, appare il soggetto più debole e più irrilevante. Commenta, ammonisce, si dichiara preoccupata, invoca il dialogo, ma non orienta nulla. Non ha una strategia autonoma. Non ha una politica estera realmente sovrana. Non ha una linea energetica capace di difendere i propri interessi senza dipendere dalle decisioni altrui. È presente nel discorso pubblico, assente nella realtà.

Eppure, i costi ricadono soprattutto su di noi.

Chi paga davvero il prezzo delle crisi globali

Ricadono sulle famiglie, attraverso bollette più care e un costo della vita che torna a salire. Ricadono sulle imprese, schiacciate da energia, trasporti e materie prime più costosi. Ricadono sull’export europeo, esposto a tensioni continue e a instabilità crescenti. Ricadono, in definitiva, su cittadini che non decidono nulla ma pagano tutto.

Questo è il punto politico che in Europa si continua a rimuovere. Ogni crisi internazionale viene letta in chiave morale, quasi pedagogica, mentre le sue conseguenze concrete vengono scaricate sul tessuto sociale ed economico del continente. Noi veniamo chiamati a sostenere i costi di scelte che altri compiono, dentro una cornice nella quale l’Europa non esercita più una vera sovranità.

La crisi iraniana ci obbliga allora a guardare in faccia una realtà scomoda. Non siamo davanti a uno scontro tra bene e male, ma a una ridefinizione degli equilibri mondiali. Una nuova spartizione delle aree d’influenza, delle risorse, delle rotte, dei rapporti di forza. In questo scenario, i valori vengono evocati, ma il motore profondo resta la potenza.

Ed è proprio per questo che bisogna dirlo con chiarezza: il problema non è soltanto ciò che fanno le grandi potenze. Il problema è accettare che il loro comportamento venga giudicato con metri diversi a seconda della bandiera che portano.

Un ordine fondato su questa ipocrisia non è stabile, non è giusto, non è credibile.

O il diritto internazionale vale per tutti, oppure non vale.

O la sovranità degli Stati è un principio, oppure è una formula che si usa solo contro gli avversari.

O la libertà dei popoli è un valore autentico, oppure è una parola piegata alle convenienze del momento.

Continuare a fingere che non sia così significa soltanto preparare la prossima crisi, la prossima guerra, il prossimo conto da far pagare ai cittadini.

E noi europei, se non ritroveremo una voce politica autonoma, continueremo a essere esattamente ciò che oggi siamo: non protagonisti della storia, ma i finanziatori passivi delle decisioni altrui.


Credits: Foto generata con l’IA

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Immagine di Giacinto Cimolai

Giacinto Cimolai

Friulano. Fondatore del progetto sociale che fa riferimento all’associazione Comunità Etica.
Dal 2017 si dedica alla promozione e allo sviluppo di questo progetto, promuovendolo in Italia e all’estero.
Fondatore e responsabile del progetto di Tutela Legale Etica che si propone di difendere tutti coloro che sono afflitti dal Debito.
Presidente di Confisi-Friuli
Presidente della Cooperativa OPES.
Presidente Regionale per il Friuli Venezia Giulia dell’associazione di promozione sociale A.N.A.S.
Nel 2022 fonda la testata giornalistica CambiaMenti, di cui è direttore editoriale.
Ha pubblicato quattro libri

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