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Sanremo, specchio di una crisi di valori e di costume

Il festival di Sanremo dovrebbe essere introdotto come materia di studio nei corsi di sociologia e di antropologia culturale, già nei licei. La sua capacità di interpretare e rappresentare le trasformazioni socio-culturali del Paese è più efficace di qualsiasi manuale. Anzi, non solo del nostro Paese, ma nell’epoca della globalizzazione, dell’intero Occidente, ovvero di quella parte di mondo cosiddetta evoluta.

Sulla semantica del termine “evoluzione” sarebbe da interpellare l’Accademia della Crusca; fermandoci all’etimologia riportata sui dizionari (dal latino evolutiōnem ‘atto dello svolgere’, derivato di evolvĕre ‘svolgere, spiegare’) e tralasciando l’accezione darwiniana, il lemma è indicato come “sviluppo lento e graduale; cambiamento da una forma a un’altra, generalmente più completa e perfetta”.

Su quest’ultimo significato occorre però intendersi, soprattutto se ci riferiamo alla kermesse nazional-popolare. Se devasti un palco mentre canti o ficchi la lingua in bocca a uno del tuo stesso genere davanti a milioni di telespettatori, il concetto di evoluzione come passaggio a una forma di espressione o di costume più perfetta desta non poche perplessità. Non solo nei moralisti, ma anche in chi si interroga senza pregiudizi sul senso degli eventi e delle azioni umane.

La fluidità di genere, così come la liquidità dei sentimenti e delle relazioni, non sembrano un cambiamento di costume più completo. La sensazione, semmai, è che fanno rimpiangere le “società solide”, fondate cioè su valori condivisi e su un sentire comune non necessariamente conformista, in cui anche il dissenso è ammesso purché espresso in forma di provocazione intellettuale e non di esibizione onanistica.

Se è vero che nel tempo della metacomunicazione basta una qualsiasi forma di notorietà a creare tendenze, tuttavia c’è da chiedersi quale valore comunicativo possa assumere una pratica di plagio collettivo come quella operata dalla più nota influencer italiana, che “ordina” ai suoi milioni di follower (la maggior parte dei quali, a quanto pare, non titolare di un pensiero personale) di gratificare di un like, al suo segnale, il presentatore apprezzato già da anni dal pubblico televisivo. Qualcosa che ricorda l’esperimento di Pavlov sui cani che venivano addestrati a salivare sentendo suonare una campana che annunciava l’arrivo del cibo, per dimostrare l’efficacia della meta-segnalazione sul segnale primario.

Per non dire delle alchimie musicali, sempre più cacofoniche e lontane da un’idea di melodia (intesa come successione orizzontale di note), di testi abborracciati, di interpretazioni canore robotizzate e più simili a esplosioni di rabbia, di outfit improbabili (compresi quelli dei “direttori d’orchestra”, ma non degli orchestrali), rappresentazioni di una eccentricità manierata e non autentica.

Non è un caso che i momenti più acclamati del festival siano state le esibizioni dei cantanti della vecchia guardia, delle cover, ammirate anche dai millenials. E forse non è nemmeno un caso che un tale di nome Giulio Rapetti, in arte Mogol, sia stato nominato, proprio all’indomani del festival, consulente al ministero della Cultura.

Sia chiaro, le critiche non sono dirette alla rassegna in quanto tale: il caravanserraglio sanremese non è altro che un fedele spaccato della società contemporanea. Una realtà caratterizzata dalla temporaneità, nella quale la smania di visibilità (anche provvisoria) rivela un triste carico di frustrazioni collettive e dove personaggi in cerca d’autore si muovono, al di là di una qualità o di un merito effettivo, in nome di una malintesa idea di libertà di espressione.

Nel suo Il tramonto dell’Occidente, Oswald Spengler parlando a proposito della libertà di pensiero nel suo tempo afferma: “non esiste una satira più tremenda della libertà di pensiero. Un tempo non si poteva osare di pensare liberamente; ora ciò è permesso, ma non è più possibile. Si può pensare soltanto ciò che si deve volere, e proprio questo viene percepito come libertà“. Da quel periodo post prima guerra mondiale, non pare che le cose siano cambiate. Anzi.


All’evento sanremese abbiamo dedicato l’apposita sezione “Perché Sanremo è Sanremo”, con i contributi di Luigi Vietri e Marco Laccone, musicologi, e di Viviana Miccolis, esperta di influencer marketing.

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